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martedì 26 luglio 2016

I Borbone, i Savoia ed il Sud conteso, recensione di Claudia Presicce apparsa su Nuovo Quotidiano di Puglia del 26 luglio 2016

I Borbone, i Savoia e il Sud conteso

di Claudia Presicce

«Se vi fosse stata una migliore conoscenza delle due diverse realtà che stavano per unirsi e fondersi» molto sangue non sarebbe stato versato all'indomani del 1861, e con meno rabbie, rancori e divisioni il futuro dello Stato italiano sarebbe stato molto diverso. (Continua a leggere cliccando sull'articolo)

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lunedì 4 luglio 2016

"Dai Borbone ai Savoia", recensione di Luigi Montonato apparsa su "Brogliaccio salentino" di giugno-luglio 2016

Un libro di Ciro Pelliccio

Dai Borbone ai Savoia


Il libro di Ciro Pelliccio è esplicito fin dal titolo, Dai Borbone ai Savoia. Il trapasso che cambiò l'Italia (Capone, 2016, pp. 120, € 13,00). Non è la storia che in genere conosciamo sui Mille, lo sbarco, le battaglie, i tentativi tardivi di Francesco II per evitare la perdita del Regno, la risalita della penisola da parte dei garibaldini, la Dittatura di Garibali; ma quanto accade dopo l'unificazione. (... clicca sull'immagine per continuare a leggere)


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lunedì 29 giugno 2015

Nascita del Nuovo Stato tra galantuomini e briganti / / / Recensione di Manlio Triggiani apparsa su "La Gazzetta del Mezzogiorno" di domenica 7 giugno 2015


Nascita del Nuovo Stato tra galantuomini e briganti

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Il dibattito sul brigantaggio e su come l'unità d'Italia fu vista nel Mezzogiorno è ancora aperto e si moltiplicano i contributi che offrono spunti e analisi sul tema. Claudio Conti, docente universitario con la passione per la storia dell'Ottocento italiano, ha pubblicato un libro (Briganti e galantuomini. Dai Borbone ai Savoia, Capone Editore, pagine 2016, euro 13,00) nel quale narra la «guerra civile», come la definisce, fra Nord e Sud, e la successiva normalizzazione. Lo fa alla luce di due aspetti: quello militare, caratterizzato da operazioni di efferata violenza che non furono d'aiuto al processo di formazione di uno Stato unitario, e quello politico-sociale, dei «galantuomini», disposti a raggiungere con l'amministrazione sabauda un'intesa, che incise sulla nascita del nuovo Stato e anche sul futuro delle regioni del Sud.

                                            Manlio Triggiani

martedì 9 giugno 2015

Briganti e galantuomini: ribelli e rappresaglie dopo l'Unità d'Italia, quando i nazisti indossavano il kepì / / / Recensione apparsa su recensionilibro.org a firma di EffeElle


Briganti e galantuomini: ribelli e rappresaglie dopo l'Unità d'Italia, quando i nazisti indossavano il kepì.
di Effe Elle

Muntagne, sempre muntagne! È con la reiterata abituale esclamazione, apparentemente misteriosa, che i discendenti ricordavano l’avo impegnato nella lotta al brigantaggio postunitario. Inseguimenti e cacce all’uomo sulle alture. Sali, scendi, a volte spara. E qualche volta, muori.
Una guerra feroce di poveri cristi, che il pronipote Claudio Conti racconta in un romanzo densamente imbevuto di storia vera. Storia patria, si diceva una volta, ma che fatica trovarne una in quella guerra di agguati, schioppettate, gole tagliate, prigionieri seviziati. Si stenta a distinguere le ragioni dai torti e a cogliere a volte una natura umana comune, nella lotta infame senza pietà tra briganti e piemuntisi. Che poi non erano solo settentrionali, tanto meno piemontesi, ma venivano da ogni parte d’Italia, meridione compreso, dato che la leva obbligatoria impegnava in arme tutti i ragazzi dello Stato neonato, cresciuto a dismisura rispetto all’originario Regno di Sardegna.
Il romano Conti – si professa mediterraneo, pur avendo sempre vissuto al Nord – nato nel 1939, matematico, docente universitario fino al 1981, approdato tardi alla narrativa storico-avventurosa, è autore per le edizioni leccesi Capone di Briganti e galantuomini. Dai Borbone ai Savoia (aprile 2015, 216 pagine, 13 euro).
È lo stesso autore a spiegare che sullo sfondo delle vicende del sottotenente Gaetano Papolla da Deliceto (in provincia di Foggia) c’è proprio lo scontro che ha opposto i briganti al nuovo esercito, i contadini senza terra ai latifondisti. Il racconto segue il percorso di maturazione intellettuale e morale di un giovane uomo, natura d’artista – è un ottimo pittore – famiglia agiata, militare di professione. Alto, occhi azzurri, in curioso contrasto coi tratti scuri e forti ma non volgari del volto, addestrato fin dall’adolescenza nella Nunziatella, la scuola militare napoletana ed ex tenente borbonico. Si trova arruolato nella fanteria italiana come sottotenente, senza aver mai sparato un colpo.
Attraverso quanto accade sotto i suoi occhi, si osservano le miserie e le viltà della guerra senza quartiere che insanguinò per dieci anni il Mezzogiorno, le ingiustizie, l’incapacità di capire degli uni e degli altri. Si coglie, tra l’altro, dolorosamente, l’atteggiamento sprezzante dei militari del Nord nei confronti dei colleghi del Sud, un complesso di superiorità che presenta tutte le sfumature, tra il disprezzo esplicito e la sopportazione.
Conti stesso fa notare che:
 in tema di brigantaggio meridionale il protagonista è quasi sempre il contadino, il pastore o il brigante (che poi è la stessa cosa), ma che in particolare, del tristissimo episodio interessa una classe sociale diversa, quella dei ‘galantuomini’: grandi proprietari terrieri e allevatori, responsabili del patto con l’amministrazione piemontese che ha contrassegnato la nascita dell’Unità d’Italia.
Aggiunge che ad Irsina non è accaduto nulla di simile ai fatti terribili descritti, che comunque si sono verificati con quella brutalità altrove, perché la storia di quegli anni è piena di eventi e scelte crudeli. Mostra anche un Cesare Lombroso impegnato nella sua attività di medico militare, svolta con lo zelo particolare e l’interesse spiccato per le ricerche antropometriche, che ben conosciamo.


Infine, le donne, che qui sono vittime tra le vittime, a volte perfino nel ceto privilegiato.


Fu guerra civile ed ebbe due aspetti. Quello militare, caratterizzato da una ferocia inutile e da una inadeguatezza della classe militare al comando, che lascia presagire i disastri del 1866.

E quello politico-sociale, nel quale spicca il ruolo dei galantuomini e il loro tacito patto con l’amministrazione piemontese, destinato ad incidere non solo sul futuro del meridione, anche sugli esiti del processo di unificazione dello Stato.



lunedì 18 maggio 2015

BRIGANTI E GALANTUOMINI / / / Recensione a firma di Claudia Presicce apparsa su Nuovo Quotidiano di Puglia del 17 maggio 2015

L'Italia dell'Unità e i dubbi del soldato

La forma del romanzo storico è una scelta diffusa quando la stagione da rievocare è quella del tormentato periodo dell'Italia postunitaria, "pagine" destinate a risultare spesso aggrovigliate nei gangli della parzialità, al buio di artati depennamenti, vecchi e nuovi, di rimozioni di interi capitoli dolorosi o solo ricostruzioni deliberatamente parziali. [...] continua a leggere cliccando sulla foto

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giovedì 2 aprile 2015

BRIGANTI E GALANTUOMINI. DAI BORBONE AI SAVOIA / / / È disponibile "Briganti e galantuomini", di Claudio Conti


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È disponibile Briganti
e galantuomini.
Dai Borbone ai Savoia,
di Claudio Conti.


IL LIBRO: Briganti e galantuomini è innanzi tutto un romanzo, e non un saggio storico.
Sullo sfondo una guerra civile per decenni ignorata dalla storia ufficiale: quella cosiddetta del “brigantaggio meridionale”, che qui viene descritta da due punti di vista particolari. Quello militare, caratterizzato spesso da una ferocia inutile e soprattutto da una inadeguatezza del comando, che lascia facilmente presagire i disastri del 1866. Quello politico – sociale, che nella fattispecie privilegia – a differenza di altri romanzi ambientati nel medesimo contesto storico – il ruolo dei “galantuomini” e il patto implicitamente sottoscritto con l’amministrazione piemontese. Un patto destinato ad incidere non soltanto sulla successiva evoluzione delle regioni meridionali; ma anche sugli esiti del processo di formazione dello Stato unitario.
È questo il quadro in cui si svolge il difficile percorso verso l’età adulta del protagonista, che dolorosamente e con fatica matura la consapevolezza dei propri mezzi e la capacità di orientare autonomamente il proprio destino.

L'Autore: Claudio Conti è nato a Roma nel 1939. Matematico quanto alla formazione, ha insegnato nell’Università fino al 1981. In questo periodo ha pubblicato diversi saggi di carattere scientifico – disciplinare, tra i quali in questa sede vale la pena ricordare Il dramma uniforme: per una teoria della vita quotidiana (Mulino 1979), scritto unitamente al compianto Dario Romano, in cui tra l’altro si mettono in luce le profonde disparità – non solo strutturali, di natura socio economica, ma anche nei modi di vita – che formano il telaio del nostro Paese. Successivamente è stato dirigente del settore ricerca di una multinazionale, lavorando all’estero: prima in Inghilterra e successivamente negli Stati Uniti. Alla narrativa è arrivato in tarda età: un suo romanzo – L’incredibile viaggio di Hernan Cienfuegos – ha ottenuto la menzione speciale al prestigioso premio internazionale La cultura del mare.


Note bibliografiche e caratteristiche tecniche: Claudio Conti, Briganti e galantuomini. Dai Borbone ai Savoia, Capone Editore, Lecce 2015.
Formato 15x21 cm, pagine 216, € 13,00
ISBN: 978-88-8349-200-6

martedì 21 ottobre 2014

IL "PRIMATO" DEL REGNO DELLE DUE SICILIE / / / "Il 'primato' del Regno delle Due Sicilie", di José Mottola, con postfazioni di Alessandro Barbero e Gianfranco Liberati, presto disponibile in libreria


Capone Editore
Via prov.le Lecce-Cavallino Km 1,250 - 73100 Lecce
Telefono: 0832611877 - email: caponeeditore@libero.it


COMUNICATO STAMPA


Imminente in libreria, Il “primato” del Regno delle Due Sicilie, di José Mottola, con Postfazioni di Alessandro Barbero e Gianfranco Liberati

IL LIBRO
Oltre mezzo secolo fa si affacciarono nella narrativa e pubblicistica del Mezzogiorno i “primati del Regno di Napoli“, dalla prima ferrovia italiana alla prima nave a vapore, passando per il primo ponte sospeso in ferro. Negli ultimi anni la tematica si è ampliata fino ad abbracciare la tesi della prosperità del Sud sotto l’Antico Regime, sostenuta  da diverse voci, per lo più fuori o contro la storiografia tradizionale.
Questo libro indaga sui primati rivendicati,  esaminando aspetti fondamentali del Mezzogiorno prima dell’Unità ­ – dalla politica all’economia, dallo spirito pubblico all’istruzione – e, alla luce del pensiero meridionalista risalente a Francesco Saverio Nitti, mette a fuoco le criticità post-unitarie denunziate in relazione ad emigrazione e brigantaggio sulla falsariga dell’asserito dilemma inflitto alle popolazioni meridionali: “Briganti o emigranti”.
L’autore segnala infine facce attuali della poliedrica questione meridionale, alcune delle quali  presentatesi come parte della soluzione anziché del problema.

L'AUTORE
José Mottola, autore di diversi saggi storici e biografici ancorati alle vicende del Mezzogiorno in età tardo-moderna e contemporanea, ha pubblicato per lo stesso editore Fanti e briganti nel Sud dopo l’Unità (2012).


José Mottola, Il “primato” del Regno delle Due Sicilie, con Postfazioni di Alessandro Barbero e Gianfranco Liberati, pagine 160, € 13,00 - ISBN 978-88-8349-194-1

lunedì 4 agosto 2014

FERITE APERTE / / / Recensione apparsa su recensionilibri.org a firma di Krauss

Ferite aperte:

le tante cause del divario postunitario del Mezzogiorno


Una guerra tra ultimi, quella tra i comuni certamente poveri ma popolosi e quelli oggettivamente piccoli ma solo presumibilmente poveri. I primi erano quasi tutti nel Mezzogiorno e la miseria la conoscevano davvero. Quelli con meno di mille abitanti caratterizzavano il Nord, specie la Lombardia e la povertà spesso non li toccava più di tanto. In genere, anche i municipi del Centro e del Lazio avevano pochi abitanti, capitale a parte. Quello della guerra tra poveri – parliamo degli ultimi decenni del ’900 – è un nuovo profilo della querelle sempre attuale tra Nord e Mezzogiorno d’Italia.
Un nuovissimo saggio, proposto da una casa editrice salentina, la leccese Capone e da un ricercatore pugliese, Angelo Panarese, già sindaco di Alberobello, in provincia di Bari, ha il merito di fornire una prospettiva inedita tra i suoi svariati approcci alla questione meridionale.
È il divario dei finanziamenti pubblici post unitari che ha allargato il solco, mai più colmato, tra Centro-Settentrione e Sud, aggiungendosi alle cause classiche che pure vengono ampiamente trattate in questo volume: Ferite aperte. Il crollo del Regno delle Due Sicilie, Capone Editore, di Cavallino (Lecce), 176 pagine 13 euro.
Secondo un quadro riassuntivo, solo poche regioni ottennero grandi risorse in quell’Italia che stava diventando un grandissimo cantiere aperto. La spesa media nel quinquennio 1994-98 riconosce alla Lombardia 32,97 lire per abitante, al Piemonte 29,71, al Lazio addirittura 93 e ben 71 alla Liguria. Di contro, Basilicata e Abruzzo Molise non raggiunsero neanche 9 lire per ogni cittadino, Sicilia e Sardegna si fermarono a poco più di 19, Puglia 12,54, Calabria 11,26. In controtendenza la Campania, che sale a 33 lire per residente, più dei fondi ripartiti nell’area padono-veneta. Così le altre: Veneto 21, 90, Toscana 37,56, Emilia Romagna 20,78, Marche 17,59, Umbria 14,81.
Lo Stato italiano assunse funzioni imprenditoriali dirette e sollecitò attività pubbliche come mai in precedenza avevano fatto i tanti governanti preunitari, anche nel Nord austriacante. Due leggi furono fondamentali nell’approfondire il divario, quella del 1876 che appunto aiutava i comuni con una popolazione inferiore a mille abitanti e la “Coppini”, del 1886, che introducendo l’istruzione elementare obbligatoria a carico dei Comuni, stabiliva il concorso dello Stato solo a determinate condizioni. Nell’uno e nell’altro caso, i centri del Nord riuscirono a far interpretare la scarsità di popolazione a loro vantaggio, come indice di bisogno, nonostante i redditi medi più elevati. Quelli del Sud, generalmente molto popolosi ma realmente arretrati, restarono al palo. E non andò meglio nell’edilizia scolastica.
A questi fattori di ritardo endemico e ulteriormente ignorato da leggi che avrebbero voluto correggerlo ma furono efficaci esattamente al contrario, si associarono tantissimi altri, tra i quali Panarese mette in risalto i profili economici, che incisero sul sottosviluppo delle regioni meridionali accanto a quelli sociali e storico-militari del brigantaggio meridionale, ampiamente investigati. Più che nella “piemontesizzazione” forzata del Mezzogiorno, queste cause di ritardo derivano dall’affermazione di una scala di valori capitalistici internazionali che prese a caratterizzare l’economia europea proprio negli ultimi quarant’anni del 1800. Il Nord (la pianura padana, in particolare), recependo l’esigenza di una rapida industrializzazione, si inserì nella mini-globalizzazione che si realizzò in quell’epoca su scala europea. Il Mezzogiorno agrario non entrò invece nello scenario dell’economia continentale e ricevette un colpo di grazia dal protezionismo doganale che avrebbe dovuto tutelare le merci, ma che si rivelò fatalmente controproducente. Provocò da un lato la dipendenza totale dall’esterno per l’acquisto di prodotti industriali sempre più cari e indisponibili in loco, per la mancanza di aziende nel Sud. Dall’altro, l’aumento dei prezzi, conseguente anche all’imposizione di dazi finì per sottrarre mercati e competitività all’agricoltura meridionale. Che non si riprese.
Colpa del Nord? Certo. Governo unitario miope? Non c’è dubbio, ma la classe dirigente meridionale dell’epoca fu miope e ottusa, oltre che gattopardesca, come denunciato da Tomasi di Lampedusa, non certo da un nordista. Avrebbe dovuto fare autocritica e correre ai ripari per tempo, ma non lo fece. Il solco diventò più profondo e l’Europa si fece già allora più lontana.
Industrializzazione mancata, ritardata. Ignorata dagli stessi meridionali. Sarà un caso che a cavallo del ’900 le aziende e le imprese di molte città meridionali avevano ragioni sociali e proprietari stranieri? Cognomi svizzeri, inglesi, austriaci, francesi. Materia da approfondire, se non è stato già fatto.



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