giovedì 20 novembre 2014

COMPARE MI VENDI UNA SCARPA / / / Recensione di Marcello Buttazzo apparsa su "Spagine della domenica"

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COMPARE MI VENDI UNA SCARPA / / / Recensione di Giuliana Giuliana Coppola apparsa su "Spagine della domenica" n. 45

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COMPARE MI VENDI UNA SCARPA? / / / Recensione a firma di Raffaella Verdesca


“Le acque cristalline dei ricordi”
-Un tuffo con Rocco Boccadamo
   

Nell’opera letteraria di Rocco Boccadamo dal titolo “Compare, mi vendi una scarpa?” è entusiasmante per il lettore saltare a piedi nudi da una storia all’altra.
Si tratta di sentieri che partono dal presente e ripercorrono il passato senza incertezze, mappe tracciate con cura da una scrittura elegante, tanto semplice nei contenuti quanto ricercata nella tessitura della forma.
Inutile in questo cammino la discriminante delle calzature allo stesso modo di quella delle classi sociali e dei luoghi comuni, visto che lo scrittore offre a tutti i presenti un emozionante viaggio di ritorno alle origini attraverso la riscoperta di un Salento puro nei legami, mentre agli assenti regala un biglietto di andata, a bordo della memoria, verso il Salento di oggi. Splendida azione di marketing a beneficio della nostalgia di chi scrive, della conoscenza di chi legge e dell’onore di chi manca.
Sfilano nelle pagine suggestivi episodi di vita filtrati dalla testimonianza diretta di Boccadamo, ed è singolare vederli associati ai nomi appuntati e ai soprannomi per intero di personaggi antichi, spesso parenti e amici, che della dignità e dell’ingegno fecero baluardo utile a non identificare più la società contadina nello stallo di ogni individualità fattiva, ma a riscoprirla come individualità armonica e sociale.
‘Il ragazzo di ieri’, come ama definirsi il nostro autore, ritorna più volte col pensiero alla culla del suo divenire, il paesino natio di Marittima con le sue scogliere degradanti verso il mare, i Serriti, la vicina Castro con via Frasciule, Largo Campurra e l’amato rione dell’Ariacorte, luogo votato all’incontro e al confronto, per inclinazione naturale, di ogni generazione: “Si conosceva tutto di tutti”, scrive Rocco, e non certo per semplice gossip ma per interesse dettato dal sentimento.
Chiaro l’intento di Boccadamo: niente deve passare nel dimenticatoio, a cominciare dagli antichi mestieri e attività tradizionali per finire ai riti religiosi dei piccoli borghi del Salento del Sud.
Ed è favola, ed è vita.
Chi è costretto alla lontananza dalla propria terra per lavoro o per qualsivoglia motivo sa bene come l’affinamento dei ricordi sia uno dei pochi rimedi efficaci contro il dolore dell’assenza, la sola consolazione allo strappo dagli affetti più cari.
Tutto si ricompone e torna a vivere nella potente magia della memoria, tutto si trasfigura nella delicatezza della poesia che nasce da colori e profumi familiari.     
Esistono terre che non sai e terre che ti porti dentro come cellule dell’anima.
Non occorre un testo di ‘Anatomia umana’ per andare a scovarle, né un brevetto da sub per scendere in profondità e recuperarne la memoria, basta solo lasciarsi guidare da chi è diventato uomo grazie all’esempio delle persone, ovvero attraverso il massimo livello della scala dei valori, a detta di Boccadamo stesso, il ‘ragazzo di ieri’ e il gentiluomo di oggi.
La nobiltà d’animo del nostro autore e quella sua ironia macchiata di malinconia rendono cristallini i ricordi allo stesso modo del suo mare, mare amato di Castro, mare dei Serriti, dei Porticelli, mare che perfino l’imponente carrubo nel giardino di casa riconosce amico e fratello.
Compare Rocco, ci concedi un tuffo?


Raffaella Verdesca

martedì 21 ottobre 2014

IL "PRIMATO" DEL REGNO DELLE DUE SICILIE / / / "Il 'primato' del Regno delle Due Sicilie", di José Mottola, con postfazioni di Alessandro Barbero e Gianfranco Liberati, presto disponibile in libreria


Capone Editore
Via prov.le Lecce-Cavallino Km 1,250 - 73100 Lecce
Telefono: 0832611877 - email: caponeeditore@libero.it


COMUNICATO STAMPA


Imminente in libreria, Il “primato” del Regno delle Due Sicilie, di José Mottola, con Postfazioni di Alessandro Barbero e Gianfranco Liberati

IL LIBRO
Oltre mezzo secolo fa si affacciarono nella narrativa e pubblicistica del Mezzogiorno i “primati del Regno di Napoli“, dalla prima ferrovia italiana alla prima nave a vapore, passando per il primo ponte sospeso in ferro. Negli ultimi anni la tematica si è ampliata fino ad abbracciare la tesi della prosperità del Sud sotto l’Antico Regime, sostenuta  da diverse voci, per lo più fuori o contro la storiografia tradizionale.
Questo libro indaga sui primati rivendicati,  esaminando aspetti fondamentali del Mezzogiorno prima dell’Unità ­ – dalla politica all’economia, dallo spirito pubblico all’istruzione – e, alla luce del pensiero meridionalista risalente a Francesco Saverio Nitti, mette a fuoco le criticità post-unitarie denunziate in relazione ad emigrazione e brigantaggio sulla falsariga dell’asserito dilemma inflitto alle popolazioni meridionali: “Briganti o emigranti”.
L’autore segnala infine facce attuali della poliedrica questione meridionale, alcune delle quali  presentatesi come parte della soluzione anziché del problema.

L'AUTORE
José Mottola, autore di diversi saggi storici e biografici ancorati alle vicende del Mezzogiorno in età tardo-moderna e contemporanea, ha pubblicato per lo stesso editore Fanti e briganti nel Sud dopo l’Unità (2012).


José Mottola, Il “primato” del Regno delle Due Sicilie, con Postfazioni di Alessandro Barbero e Gianfranco Liberati, pagine 160, € 13,00 - ISBN 978-88-8349-194-1

martedì 23 settembre 2014

PUGLIA BAROCCA / / / Recensione apparsa su "La Gazzetta del Mezzogiorno" del 27 settembre 2014, a firma di Pasquale Tempesta


CHE SUD FA
UNO STUDIO DI MARIO CAZZATO
Di Pasquale Tempesta

Barocco pugliese
Barocco, un patrimonio da salvare. Non soltanto nel Leccese ma in tutta la regione, dove non mancano esemplari notevoli di costruzioni, civili e religiose, realizzate in questo «trionfale» stile architettonico affermatosi in particolare a partire dal Seicento. A sottolinearlo è Mario Cazzato, autore di un centinaio fra libri, guide e saggi sull’argomento, con il volume Puglia barocca (Capone Editore, pagine 136, € 18,00) che rappresenta una vera e propria rassegna delle costruzioni realizzate, appunto in questo stile da molti ritenuto fin troppo ampolloso e magniloquente, ma che ha un suo particolare fascino.
Ovviamente, nulla e nessuno possono contestare a Lecce un patrimonio ed un primato che sono nei fatti. Tuttavia – come osserva l’autore ­– esemplari notevoli di questo stile architettonico non mancano nell’intera Puglia. Accanto a quelli di Lecce, vanno infatti citati esemplari insigni come la cattedrale di Gallipoli, la chiesa di San Domenico in Nardò, e altri edifici, religiosi e non, a Galatone, a Corigliano. Rimanendo sempre nel Salento, ma spostandosi nelle vicine province di Brindisi e Taranto, occorre soffermarsi su esemplari edifici dei capoluoghi, ed ancora su quelli di Martina Franca, Castellaneta, Francavilla Fontana e via di seguito.
Anche se è opportuno sottolineare il fenomeno di quella che alcuni hanno definito la prima «riscossa antibarocca», caratterizzata da un vero e proprio «ripensamento» intellettuale, culturale e architettonico del puro stile rococò.
Fenomeno questo ancor più accentuato in Terra di Bari e nel Foggiano dove va sviluppandosi la «moda» (si fa per dire) delle guglie barocche in onore dei santi o in ricordo di eventi particolari con splendidi esemplari in tutta la regione. Segnalabili, fra gli altri, quelli di Mola (Palazzo Alberotanza); di Bitonto (un altare nella Chiesa di San Gaetano e la guglia dell’Immacolata); di Monopoli (la cattedrale); di Bari, il Seminario. Per quanto riguarda la Capitanata, si può addirittura parlare del cosiddetto «tardo barocco» in cui all’ispirazione architettonica iniziale si aggiunge uno slancio evolutivo, segno di una renovatio, un cambiamento stilistico epocale ormai non più rinviabile.

lunedì 4 agosto 2014

FERITE APERTE / / / Recensione apparsa su recensionilibri.org a firma di Krauss

Ferite aperte:

le tante cause del divario postunitario del Mezzogiorno


Una guerra tra ultimi, quella tra i comuni certamente poveri ma popolosi e quelli oggettivamente piccoli ma solo presumibilmente poveri. I primi erano quasi tutti nel Mezzogiorno e la miseria la conoscevano davvero. Quelli con meno di mille abitanti caratterizzavano il Nord, specie la Lombardia e la povertà spesso non li toccava più di tanto. In genere, anche i municipi del Centro e del Lazio avevano pochi abitanti, capitale a parte. Quello della guerra tra poveri – parliamo degli ultimi decenni del ’900 – è un nuovo profilo della querelle sempre attuale tra Nord e Mezzogiorno d’Italia.
Un nuovissimo saggio, proposto da una casa editrice salentina, la leccese Capone e da un ricercatore pugliese, Angelo Panarese, già sindaco di Alberobello, in provincia di Bari, ha il merito di fornire una prospettiva inedita tra i suoi svariati approcci alla questione meridionale.
È il divario dei finanziamenti pubblici post unitari che ha allargato il solco, mai più colmato, tra Centro-Settentrione e Sud, aggiungendosi alle cause classiche che pure vengono ampiamente trattate in questo volume: Ferite aperte. Il crollo del Regno delle Due Sicilie, Capone Editore, di Cavallino (Lecce), 176 pagine 13 euro.
Secondo un quadro riassuntivo, solo poche regioni ottennero grandi risorse in quell’Italia che stava diventando un grandissimo cantiere aperto. La spesa media nel quinquennio 1994-98 riconosce alla Lombardia 32,97 lire per abitante, al Piemonte 29,71, al Lazio addirittura 93 e ben 71 alla Liguria. Di contro, Basilicata e Abruzzo Molise non raggiunsero neanche 9 lire per ogni cittadino, Sicilia e Sardegna si fermarono a poco più di 19, Puglia 12,54, Calabria 11,26. In controtendenza la Campania, che sale a 33 lire per residente, più dei fondi ripartiti nell’area padono-veneta. Così le altre: Veneto 21, 90, Toscana 37,56, Emilia Romagna 20,78, Marche 17,59, Umbria 14,81.
Lo Stato italiano assunse funzioni imprenditoriali dirette e sollecitò attività pubbliche come mai in precedenza avevano fatto i tanti governanti preunitari, anche nel Nord austriacante. Due leggi furono fondamentali nell’approfondire il divario, quella del 1876 che appunto aiutava i comuni con una popolazione inferiore a mille abitanti e la “Coppini”, del 1886, che introducendo l’istruzione elementare obbligatoria a carico dei Comuni, stabiliva il concorso dello Stato solo a determinate condizioni. Nell’uno e nell’altro caso, i centri del Nord riuscirono a far interpretare la scarsità di popolazione a loro vantaggio, come indice di bisogno, nonostante i redditi medi più elevati. Quelli del Sud, generalmente molto popolosi ma realmente arretrati, restarono al palo. E non andò meglio nell’edilizia scolastica.
A questi fattori di ritardo endemico e ulteriormente ignorato da leggi che avrebbero voluto correggerlo ma furono efficaci esattamente al contrario, si associarono tantissimi altri, tra i quali Panarese mette in risalto i profili economici, che incisero sul sottosviluppo delle regioni meridionali accanto a quelli sociali e storico-militari del brigantaggio meridionale, ampiamente investigati. Più che nella “piemontesizzazione” forzata del Mezzogiorno, queste cause di ritardo derivano dall’affermazione di una scala di valori capitalistici internazionali che prese a caratterizzare l’economia europea proprio negli ultimi quarant’anni del 1800. Il Nord (la pianura padana, in particolare), recependo l’esigenza di una rapida industrializzazione, si inserì nella mini-globalizzazione che si realizzò in quell’epoca su scala europea. Il Mezzogiorno agrario non entrò invece nello scenario dell’economia continentale e ricevette un colpo di grazia dal protezionismo doganale che avrebbe dovuto tutelare le merci, ma che si rivelò fatalmente controproducente. Provocò da un lato la dipendenza totale dall’esterno per l’acquisto di prodotti industriali sempre più cari e indisponibili in loco, per la mancanza di aziende nel Sud. Dall’altro, l’aumento dei prezzi, conseguente anche all’imposizione di dazi finì per sottrarre mercati e competitività all’agricoltura meridionale. Che non si riprese.
Colpa del Nord? Certo. Governo unitario miope? Non c’è dubbio, ma la classe dirigente meridionale dell’epoca fu miope e ottusa, oltre che gattopardesca, come denunciato da Tomasi di Lampedusa, non certo da un nordista. Avrebbe dovuto fare autocritica e correre ai ripari per tempo, ma non lo fece. Il solco diventò più profondo e l’Europa si fece già allora più lontana.
Industrializzazione mancata, ritardata. Ignorata dagli stessi meridionali. Sarà un caso che a cavallo del ’900 le aziende e le imprese di molte città meridionali avevano ragioni sociali e proprietari stranieri? Cognomi svizzeri, inglesi, austriaci, francesi. Materia da approfondire, se non è stato già fatto.



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