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La CAPONE EDITORE, fondata nel 1980, pubblica libri legati alla storia del Mezzogiorno e all’area mediterranea, riservando molto spazio ai volumi di storia antica, archeologia, cartografia e ai rapporti tra l’Italia e le civiltà mediorientali. Notevole in questi ultimi anni l’attenzione riservata alle guide turistiche in lingua italiana e straniera su molte città e significativi monumenti storico-artistici della Puglia e dell’Italia centro-meridionale.
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martedì 17 luglio 2018
"Racconti dal Salento" e "Ugarit. La nascita dell'alfabeto" / / / Recensioni a firma di Felice Laudadio apparse su 'Pentagrammi' di giugno 2018
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venerdì 26 maggio 2017
Mesopotamia e Mediterraneo antico. Le origini della navigazione, recensione a firma di Felice Laudadio apparsa su "Pentagrammi" dell'11 aprile 2017
Mesopotamia e Mediterraneo antico
Le origini della navigazione
di
Felice Laudadio
Guerre
sul mare e azioni di pirateria già nell’Età del Bronzo, intere civiltà
travolte dai migranti nel mare Nostrum: uno scenario tutto da leggere nel
saggio di storia antica del prof. Massimo Baldacci, delle Università
dell’Aquila, di Roma Tor Vergata e Stoccarda. Il titolo è «Le origini della navigazione.
Mesopotamia e Mediterraneo antico», ed è pubblicato dalle Edizioni Capone di
Lecce (gennaio 2017, 192 pagine).
Tarda
età del Bronzo, parliamo del 1500-1200 avanti Cristo, quando alcune delle
maggiori entità politiche mediterranee dell’epoca andarono incontro a un
rapido declino e scomparvero: Ugarit, Micene, l’impero ittita. Altre, come
l’impero egizio, dovettero ridimensionarsi, abbandonando alcuni territori
precedentemente occupati. Tra le cause della crisi di fine Bronzo vanno
segnalate le migrazioni dei Popoli del mare, le cui origini sono da ricercare
in tutto il bacino del Mediterraneo: Sardegna, Balcani, coste anatoliche,
Egitto e Libia. Erano gruppi di mercenari, disertori, ammutinati e rifugiati,
che cercavano di sopravvivere dedicandosi ad azioni di pirateria e depredando
le zone costiere. Il loro impatto sui territori raggiunti portò al collasso i
sistemi politico-economici e ideologici fino ad allora prevalenti. Tanti i
fattori di destabilizzazione: l’apertura di nuove rotte commerciali, che faceva
declinare i mercati precedenti, i rovesci economici, la pirateria marinara e
terrestre, che vampirizzava le coste, la comparsa sulla scena di nuovi
consistenti. E tutte queste concause, del tracollo di vecchie società
politiche, e dell’affermazione di nuove, si dovevano al perfezionamento della
nave, lo straordinario manufatto complesso che consentiva gli spostamenti, i
trasporti e le incursioni. La più antica notizia dell’attività di pirati è
negli annali del faraone Tutmosi III (1475 a.C.): recano due battelli di grande
stazza, carichi di bottino, inclusi schiavi di entrambi i sessi. Le popolazioni
del Golfo Persico usavano imbarcazioni di canna fin dal neolitico,
seimila-quattromila anni prima di Cristo: nei siti archeologici sono state
trovate lische di pesce, e quindi la pesca in mare doveva già essere
praticata. I natanti raggiungevano le coste della Terra dei Fiumi (Tigri ed
Eufrate), trasportando le ceramiche del Golfo, ritrovate nel meridione
mesopotamico. E l’ipotesi che la rapida espansione del commercio navale sia
legata alla nascita della scrittura non è una novità. Due o tre dei
pittogrammi del proto-cuneiforme di Uruk raffigurano una nave, a dimostrazione
che il mezzo di trasporto era conosciuto intorno al 3200 a.C.
In
questo contesto si inserisce anche l’Italia. La scoperta, nel 1880, di due
giare micenee, nei dintorni di Brindisi, testimonia i contatti egei con il
Mezzogiorno adriatico e ionico. A partire dal XIV secolo a.C., si verificò un
notevole incremento dei contatti via mare nel Mediterraneo, con il diretto
coinvolgimento anche della penisola. Le importazioni dall’Egeo conobbero un
incremento di scambi, e i mercanti ciprioti si aggiunsero ai micenei. In questo
periodo, le coste della Puglia si popolarono a scapito delle zone più interne.
Erano ricche di approdi naturali, e quindi adatte sia alla navigazione che alla
difesa. È̀ possibile che sul popolamento abbia influito l’intensificarsi dei
traffici marittimi, non solo con l’Egeo e il resto del Mediterraneo, anche con
le coste balcaniche, che consentivano l’accesso all’Europa centrale, ricca di
materiali pregiati.
L’ambra,
di provenienza baltica, ma molto apprezzata nei mercati egei e del Levante,
alimentò intensi commerci internazionali via mare. Di converso, l’industria
metallurgica e l’artigianato dell’Italia ionica si avvantaggiarono delle
importazioni egee di metalli di non facile reperibilità, e delle relative
tecnologie produttive. Il Mediterraneo divenne l’autostrada della civiltà: gli
scambi merceologici favorirono contatti e conoscenze tra i popoli, e le navi si
prestarono a trasferire merci, ma anche culture, linguaggi, tradizioni, miti.
Viaggiando per mare, manufatti e prodotti tipici di siti orientali raggiunsero
e contaminarono l’occidente europeo, a cominciare dal Sud mediterraneo. I nuovi
materiali e le tecniche di produzione vennero acquisiti dalla manodopera
locale, adattati, reinterpretati, rielaborati e, spesso, migliorati. Si può
dire che il verificarsi di una sorta di prima globalizzazione mondiale – sia
pure ristretta nei confini del mondo allora conosciuto – abbia consentito di
superare la crisi epocale della Tarda Età del Bronzo, di cui si è parlato in
precedenza.
Si
è trattato di una globalizzazione culturale e commerciale, che viaggiò a
bordo del primo medium che consentì di valicare grandi distanze: la nave, che,
seppure più pesante dell’acqua, solcava le onde del Mediterraneo senza
affondare, grazie al galleggiamento consentito dal Principio di Archimede (ogni
corpo immerso in un fluido riceve una spinta dal basso verso l’alto uguale al
peso del volume del fluido spostato). E dire, però, che il matematico di
Siracusa (287-212 a.C.) era ancora ben lungi dal nascere.
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giovedì 27 aprile 2017
Il mito e la storia nelle "Novelle popolari salentine" / / / Recensione a firma di Felice Laudadio apparsa su Pentagrammi
Il mito e la storia
nelle Novelle popolari salentine
di Felice Laudadio
Deve moltissimo
ai concittadini: nel testo «Novelle popolari salentine» (Capone editore, Lecce,
2016) l’autore, il tavianese Giuseppe Cassini, apre i suoi brevi ringraziamenti
con la sincera riconoscenza per i compaesani, soprattutto quei contadini che
hanno avuto la pazienza, ma anche il piacere, di raccontargli molte delle
leggende e delle vicende narrate.
Giuseppe
Cassini è nato e vive a Taviano (Lecce). Insegnante e poi dirigente (è stato
presidente provinciale dell’Associazione nazionale dirigenti scolastici, oltre
che amministratore comunale), ha pubblicato brevi saggi di didattica e politica
scolastica, due raccolte di scritti sulla multicultura a scuola e sulla
sperimentazione dell’autonomia, nel 2003 e nel 2007. Successivamente, si è
dedicato alla valorizzazione delle tradizioni del Salento, e la ricerca lo ha
portato alla redazione di queste novelle, che segnano il suo esordio nella
narrativa.
Pur
essendo il prodotto di una brillante fantasia, questo lavoro si basa proprio
sulla salentinità diffusa e sulle fonti popolari locali. È il settimo titolo
della collana, edizioni Capone, «La terra e le storie», diretta da Antonio
Errico e Maurizio Nocera, che firmano rispettivamente la prefazione e la
postfazione. Le illustrazioni di Mario Venneri arricchiscono e commentano i
testi.
E dire
che le favole non esistono. Ricordate Giambattista Vico? L’autore lo
cita nella presentazione delle novelle. Per il filosofo napoletano, il mito -
medium attraverso il quale i popoli antichi esprimevano la propria cultura -
non era né solo leggenda né solo verità raccontata in forma fantastica.
Conteneva pezzi di storia e di vita degli uomini, oltre a risentire delle
dinamiche sociali delle comunità di allora.
Niente
paura, Cassini rassicura grandi e piccini: l’affermazione vichiana potrebbe non
essere universalmente valida. Tuttavia, riconosce, lo è certamente
per le novelle di questa raccolta, che restano saldamente legate alla vita
vissuta anche le poche volte che assumono la forma della fiaba o della favola.
Il
volumetto delle novelle (136 pagine) è diviso in due parti, due realtà molto
diverse tra loro, ma allo stesso tempo molto simili e di fatto consequenziali,
due facce della stessa medaglia.
La prima
parte è costituita da ventiquattro novelle, di contenuto verista, verismo
rusticano, che interpreta il vissuto, i sentimenti, il modo di porsi, di
contadini, braccianti, umili lavoratori agricoli. Questi racconti, episodi,
indovinelli, di origine contadina, sono strettamente collegati alla realtà
quotidiana e non presentano contenuti/aspetti magici e favolistici, semmai
moralistici, in qualche modo pedagogici, e alla fine risultano spiritosamente
ma bonariamente critici con preti e padroni.
Nella
seconda parte, «La Congrega della comare Tetta», protagoniste sono le donne, addette
alla cura della casa più che alla fatica nei campi. Il punto di vista è quindi
quello delle mogli dei contadini, tutte casa, Chiesa e raccolto. E non solo.
Toccavano a loro anche le incombenze domestiche, la cura dei figli e degli
anziani, la filatura di lana e cotone, la tessitura, i lavori di supporto
all’economia agricola (la trasformazione e conservazione dei prodotti della
terra e quant’altro).
Concretezza
contadina contro immaginazione, due mondi completamente diversi, nonostante
agissero nello stesso contesto. Nella narrazione agreste predominano la terra,
gli elementi primordiali e accenni di sapienza arcaica, mentre nella sfera
casalinga si scivola nel magico, nel mistico e nel soprannaturale, in un
sommarsi di streghe e incantamenti, di anime del Purgatorio e di contatti con
l’Aldilà. La realtà, la cronaca, erano affidate infatti, nel mondo femminile,
al pettegolezzo, che, per essere intensamente vissuto, abbisognava di essere
ampliato e infiorato di fantasticherie e di congetture. Ma Giuseppe Cassini
non è affatto ingeneroso con le donne, riconosce in loro una solida
concretezza, manifestata nelle incessanti cure della casa, che gravavano
interamente sulle loro spalle, tanto da renderle le autentiche colonne
dell’organizzazione familiare. Le fantasticherie e il soprannaturale,
insomma, servivano solo come svago, sebbene fossero una realtà intensamente
vissuta e accettata.
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