venerdì 13 luglio 2012

Raffaele Nigro, "Ascoltate, signore e signori. Ballate banditesche del Settecento meridionale", con prefazione di Valentino Romano, Capone Editore 2012


Raffaele Nigro, Ascoltate, signore e signori. Ballate banditesche del Settecento meridionale, di Raffaele Nigro, con Prefazione di Valentino Romano








Pagine 200, € 16,00
ISBN: 9788883491665



IL LIBRO
Nell’era del cinema, della televisione e di Internet diventa uno sbiadito ricordo il cantastorie che, fino agli anni Cinquanta del secolo scorso, girovagava per paesi e villaggi sperduti a raccontare storie d’amore e di violenza, fatti di cronaca nera e vicende brigantesche, dinanzi a piccole folle che, a bocca aperta e con gli occhi spalancati, stavano lì ad ascoltare.
È tradizione antica, quella del narrare per strada vicende, le più diverse, a volte vere, spesso verosimili, non di rado inventate di sana pianta, sempre, comunque, ammiccanti per suscitare curiosità in chi, dopo le fatiche quotidiane, amava ascoltare di fatti di sangue e d’amore, d’ingiustizie subite e vendette consumate con efferatezza.
Sui briganti, di storie, se ne sono raccontate un’infinità e, quasi tutte, tramandate, per secoli, di bocca in bocca, almeno sino a quando non sono comparsi i primi fogli a stampa che raccoglievano tutto ciò che i cantastorie recitavano sulle piazze e per strada...
Parte da qui il volume nel quale si raccolgono canti, strambotti, rapsodie, ballate sui briganti che, prima e dopo i Borbone di Napoli, hanno lasciato il segno nelle vicende del Mezzogiorno d’Italia.
Un libro dal quale non si può prescindere se si vuole comprendere meglio il nostro passato.

 L’AUTORE
Raffaele Nigro (Melfi, 1947), è caporedattore presso la sede Rai della Puglia. Oltre ad alcuni  testi teatrali portati in scena dal gruppo Abeliano e da Giorgio Albertazzi, ha pubblicato numerosi  saggi sulla letteratura del Mezzogiorno, romanzi e raccolte di racconti, tra cui I fuochi del Basento, (premi Supercampiello e Napoli, 1987), La baronessa dell’Olivento (1991), Ombre sull’Ofanto (premio Grinzane Cavour),  Adriatico, (1996), Diario mediterraneo (premio Cesare Pavese, 2002), Viaggio a Salamanca(2002), Malvarosa (premi Biella, Mondello, Flaiano, Selezione Campiello, 2005), Santa Maria delle Battaglie  e Fernanda e gli elefanti bianchi di Hemingway (2010). Tra le opere di saggistica ricordiamo Francesco Berni (1999), Burchiello e burleschi (2003) e Giustiziateli sul campo. Letteratura e banditismo da Robin  Hood ai giorni nostri (2007). Per il cinema ha scritto con Sergio Rubini la sceneggiatura del film Il Viaggio della sposa e con Cosimo D. Damato La luna del deserto.  I suoi romanzi sono tradotti in molte lingue.


Disponibile dal 20 luglio

Per acquistare l'e-book: http://digital.casalini.it/9788883491665

Estratto scaricabile gratuitamente

Lorenzo ed Enrico Capone, "Il Salento da Ostuni a Leuca. Dal mare all'entroterra delle province di Brindisi, Taranto e Lecce", Capone Editore 2012


Lorenzo ed Enrico Capone, Il Salento da Ostuni a Leuca. Dal mare all'entroterra delle province di Brindisi, Taranto e Lecce, Capone Editore 2012 


Pagine 160 € 12,00
ISBN: 978-88-8349-164-1




La pubblicazione accompagna il viaggiatore nel Salento storico, quello che per molti secoli è stato denominato Provincia di Terra d’Otranto che, bagnato a est dall’Adriatico e a ovest dallo Ionio, comprendeva la parte più meridionale della Puglia.

L’itinerario inizia da Ostuni, “la città bianca” per antonomasia. Subito dopo si descrive, sia pure sommariamente, il territorio circostante contrassegnato da un paesaggio fortemente antropizzato nel quale si alzano migliaia di costruzioni trulliformi tra vigneti, ciliegeti, mandorleti e uliveti.
Segue una veloce e puntuale informazione sui tesori della Valle d’Itria, di Alberobello e di Martina Franca.
Procedendo in direzione sud, si illustrano, poi, le bellezze paesaggistiche e quelle storico-artistiche delle città e dei principali centri, piccoli e grandi, delle attuali province di Brindisi, Taranto e Lecce. 
Particolare attenzione si riserva ai tanti preziosi monumenti sparsi in tutti gli angoli del territorio (cripte, siti archeologici, chiesette, masserie, castelli, ecc.) che fanno parte della millenaria storia di questo estremo lembo d’Italia, che, posto nel cuore del Mediterraneo, è stato attraversato per millenni da popoli dalle culture  più diverse.
Il viaggio si conclude nel basso Salento che, con  Punta Palascia, il luogo più orientale d’Italia, e il faro di Leuca, posto sulla punta più meridionale della penisola, segna quelli che per molti, in antico, erano i confini della Terra. 




















lunedì 18 giugno 2012

Angelo Panarese, "Storia del Regno di Napoli. Un confronto con Benedetto Croce", Capone Editore 2012




Angelo Panarese, Storia del Regno di Napoli. Un confronto con Benedetto Croce, Capone Editore 2012 


Pagine 168 € 13,00,
ISBN: 9788883491658



Il Libro
In questi ultimi anni c’è stata una rinascita e un interesse particolare del grande pubblico sui temi della storia del Mezzogiorno. 
Ciò è dipeso, dalla celebrazione dei centocinquanta anni dell’Unità d’Italia e dalla pubblicazione di molte opere che fanno un bilancio problematico e critico del come è avvenuta l’Unità d’Italia e di quanto il Mezzogiorno sia stato dipendente e subalterno al Nord nel processo di sviluppo. Senza dimenticare, inoltre, le stragi, e le violenze, perpetrate dall’esercito piemontese a Pontelandolfo e a Casalduni durante l’ultimo anno del governo di Francesco II, ed, infine, il Brigantaggio, che fu autentica guerra sociale, che si diffuse nel Mezzogiorno d’Italia dal 1861 al 1865. 
Tutti temi che hanno alimentato una maggiore conoscenza delle problematiche del Sud e una più profonda consapevolezza dei limiti storici del processo di unificazione italiana. È proprio per questa ragione che è opportuno rileggere criticamente la Storia del Regno di Napoli di Benedetto Croce, che ripercorre la vicenda storica del Mezzogiorno dal 1282, data dello scoppio della Guerra del Vespro, al 1861, momento della sua caduta definitiva. 
Ripartire da questa grande opera, significa, da una parte, assumere un atteggiamento critico rispetto a molte formulazioni crociane, dall’altra, fare i conti con il nucleo fondamentale della sua concezione.

L’Autore
Angelo Panarese, laureato in Lettere e Scienze Politiche, è insegnante di Scuola media superiore.
Sindaco della città di Alberobello dal 1994 al 2001, è autore di: La devianza minorile: il caso Puglia 1976-1986. Economia, Sociologia, Diritto (Bari,1988); Felicità e cittadinanza nella teoria politica di Aristotele (Manduria,1993); Dal riscatto feudale al riconoscimento di Alberobello come patrimonio dell’umanità (Alberobello, 2000); Filosofia e Stato (Lecce, 2005); I tre Poteri (Bari, 2008); Donne, giacobini e sanfedisti nella Rivoluzione napoletana del 1799 (Bari, 2011).

venerdì 18 maggio 2012

Nino Lavermicocca, "Puglia bizantina. Storia e cultura di una regione mediterranea (876-1071)", Capone Editore 2012

Mottola, cripta di San Nicola, Cristo Pantokrator
Nino Lavermicocca, Puglia bizantina. Storia e cultura di una regione mediterranea (876-1071), pagine 168, € 17,00 - ISBN: 978-88-8349-163-4


Il libro: La più orientale fra le regioni d’Italia, bizantina per vocazione storico-culturale, la Puglia riscopre le sue antiche radici e la tradizionale appartenenza identitaria ed etnica nel cuore del Mediterraneo, sulle sponde del Bosforo, nella mitica capitale dell’altra parte del mondo, Costantinopoli, da cui le vennero date lingua, culti, costumi, merci, letteratura, arte, tradizioni e feste. E come lucente specchio, essa riflette tuttora quel mondo antico, paesi, cattedrali, chiese rupestri, affreschi, avori, smalti, oreficerie, codici miniati, pergamene, reliquie di santi e stauroteche, custodite gelosamente, come faville di un fuoco sacro – il fuoco greco – alimentato perennemente dalla comune consapevolezza di conservare l’afflato di una civiltà e cultura insuperate, che incorona, con l’oro di Bisanzio, la regione dall’uno all’altro promontorio, dal Gargano adriatico a Leuca ionica ed egea.



L'Autore: Nino Lavermicocca è nato a Bari il 16.10.1942. Laureatosi in Lettere classiche presso l’Università di Bari, ha frequentato la Scuola Speciale per Archeologi Medievali dell’Università di Pisa e l’Ecole Pratique des Hautes Etudes en Sciences Sociales di Parigi. Ha anche trascorso 1 anno presso il Dumbarton Oaks Center for Byzantine Studies di Washington. Dal 1967 al 1980 ha svolto attività di ricerca e di didattica tenendo seminari, lezioni ed esercitazioni presso l’Istituto di Storia dell’Arte e l‘Istituto di Letteratura Cristiana Antica dell’Università di Bari, collaborando a scavi ed esplorazioni e partecipando con comunicazioni e relazioni a numerosi convegni nazionali ed internazionali.
Dall’1.10.1980, con la qualifica di Direttore Archeologo  presso la Soprintendenza Archeologica della Puglia, è stato responsabile del settore medievale della Regione e condotto scavi programmatici ed esplorazioni di archeologia medievale. Promotore di Mostre allestite dalla Soprintendenza Archeologica e dal Museo Archeologico di Bari, di attività didattiche, Itinerari Turistico-Culturali e  numerosissime iniziative culturali,  ha al suo attivo numerose pubblicazioni.
Attualmente svolge attività di studio e ricerca come libero professionista.












mercoledì 16 maggio 2012

Presentazione a Lecce di "Papere, papaveri e paradossi" di Gualtiero della Fonte



Sarà presentato venerdì
a Lecce
Papere papaveri
e paradossi
di Gualtiero Della Fonte pubblicato da Capone

Sarà presentato venerdì 18 maggio, alle ore 19,30, a Lecce, presso il Museo Faggiano in via Ascanio Grandi 56/58 (entrando nel centro storico da Porta San Biagio la seconda stradina a destra), il volume “Papere, papaveri e paradossi” di Gualtiero Della Fonte, illustrato da Nello Sisinni e pubblicato dalla Capone Editore.
A presentare il volume, le cui vendite andranno parzialmente a beneficio di TeleThon, saranno i professori Valeria Naviglio e Maurizio Nocera.
Gualtiero della Fonte, più noto come Walter, è un commercialista di Racale che si cimenta per la prima volta con il mondo della scrittura raccontando con brio, come già anticipa il titolo, frivolezze e fatti di vita realmente accaduti. Non mancano riflessioni sui grandi temi che riguardano la guerra, la fame nel mondo, la pochezza della nostra presenza sulla faccia della terra, il mondo della politica, la caduta di molti valori (la famiglia, il rapporto padri-figli, l’educazione scolastica, etc.) ai quali eravamo strettamente legati sino a ieri. Quel che colpisce dell’autore è la capacità espressiva, una tecnica quasi studiata per coinvolgere il lettore sin dalle prime battute.
Lecce 15 maggio 2012

lunedì 7 maggio 2012

Fanti e briganti nel Mezzogiorno postunitario, di Felice Laudadio jr su Repubblica


Layout 1 di Felice Laudadio jr.
Non c’era da scherzare coi fanti e tanto meno coi briganti, dopo l’unità d’Italia. Da lasciare stare gli uni e gli altri, che a misurarli oggi non si sa ancora quali fossero i buoni e quali i cattivi. Troppo facile tirare una linea sulla lavagna e comunque si sbaglierebbe, sia a considerare combattenti per la libertà gli insorgenti meridionali e massacratori gli “italiani” quanto, al contrario, a giustificare gli eccessi della repressione sabauda e criminalizzare la condotta brigantesca. Torti e ragioni non stavano da una parte. La celebrazione del 150° dell’unità, con la lettura condivisa impressa dal presidente Napolitano, ha messo fuori gioco le punte estreme di due schieramenti che animano contrasti bipolari tra le fonti storiografiche. Filounitari contro neoborbonici. Gaetano Salvemini definiva “ciclopica” l’opera governativa di consolidamento dell’unificazione nazionale. I revisionisti riservano invece fiumi d’inchiostro alle stragi ad opera dei soldati: a cominciare dalla spedizione punitiva di Pontelandolfo, nel Matese, primo grave episodio. Il 14 agosto 1861, col ferro, col fuoco e con qualche barbarie di troppo i bersaglieri vendicarono l’eccidio di 45 dei loro: i cittadini vennero sorpresi nel sonno, le chiese assaltate, le case saccheggiate poi incendiate con chi ancora vi dormiva. In alcuni casi, si attese che i civili uscissero dalle abitazioni in fiamme per sparare loro appena allo scoperto. Lo ha raccontato Carlo Margolfo, uno dei militari che parteciparono.
Ma se la storia deve essere collezione di fatti, secondo la lezione di Vincenzo Cuoco, ecco sùbito la faccia opposta di un dramma insanguinato nel quale vittime e carnefici si scambiavano i ruoli. Lo storico acquavivese Antonio Lucarelli, nel suo classico sul brigantaggio meridionale, ricostruisce l’ingresso della banda del Sergente Romano a Gioia del Colle, nell’estate 1861, a un anno dall’impresa dei Mille. L’irruzione scatenò la violenza dei lealisti borbonici e fu caccia spietata ai liberali, voluttà selvaggia del sangue, più forte di ogni umanità. Le più furenti eccitatrici di rovina sono le donne, aggiunge. Marianna,capeggiando una frotta di scapigliate megere, agita un fazzoletto bianco: viva Francesco II, abbasso Vittorio. Rosa brandisce una falce. Angela incita la folla con urla selvagge. Nelle strade si fa scempio di cadaveri. Caterina, moglie di un fuoriuscito, imbeve il pane nel sangue del garibaldino Vincenzo Pavone e lo mastica, davanti alla folla plaudente. Anche Margherita intinge le dita. Troppo sangue. La reazione dei piemontesi sarà altrettanto feroce, sia pure con meno eccessi.
Chi ritiene di assolvere militari o scampaforche dal peccato, scagli la prima pietra, altrimenti scelga l’interpretazione equilibrata di quel periodo proposta nel volume “Fanti e briganti dopo l’unità”, novità Capone (Lecce), 144 pag. 12 euro, da Josè Mottola, giuslavorista del foro barese a suo agio tra i documenti storici. La tesi? Non solo vittime i soldati, ma neanche carnefici spietati di gusto. Né resistenti ideologicamente motivati, ma nemmeno criminali e basta i briganti postunitari. Non trasfiguriamo questi ultimi in partigiani, perché tradiremmo il significato del percorso unitario, ma neppure è il caso di condannarli acriticamente, sarebbe come fucilarli sul campo ancora una volta. Il paradosso è che la plebe “non si batteva per la libertà ma per la conservazione”, scrive Lucarelli, mentre i soldati rappresentavano uno Stato più avanzato di quello borbonico, più “democratico”, di stampo europeo. Non ci si lasci fuorviare, infatti, da chi farnetica del Mezzogiorno preunitario come un’isola felice, sommersa dallo tsunami sabaudo: è consolatorio ritenere che sotto i Borboni il Sud fosse un eden e non la plaga arretrata e feudale che era, malgovernata da un regime paternalistico e alla mercè di un ufficialato fellone. Le masse contadine dalla Sicilia alla Puglia appoggiarono Garibaldi, po la piemontesizzazione forzata – colpa storica imperdonabile – si aggiunse a ravvivare il brigantaggio, endemico nel Mezzogiorno, alle componenti dellamiscela esplosiva che Mottola indica nel legittimismo borbonico, nell’appoggio della gerarchia ecclesiastica reazionaria, nello scioglimento degli eserciti napoletano e garibaldino, che lasciò nelle strade migliaia di sbandati e nella leva obbligatoria, che provocò la renitenza.
Non è singolare che contro l’unificazione si schieri ferocemente anche la storiografia leghista? Opposti su tutto, il Settentrione separatista e il Sud neomeridionalista si ritrovano uniti nella strenua difesa del ribellismo postunitario. Basterebbe questo per prendere le distanze da un’apologia del presunto partigianato brigantesco (non evitavano di depredare nemmeno quei contadini in nome dei quali oggi si dice combattessero). E’ curioso anche che i commentatori progressisti piangono allo stesso tempo i patrioti liberali della Repubblica Romana, sterminati dai francesi in nome del Papa Re e il popolo meridionale antiliberale, che tre lustri dopo voleva rimettere sul trono i Borboni sostenuti dal Papa, guarda un po’, per giunta lo stesso del 1849: Pio IX.
Ancora Lucarelli sostava che la plebe non aveva ideali moderni, era ribellista e conservatrice, antiborghese per difendere gli usi civici e i terreni demaniali. Altro errore sabaudo: lasciare che borghesi rampanti e i possidenti mettessero le mani e i titoli di proprietà su aree che per il popolo minuto costituivano una modesta forma di sostentamento, se non altro per fare legna.
A giudizio di Valentino Romano, nelle conclusioni, Josè Mottola ha il merito, attraverso una documentata e articolata ricerca, di fare il quadro dello scontro nella Puglia e nelle Murge tra briganti ed esercito. Il caso Puglia è paradigmatico di quello più ampio di tutto il Sud: convivono infatti nel brigantaggio pugliese, come in tutto il brigantaggio postunitario, personaggi motivati da grandi idealità e individui sospesi tra la patologia criminale pura e la delinquenza da pollaio; così come tra i fanti si possono osservare atteggiamenti e sensibilità contrastanti e contrapposti. Ma è proprio nella coesistenza di tali contraddizioni che può esserci una delle chiavi di lettura del ribellismo postunitario delle classi subalterne e della sua repressione: tutti protagonisti e comparse di una rappresentazione tragica sul proscenio delle nostre terre.E proprio l’ammissione dell’esistenza, nei fatti d’arme e nelle stanze del palazzo, di anime e motivazioni diverse può essere il primo punto di condivisione dal quale partire per un’analisi serena e pacata che tenga lontano il tifo da stadio e gli eccessi tribunizi delle diverse scuole di pensiero.




da http://libri-bari.blogautore.repubblica.it/2012/05/05/fanti-e-briganti-nel-mezzogiorno-postunitario/