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mercoledì 21 febbraio 2024

È disponibile "Brigantaggio meridionale (1806 - 1863)" di Tommaso Pedìo




Fu il brigantaggio un movimento politico e reazionario o una rivolta dei diseredati e dei vinti?

È la domanda che si pone Tommaso Pedìo – tra ì più noti ed autorevoli storici del Mezzogiorno – in questo volume che ha il pregio di raccontare fatti ed esaminare documenti con una chiarezza espositiva raramente riscontrabile in chi, per una vita, ha frequentato le aule universitarie.

“Fu movimento politico – scrive Pedìo nell’Introduzione – quando galantuomini e popolani difendono il proprio Paese contro un esercito straniero che, ignorando i più elementari principi del diritto internazionale, muove alla conquista del Mezzogiorno d’Italia; fu rivolta sociale quando i ceti subalterni insorgono contro metodi e sistemi difesi da una classe dirigente che nega ad essi ogni diritto e ne ignora i bisogni e le legittime aspirazioni.

Nel decennio francese e dopo l’Unità, il brigantaggio presenta le medesime caratteristiche soltanto quando degenera nella delinquenza comune. Nelle prime manifestazioni, invece, si differenzia profondamente: è movimento politico nel 1806, rivolta sociale, invece, dopo l’Unità contro antiche e nuove oppressioni di una classe dirigente che difende tenacemente i propri interessi, una classe dirigente che ha accettato un regime politico sol perché questo ha mantenuto inalterate le preesistenti strutture economico-sociali che ad essa consentono, rispetto alle altre classi, posizioni di preminenza nella vita sociale ed economica.

Questi nostri studi – continua Pedìo – ci consentono di individuare nella classe dirigente postunitaria la maggiore responsabile dei mali che ancora oggi tormentano il Mezzogiorno d’Italia”.


Tommaso Pedìo, Brigantaggio meridionale (1806 - 1863), pagine 160, Euro 15,00 - ISBN 978-88-8349-294-5

martedì 26 luglio 2016

I Borbone, i Savoia ed il Sud conteso, recensione di Claudia Presicce apparsa su Nuovo Quotidiano di Puglia del 26 luglio 2016

I Borbone, i Savoia e il Sud conteso

di Claudia Presicce

«Se vi fosse stata una migliore conoscenza delle due diverse realtà che stavano per unirsi e fondersi» molto sangue non sarebbe stato versato all'indomani del 1861, e con meno rabbie, rancori e divisioni il futuro dello Stato italiano sarebbe stato molto diverso. (Continua a leggere cliccando sull'articolo)

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lunedì 4 luglio 2016

"Dai Borbone ai Savoia", recensione di Luigi Montonato apparsa su "Brogliaccio salentino" di giugno-luglio 2016

Un libro di Ciro Pelliccio

Dai Borbone ai Savoia


Il libro di Ciro Pelliccio è esplicito fin dal titolo, Dai Borbone ai Savoia. Il trapasso che cambiò l'Italia (Capone, 2016, pp. 120, € 13,00). Non è la storia che in genere conosciamo sui Mille, lo sbarco, le battaglie, i tentativi tardivi di Francesco II per evitare la perdita del Regno, la risalita della penisola da parte dei garibaldini, la Dittatura di Garibali; ma quanto accade dopo l'unificazione. (... clicca sull'immagine per continuare a leggere)


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giovedì 22 ottobre 2015

"Viva ’o Rre. Dalla conquista del Sud alla guerra per bande", di Orazio Ferrara, disponibile in libreria

  E' disponibile "Viva 'o Rre. Dalla conquista del Sud alla guerra per bande", di Orazio Ferrara.

Il libro è la riedizione riveduta e ampliata di un agile pamphlet, uscito nell’ormai lontano 1997, dall’impostazione sfacciatamente filo-borbonica, come dichiara apertamente fin da subito l’autore, ma anche con una puntigliosa aderenza alla verità storica, troppo spesso e per lungo tempo mistificata da paludati storici di professione, quando hanno scritto del Sud nel periodo risorgimentale.
Gli argomenti spaziano dal “Sud liberato”, ovvero di quando si fucilavano, a migliaia, i cafoni meridionali perché, “testardi e rozzi” qual erano, non volevano sentir ragione di essere “liberati dalla tirannia dei Borbone”; alla guerra per bande, in nome di re Francesco, di uomini come Antonio Cozzolino detto il Pilone, spacciato sbrigativamente per il solito brigante tagliagole, mentre in realtà era un vero e proprio antesignano di quella figura di “combattente politico”, che tanta importanza avrà negli eventi bellici del Novecento.
Dalla battaglia di Calatafimi, una battaglia che le armi napolitane non dovevano assolutamente vincere, e infatti non la vinsero, benché gli splendidi Cacciatori napoletani dell’VIII battaglione avessero ormai la vittoria in pugno. Ci pensò il loro generale, il Landi, a sconfiggerli, facendo suonare la ritirata generale. Di quei magnifici soldati lo stesso Garibaldi ebbe a scrivere subito dopo “I Napoletani si batterono da leoni, e certamente non ho avuto in Italia combattimento così accanito, né avversari così prodi”; alla parte “Documenti”, in cui sono riportate le pagine dei diari del diplomatico e patriota italiano Pietro Chevalier, uomo di Cavour, che ci svela gli squallidi e meschini retroscena di come fu fatta l’Unità d’Italia e dei personaggi che si piccarono di farla, personaggi spesso da operetta e qualche volta anche un po’ cialtroni.


Orazio Ferrara (1948), nato a Pantelleria (Tp), vive in provincia di Salerno. Già responsabile della Biblioteca Comunale della Città di Sarno, scrittore e saggista, ha pubblicato con l’editore Capone Sud. Storie di lazzari, sanfedisti, briganti e separatisti (2010), La navigazione nel mondo antico (dai Cretesi agli Etruschi) (2011), Addio Sud. O briganti o emigranti (2012), Il saio e la spada (2013).
Numerosi i volumi pubblicati con altri editori. Tra i più recenti ricordiamo Fronte dell’Est. Gli italiani in Russia, Italiani nelle guerre d’Africa, La marineria dell’isola di Pantelleria in epoca moderna, Gli assi dei sommergibili nella Seconda guerra mondiale, Pelle di marinai.
È redattore dei periodici locali “La Voce ed Eventi”, collabora a diverse riviste a diffusione nazionale, tra cui “L’Alfiere”, “Due Sicilie”, “Agorà”, “Storia in Rete”, “La Grande Guerra”, “Storia del Novecento”, “Eserciti nella Storia”, “Aerei nella Storia”, “Santini & Similia”, “Cronache Medievali”. Numerosi siti internet di storia pubblicano suoi contributi. Fondatore del Centro Studi di Storia, Archeologia e Araldica «I Diòscuri».

lunedì 29 giugno 2015

Nascita del Nuovo Stato tra galantuomini e briganti / / / Recensione di Manlio Triggiani apparsa su "La Gazzetta del Mezzogiorno" di domenica 7 giugno 2015


Nascita del Nuovo Stato tra galantuomini e briganti

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Il dibattito sul brigantaggio e su come l'unità d'Italia fu vista nel Mezzogiorno è ancora aperto e si moltiplicano i contributi che offrono spunti e analisi sul tema. Claudio Conti, docente universitario con la passione per la storia dell'Ottocento italiano, ha pubblicato un libro (Briganti e galantuomini. Dai Borbone ai Savoia, Capone Editore, pagine 2016, euro 13,00) nel quale narra la «guerra civile», come la definisce, fra Nord e Sud, e la successiva normalizzazione. Lo fa alla luce di due aspetti: quello militare, caratterizzato da operazioni di efferata violenza che non furono d'aiuto al processo di formazione di uno Stato unitario, e quello politico-sociale, dei «galantuomini», disposti a raggiungere con l'amministrazione sabauda un'intesa, che incise sulla nascita del nuovo Stato e anche sul futuro delle regioni del Sud.

                                            Manlio Triggiani

martedì 9 giugno 2015

Briganti e galantuomini: ribelli e rappresaglie dopo l'Unità d'Italia, quando i nazisti indossavano il kepì / / / Recensione apparsa su recensionilibro.org a firma di EffeElle


Briganti e galantuomini: ribelli e rappresaglie dopo l'Unità d'Italia, quando i nazisti indossavano il kepì.
di Effe Elle

Muntagne, sempre muntagne! È con la reiterata abituale esclamazione, apparentemente misteriosa, che i discendenti ricordavano l’avo impegnato nella lotta al brigantaggio postunitario. Inseguimenti e cacce all’uomo sulle alture. Sali, scendi, a volte spara. E qualche volta, muori.
Una guerra feroce di poveri cristi, che il pronipote Claudio Conti racconta in un romanzo densamente imbevuto di storia vera. Storia patria, si diceva una volta, ma che fatica trovarne una in quella guerra di agguati, schioppettate, gole tagliate, prigionieri seviziati. Si stenta a distinguere le ragioni dai torti e a cogliere a volte una natura umana comune, nella lotta infame senza pietà tra briganti e piemuntisi. Che poi non erano solo settentrionali, tanto meno piemontesi, ma venivano da ogni parte d’Italia, meridione compreso, dato che la leva obbligatoria impegnava in arme tutti i ragazzi dello Stato neonato, cresciuto a dismisura rispetto all’originario Regno di Sardegna.
Il romano Conti – si professa mediterraneo, pur avendo sempre vissuto al Nord – nato nel 1939, matematico, docente universitario fino al 1981, approdato tardi alla narrativa storico-avventurosa, è autore per le edizioni leccesi Capone di Briganti e galantuomini. Dai Borbone ai Savoia (aprile 2015, 216 pagine, 13 euro).
È lo stesso autore a spiegare che sullo sfondo delle vicende del sottotenente Gaetano Papolla da Deliceto (in provincia di Foggia) c’è proprio lo scontro che ha opposto i briganti al nuovo esercito, i contadini senza terra ai latifondisti. Il racconto segue il percorso di maturazione intellettuale e morale di un giovane uomo, natura d’artista – è un ottimo pittore – famiglia agiata, militare di professione. Alto, occhi azzurri, in curioso contrasto coi tratti scuri e forti ma non volgari del volto, addestrato fin dall’adolescenza nella Nunziatella, la scuola militare napoletana ed ex tenente borbonico. Si trova arruolato nella fanteria italiana come sottotenente, senza aver mai sparato un colpo.
Attraverso quanto accade sotto i suoi occhi, si osservano le miserie e le viltà della guerra senza quartiere che insanguinò per dieci anni il Mezzogiorno, le ingiustizie, l’incapacità di capire degli uni e degli altri. Si coglie, tra l’altro, dolorosamente, l’atteggiamento sprezzante dei militari del Nord nei confronti dei colleghi del Sud, un complesso di superiorità che presenta tutte le sfumature, tra il disprezzo esplicito e la sopportazione.
Conti stesso fa notare che:
 in tema di brigantaggio meridionale il protagonista è quasi sempre il contadino, il pastore o il brigante (che poi è la stessa cosa), ma che in particolare, del tristissimo episodio interessa una classe sociale diversa, quella dei ‘galantuomini’: grandi proprietari terrieri e allevatori, responsabili del patto con l’amministrazione piemontese che ha contrassegnato la nascita dell’Unità d’Italia.
Aggiunge che ad Irsina non è accaduto nulla di simile ai fatti terribili descritti, che comunque si sono verificati con quella brutalità altrove, perché la storia di quegli anni è piena di eventi e scelte crudeli. Mostra anche un Cesare Lombroso impegnato nella sua attività di medico militare, svolta con lo zelo particolare e l’interesse spiccato per le ricerche antropometriche, che ben conosciamo.


Infine, le donne, che qui sono vittime tra le vittime, a volte perfino nel ceto privilegiato.


Fu guerra civile ed ebbe due aspetti. Quello militare, caratterizzato da una ferocia inutile e da una inadeguatezza della classe militare al comando, che lascia presagire i disastri del 1866.

E quello politico-sociale, nel quale spicca il ruolo dei galantuomini e il loro tacito patto con l’amministrazione piemontese, destinato ad incidere non solo sul futuro del meridione, anche sugli esiti del processo di unificazione dello Stato.



mercoledì 3 giugno 2015

Briganti e galantuomini, di Claudio Conti / / / Recensione a firma di Rocco Biondi apparsa su roccobiondi.blogspot.it

Briganti e galantuomini

di Rocco Biondi


Chi si interessa di brigantaggio postunitario dovrebbe leggere questo romanzo di Claudio Conti, ottenendone grande giovamento nel comprendere l’ambiente culturale e sociale nel quale quel fenomeno è nato e si è sviluppato.
     Claudio Conti, nato a Roma nel 1939, che ha prima insegnato matematica nell’università e successivamente da dirigente ha lavorato in Inghilterra e negli Stati Uniti, è arrivato alla narrativa in tarda età. A questo romanzo, che ha come sfondo il brigantaggio meridionale, ha lavorato in pratica tutta la vita, partendo dai racconti su di un suo bisnonno fatti dal padre ed entrati a far parte delle fantasie della sua infanzia. Pur essendo vissuto quasi sempre al nord, si è sempre sentito nell’animo, come lui stesso scrive nella introduzione, un “mediterraneo”, un uomo del Mezzogiorno intimamente legato ai valori di quella cultura. Sulla guerra civile che insanguinò la proclamazione del Regno d’Italia si è documentato nel corso di lunghi anni, giungendo alla conclusione che le attuali contraddizioni che affliggono la vita politica e sociale del Mezzogiorno sono l’effetto degli eventi tragici e cruciali di quegli anni.
     Il tema del brigantaggio meridionale non viene trattato dal punto di vista dei briganti e del mondo contadino, ma da quello dei cosiddetti galantuomini, grandi proprietari terrieri e allevatori, che con il loro patto con l’amministrazione piemontese hanno contrassegnato la nascita della cosiddetta Unità d’Italia. Il protagonista del romanzo però, pur appartenendo a quest’ultima categoria, attraverso un complesso percorso di maturazione intellettuale e morale, si sente più vicino alla classe dei poveri contadini che non a quella dei galantuomini e abbandona la carriera militare per abbracciare quella dell’artista pittore.
     Un romanzo e quindi un libero esercizio della fantasia dell’autore. A Irsina non è accaduto nella realtà nulla di simile a quello descritto nel libro e Lombroso ha svolto la sua attività di medico militare in Calabria e non a Melfi.
     Il protagonista Gaetano, rimasto orfano (la madre era morta nel darlo alla luce, il padre morì qualche anno dopo) fu adottato da uno zio materno, dal quale prese il cognome di Pallotta. Venne accudito da tre sorelle zitelle di detto zio: Don Severino, un proprietario terriero, che divenne prima sindaco del suo paese Deliceto in provincia di Foggia e poi deputato al parlamento italiano. Per prestigio e per salvaguardare i propri interessi economici privati Don Severino decise che il proprio figlio adottivo Gaetano avrebbe seguito la carriera militare. Ancora sedicenne (si era nel 1851) Gaetano entrò alla Nunziatella, la Reale Accademia Militare. Nel 1859 uscì da detta Accademia con il grado di secondo tenente dell’esercito borbonico. Caduto il governo borbonico, dopo il plebiscito, entrò nell’esercito italiano con il grado di sottotenente.
     Fu utilizzato dall’esercito piemontese, specialmente come interprete nel tradurre il dialetto meridionale, nella lotta contro i briganti. Quest’ultimi nel romanzo appaiono solo sullo sfondo e sono imprendibili. Vengono invece raccontati episodi di atrocità ad opera dei piemontesi, che metteranno in crisi il meridionale Gaetano.
     Fra i briganti cui si accenna troviamo Crocco, Taschetta, Schiavone, Sacchitiello, Andreotti, Totaro, Caruso, Cavalcante, Ninco Nanco, Coppa, Della Gala, Chirichigno. Sono diventati tali perché il nuovo governo ha aumentato il prezzo del pane, dell’olio e del sale, rendendo più dura la vita della povera gente e ha introdotto la coscrizione obbligatoria.
     Gaetano s’innamora di Matilde, inizialmente scelta da Don Severino perché appartenente ad una famiglia possidente, ma che nonostante avesse avuto il padre ucciso dai briganti riesce a capire le ragioni di questi ultimi.
     Una figura singolare e significativa è quella del professore Marziale Letterelli, che insegnava latino al ginnasio-liceo di Melfi e che viveva in uno spazio nel quale protagonisti assoluti erano i libri: “accatastati per terra, impilati sui comodini, ordinati in scaffali di legno, di diverse epoche e misure, che coprivano pressoché completamente le pareti”. Il professore ritiene che i galantuomini possidenti utilizzano Carmine Crocco per salvaguardare i propri interessi, e lo fermano dall’invadere Potenza perché non più utile a loro. Farà anche venire a galla le contraddizioni presenti nell’animo di Gaetano e lo condurrà a seguire la propria vocazione abbandonando la vita militare.
     Il libro si chiude con il saluto che la quercia che campeggiava nella piazza del suo paese rivolge a Gaetano: “Ben tornato. Ti aspettavamo, sapevamo che saresti venuto”.

Briganti e galantuomini. Dai Borbone ai Savoia, Capone Editore, Cavallino (LE) 2015, pp. 216, € 13,00



Link d'origine: Briganti e galantuomini, di Claudio Conti

giovedì 28 maggio 2015

Quelle storie di briganti secondo Claudio Conti, recensione a firma di Dino Levante apparsa su "La Gazzetta del Mezzogiorno" del 20 maggio 2015


Quelle storie di briganti
e galantuomini
secondo Claudio Conti
Il volume del saggista edito da Capone
di DINO LEVANTE

Il brigantaggio: un fenomeno singolare, ancora da conoscere a fondo con tutto il suo fascino, le caratteristiche minori, le differenziazioni che gli storici, nel corso degli ultimi decenni, hanno cercato di approfondire attraverso documentazioni e prove fornite dalle fonti archivistiche. Lo stesso periodo, gli stessi protagonisti spesso sono stati descritti in una copiosa produzione letteraria, scaturita dalla fantasia ma sempre connessa a fatti storici realmente accaduti. In questo fortunato filone si inserisce il recente volume del saggista Claudio Conti dal titolo «Briganti e galantuomini. Dai Borbone ai Savoia» (Capone Editore, 216 pagine, 13 euro).
Sullo sfondo una guerra civile, per decenni ignorata dalla storia ufficiale: quella cosiddetta del «brigantaggio meridionale», che Conti descrive da due punti di vista particolari. Quello militare, caratterizzato spesso da una ferocia inutile e soprattutto da una inadeguatezza del comando, che lascia facilmente presagire i disastri del 1866. Poi, c’è l’aspetto politico-sociale, che privilegia (a differenza di altri romanzi ambientati nel medesimo contesto storico) il ruolo dei «galantuomini» e il patto sottoscritto con l’amministrazione piemontese. Un accordo destinato a incidere sulla successiva evoluzione delle regioni meridionali, ma anche sugli esiti del processo di formazione dello Stato unitario.
È questo il quadro in cui si svolge il difficile percorso verso l’età adulta del protagonista, che dolorosamente e con fatica matura la consapevolezza dei propri mezzi e la capacità di orientare autonomamente il proprio destino. Il brigantaggio non si può identificare soltanto con quella forma di banditismo caratterizzata da azioni violente a scopo di rapina ed estorsione; in diverse circostanze assume risvolti insurrezionalisti politico-sociali. La guerra che ha opposto i briganti al neonato esercito italiano, contadini senza terra a latifondisti, costituisce l’intelaiatura del romanzo. Il resto è da leggere.



giovedì 2 aprile 2015

BRIGANTI E GALANTUOMINI. DAI BORBONE AI SAVOIA / / / È disponibile "Briganti e galantuomini", di Claudio Conti


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È disponibile Briganti
e galantuomini.
Dai Borbone ai Savoia,
di Claudio Conti.


IL LIBRO: Briganti e galantuomini è innanzi tutto un romanzo, e non un saggio storico.
Sullo sfondo una guerra civile per decenni ignorata dalla storia ufficiale: quella cosiddetta del “brigantaggio meridionale”, che qui viene descritta da due punti di vista particolari. Quello militare, caratterizzato spesso da una ferocia inutile e soprattutto da una inadeguatezza del comando, che lascia facilmente presagire i disastri del 1866. Quello politico – sociale, che nella fattispecie privilegia – a differenza di altri romanzi ambientati nel medesimo contesto storico – il ruolo dei “galantuomini” e il patto implicitamente sottoscritto con l’amministrazione piemontese. Un patto destinato ad incidere non soltanto sulla successiva evoluzione delle regioni meridionali; ma anche sugli esiti del processo di formazione dello Stato unitario.
È questo il quadro in cui si svolge il difficile percorso verso l’età adulta del protagonista, che dolorosamente e con fatica matura la consapevolezza dei propri mezzi e la capacità di orientare autonomamente il proprio destino.

L'Autore: Claudio Conti è nato a Roma nel 1939. Matematico quanto alla formazione, ha insegnato nell’Università fino al 1981. In questo periodo ha pubblicato diversi saggi di carattere scientifico – disciplinare, tra i quali in questa sede vale la pena ricordare Il dramma uniforme: per una teoria della vita quotidiana (Mulino 1979), scritto unitamente al compianto Dario Romano, in cui tra l’altro si mettono in luce le profonde disparità – non solo strutturali, di natura socio economica, ma anche nei modi di vita – che formano il telaio del nostro Paese. Successivamente è stato dirigente del settore ricerca di una multinazionale, lavorando all’estero: prima in Inghilterra e successivamente negli Stati Uniti. Alla narrativa è arrivato in tarda età: un suo romanzo – L’incredibile viaggio di Hernan Cienfuegos – ha ottenuto la menzione speciale al prestigioso premio internazionale La cultura del mare.


Note bibliografiche e caratteristiche tecniche: Claudio Conti, Briganti e galantuomini. Dai Borbone ai Savoia, Capone Editore, Lecce 2015.
Formato 15x21 cm, pagine 216, € 13,00
ISBN: 978-88-8349-200-6

martedì 21 ottobre 2014

IL "PRIMATO" DEL REGNO DELLE DUE SICILIE / / / "Il 'primato' del Regno delle Due Sicilie", di José Mottola, con postfazioni di Alessandro Barbero e Gianfranco Liberati, presto disponibile in libreria


Capone Editore
Via prov.le Lecce-Cavallino Km 1,250 - 73100 Lecce
Telefono: 0832611877 - email: caponeeditore@libero.it


COMUNICATO STAMPA


Imminente in libreria, Il “primato” del Regno delle Due Sicilie, di José Mottola, con Postfazioni di Alessandro Barbero e Gianfranco Liberati

IL LIBRO
Oltre mezzo secolo fa si affacciarono nella narrativa e pubblicistica del Mezzogiorno i “primati del Regno di Napoli“, dalla prima ferrovia italiana alla prima nave a vapore, passando per il primo ponte sospeso in ferro. Negli ultimi anni la tematica si è ampliata fino ad abbracciare la tesi della prosperità del Sud sotto l’Antico Regime, sostenuta  da diverse voci, per lo più fuori o contro la storiografia tradizionale.
Questo libro indaga sui primati rivendicati,  esaminando aspetti fondamentali del Mezzogiorno prima dell’Unità ­ – dalla politica all’economia, dallo spirito pubblico all’istruzione – e, alla luce del pensiero meridionalista risalente a Francesco Saverio Nitti, mette a fuoco le criticità post-unitarie denunziate in relazione ad emigrazione e brigantaggio sulla falsariga dell’asserito dilemma inflitto alle popolazioni meridionali: “Briganti o emigranti”.
L’autore segnala infine facce attuali della poliedrica questione meridionale, alcune delle quali  presentatesi come parte della soluzione anziché del problema.

L'AUTORE
José Mottola, autore di diversi saggi storici e biografici ancorati alle vicende del Mezzogiorno in età tardo-moderna e contemporanea, ha pubblicato per lo stesso editore Fanti e briganti nel Sud dopo l’Unità (2012).


José Mottola, Il “primato” del Regno delle Due Sicilie, con Postfazioni di Alessandro Barbero e Gianfranco Liberati, pagine 160, € 13,00 - ISBN 978-88-8349-194-1

lunedì 4 agosto 2014

FERITE APERTE / / / Recensione apparsa su recensionilibri.org a firma di Krauss

Ferite aperte:

le tante cause del divario postunitario del Mezzogiorno


Una guerra tra ultimi, quella tra i comuni certamente poveri ma popolosi e quelli oggettivamente piccoli ma solo presumibilmente poveri. I primi erano quasi tutti nel Mezzogiorno e la miseria la conoscevano davvero. Quelli con meno di mille abitanti caratterizzavano il Nord, specie la Lombardia e la povertà spesso non li toccava più di tanto. In genere, anche i municipi del Centro e del Lazio avevano pochi abitanti, capitale a parte. Quello della guerra tra poveri – parliamo degli ultimi decenni del ’900 – è un nuovo profilo della querelle sempre attuale tra Nord e Mezzogiorno d’Italia.
Un nuovissimo saggio, proposto da una casa editrice salentina, la leccese Capone e da un ricercatore pugliese, Angelo Panarese, già sindaco di Alberobello, in provincia di Bari, ha il merito di fornire una prospettiva inedita tra i suoi svariati approcci alla questione meridionale.
È il divario dei finanziamenti pubblici post unitari che ha allargato il solco, mai più colmato, tra Centro-Settentrione e Sud, aggiungendosi alle cause classiche che pure vengono ampiamente trattate in questo volume: Ferite aperte. Il crollo del Regno delle Due Sicilie, Capone Editore, di Cavallino (Lecce), 176 pagine 13 euro.
Secondo un quadro riassuntivo, solo poche regioni ottennero grandi risorse in quell’Italia che stava diventando un grandissimo cantiere aperto. La spesa media nel quinquennio 1994-98 riconosce alla Lombardia 32,97 lire per abitante, al Piemonte 29,71, al Lazio addirittura 93 e ben 71 alla Liguria. Di contro, Basilicata e Abruzzo Molise non raggiunsero neanche 9 lire per ogni cittadino, Sicilia e Sardegna si fermarono a poco più di 19, Puglia 12,54, Calabria 11,26. In controtendenza la Campania, che sale a 33 lire per residente, più dei fondi ripartiti nell’area padono-veneta. Così le altre: Veneto 21, 90, Toscana 37,56, Emilia Romagna 20,78, Marche 17,59, Umbria 14,81.
Lo Stato italiano assunse funzioni imprenditoriali dirette e sollecitò attività pubbliche come mai in precedenza avevano fatto i tanti governanti preunitari, anche nel Nord austriacante. Due leggi furono fondamentali nell’approfondire il divario, quella del 1876 che appunto aiutava i comuni con una popolazione inferiore a mille abitanti e la “Coppini”, del 1886, che introducendo l’istruzione elementare obbligatoria a carico dei Comuni, stabiliva il concorso dello Stato solo a determinate condizioni. Nell’uno e nell’altro caso, i centri del Nord riuscirono a far interpretare la scarsità di popolazione a loro vantaggio, come indice di bisogno, nonostante i redditi medi più elevati. Quelli del Sud, generalmente molto popolosi ma realmente arretrati, restarono al palo. E non andò meglio nell’edilizia scolastica.
A questi fattori di ritardo endemico e ulteriormente ignorato da leggi che avrebbero voluto correggerlo ma furono efficaci esattamente al contrario, si associarono tantissimi altri, tra i quali Panarese mette in risalto i profili economici, che incisero sul sottosviluppo delle regioni meridionali accanto a quelli sociali e storico-militari del brigantaggio meridionale, ampiamente investigati. Più che nella “piemontesizzazione” forzata del Mezzogiorno, queste cause di ritardo derivano dall’affermazione di una scala di valori capitalistici internazionali che prese a caratterizzare l’economia europea proprio negli ultimi quarant’anni del 1800. Il Nord (la pianura padana, in particolare), recependo l’esigenza di una rapida industrializzazione, si inserì nella mini-globalizzazione che si realizzò in quell’epoca su scala europea. Il Mezzogiorno agrario non entrò invece nello scenario dell’economia continentale e ricevette un colpo di grazia dal protezionismo doganale che avrebbe dovuto tutelare le merci, ma che si rivelò fatalmente controproducente. Provocò da un lato la dipendenza totale dall’esterno per l’acquisto di prodotti industriali sempre più cari e indisponibili in loco, per la mancanza di aziende nel Sud. Dall’altro, l’aumento dei prezzi, conseguente anche all’imposizione di dazi finì per sottrarre mercati e competitività all’agricoltura meridionale. Che non si riprese.
Colpa del Nord? Certo. Governo unitario miope? Non c’è dubbio, ma la classe dirigente meridionale dell’epoca fu miope e ottusa, oltre che gattopardesca, come denunciato da Tomasi di Lampedusa, non certo da un nordista. Avrebbe dovuto fare autocritica e correre ai ripari per tempo, ma non lo fece. Il solco diventò più profondo e l’Europa si fece già allora più lontana.
Industrializzazione mancata, ritardata. Ignorata dagli stessi meridionali. Sarà un caso che a cavallo del ’900 le aziende e le imprese di molte città meridionali avevano ragioni sociali e proprietari stranieri? Cognomi svizzeri, inglesi, austriaci, francesi. Materia da approfondire, se non è stato già fatto.



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mercoledì 15 febbraio 2012

Recensione ai volumi di Valentino Romano e Gaetano Marabello, apparsa sulla Gazzetta del Mezzogiorno del 13/02/2012 a firma di Pasquale Tempesta

Recensione ai volumi di Valentino Romano e Gaetano Marabello, apparsa sulla Gazzetta del Mezzogiorno del 13/02/2012 a firma di Pasquale Tempesta.

Briganti, da Carmine Crocco ai pellirosse
I volumi di Valentino Romano e di Gaetano Marabello, editi da Capone
di Pasquale Tempesta

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lunedì 7 novembre 2011

Pasquale Ardito, Il brigante gentiluomo. Nicola Morra, il Robin Hood del Sud, a cura di Antonella Musitano, prefazione di Valentino Romano, Capone Editore, Lecce 2011


Pasquale Ardito, Il brigante gentiluomo. Nicola Morra, il Robin Hood del Sud,
a cura di Antonella Musitano, prefazione di Valentino Romano, Capone Editore, Lecce 2011
Pagine 144 - € 12,00 - ISBN: 978-88-8349-155-9

IL LIBRO
Nel 1896 Pasquale Ardito pubblicava Le avventure di Nicola Morra – ex bandito di Cerignola.
Il ritratto che ne viene fuori è una sorta di biografia romanzata in cui convivono due anime:  quella del Morra bandito e quella del Morra gentiluomo.
Ed in effetti Nicola Morra, che nel 1896 era ancora vivo, è stato tutto questo: il trasgressore ribelle che combatte un sistema che giudica iniquo ed oppressivo, ma anche il benefattore degli umili, degli oppressi, dei poveri e diseredati; fuorilegge e mito nello stesso tempo.
Sullo sfondo, il Sud in un periodo difficile e tormentato della sua storia, nel passaggio dal Regno delle Due Sicilie alla difficile Unità.
Ripubblicare oggi la storia di Nicola Morra, è un’occasione per “rileggere” e valutare, con animo pacato e sereno, ad oltre un secolo di distanza, aspetti importanti della nostra storia passata… ma anche presente; ed è anche occasione per constatare - ancora una volta - come le passioni e i sentimenti non hanno un’età o un periodo di riferimento, ma appartengono all’uomo in quanto tale. 
 
LA CURATRICE
Antonella Musitano, calabrese d’origine e pugliese d’adozione, è docente di materie letterarie a Santo Spirito (Ba). Impegnata nello studio della storia del Sud con particolare riferimento al periodo pre e postunitario, ha pubblicato studi e ricerche d’archivio su aspetti particolari e originali del territorio in cui vive. Recentemente ha dato alle stampe - con Adele Pulice - Il Sud prima dell’Unità d’Italia tra storia e microstoria – 1848: Massoni e Carbonari a Santo Spirito.

LA COLLANA
Carte scoperte, storie e controstorie ripropone testi storici e opere di narrativa; ospita saggi canonici e in controtendenza; accoglie approfondimenti, sfumature e ipotesi alternative; dà voce ad episodi e personaggi locali, nella convinzione che la Storia “maggiore” altro non sia se non l’insieme e il prodotto di tante storie “minori”.

lunedì 3 ottobre 2011


Carmine Crocco - Basilide Del Zio, Il brigante che si fece generale. Auto e controbiografia di Carmine Crocco, a cura di Valentino Romano, Capone Editore 2011 
Pagine 176,  € 13,00 - ISBN: 978-88-8349-153-5


IL LIBRO
Difesa e accusa nel processo in punta di penna a Carmine Crocco Donatelli, personaggio tra i più rappresentativi e controversi della rivolta contadina che infiammò il Sud all’indomani dell’Unità d’Italia.
Nel 1903 il capitano medico Eugenio Massa dava alle stampe, per la tipografia G. Grieco di Melfi, la biografia del brigante. Nello stesso anno e  – forse non causalmente – per gli stessi tipi, Basilide Del Zio, pubblicava una controbiografia nella quale si sforzava di contestare le affermazioni del brigante.
La strana coincidenza accresce i dubbi di chi sostiene che la biografia di Crocco abbia subìto non solo il filtro linguistico del Massa ma anche quello storiografico di chi era interessato a mantenere tutta una serie di zone d’ombra, non solo intorno alla vita ed alle azioni del protagonista ma soprattutto sui meccanismi reali e sugli interessi sottostanti che furono tra le cause profonde dello scatenarsi dell’insorgenza e della rivolta prima e del brigantaggio poi.

IL CURATORE
Valentino Romano da anni è impegnato nello studio del ribellismo contadino e della storia del Sud. Ha pubblicato, tra l’altro: Carmine Crocco. La mia vita da brigante, (Bari, 1998); Historia de mujeres diferentes: las bandoleras del sur de Italia en el siglo XIX  (Moguer-Siviglia, 2001); Don Josè Borges, generale catalano e guerrigliero borbonico, (Bari 2003); Brigantesse. Donne guerrigliere contro la conquista piemontese (1860 – 1870), (Napoli, 2007); Raffaele Nigro: Fuochi a colori e lune in bianco e nero, con Ettore Catalano, (Bari, 2008); Sì, fummo calpestati, noi ci vendicammo. Storia del brigantaggio postunitario (1860-1870), con Paolo Zanetov, a cura del Centro Studi sul Brigantaggio, Roma, 2009.
Per la Capone Editore ha curato I briganti La Gala di Antonio Vismara (2008), e, nella presente collana della quale è direttore, Cento anni di brigantaggio nelle province napoletane di Alessandro Dumas (2009). Nel 2010 ha pubblicato Nacquero contadini, morirono briganti.

LA COLLANA
Carte scoperte, storie e controstorie ripropone testi storici e opere di narrativa; ospita saggi canonici e in controtendenza; accoglie approfondimenti, sfumature e ipotesi alternative; dà voce ad episodi e personaggi locali, nella convinzione che la Storia “maggiore” altro non sia se non l’insieme e il prodotto di tante storie “minori”.

Disponibilità: novembre 2011

mercoledì 15 giugno 2011

Gaetano Marabello, "Briganti e pellirosse", con introduzione di Valentino Romano, Capone Editore 2011


IL LIBRO
Nei saggi, che trattano le vicende legate al Regno delle Due Sicilie e al Brigantaggio, capita di trovare talvolta un cenno allo sterminio degli Indiani d’America. Accostamento quasi scontato, giacché ad evocarlo sta la parabola stessa di briganti e pellirosse, impegnati in una lotta senza quartiere e senza speranza contro un invasore che aveva identiche radici ideologiche. I pellirosse sono stati sempre dipinti nel peggiore dei modi dal western hollywoodiano classico. La loro storia, invece, lascia spazio a scoperte insospettate. Chi penserebbe mai che guerrieri così indomiti nutrissero per la suocera tanto rispetto da correre a nascondersi per non incrociarne il cammino? O che si gettassero gioiosamente a terra ogni volta che tornavano nel punto esatto in cui erano venuti alla luce? O che amassero la famiglia al punto da preferirla ad ogni altra ricchezza (conta non ciò che hai, ma chi hai)? Ombre, dunque, fatte annegare volutamente nell’oblio oppure dipinte unicamente a tinte fosche. Ed ecco perché il destino dei Nativi americani va a incrociarsi con quello di altri vinti della storia, i briganti. Cimentandosi nell’approfondimento del tema solo sfiorato da altri autori, Gaetano Marabello spiega come siano andate le cose nelle terre dell’ex Regno napoletano e nell’Apacheria. In questa ricerca di punti di contatto, traspare senza infingimenti la simpatia verso chiunque combatte per la sua terra, la sua famiglia, la sua religione, la sua cultura. Come, appunto, briganti e pellirosse.

L’AUTORE
Gaetano Marabello, nato a Messina nel 1944, vive a Bari; laureato in giurisprudenza, giornalista e dirigente dello Stato in pensione. Collabora con articoli storici o umoristici al quindicinale barese Meridiano Sud. Scrive su riviste controcorrente come L’Alfiere (Napoli), Due Sicilie (Vicenza), La fiaccola (Bari), Brigantaggio (Villa Castelli) e Il Carlino: non siamo il resto di nessuno (Monopoli).


LA COLLANA
Carte scoperte, storie e controstorie ripropone testi storici e opere di narrativa; ospita saggi canonici e in controtendenza; accoglie approfondimenti, sfumature e ipotesi alternative; dà voce ad episodi e personaggi locali, nella convinzione che la Storia “maggiore” altro non sia se non l’insieme e il prodotto di tante storie “minori”.