lunedì 6 novembre 2017

Presto disponibile in libreria "Sardegna. L'alba di una civiltà" di Pierluigi Montalbano


Pierluigi Montalbano 


Sardegna.
L’alba di una civiltà



 IL LIBRO Dopo l’invenzione della scrittura, l’uomo ci ha lasciato tantissimi documenti, le cosiddette fonti letterarie, leggerli significa ascoltare le parole che vengono da un passato piuttosto recente se rapportato a quanto abbiamo “ereditato”, invece, dagli uomini che per primi abitarono la terra.  Di essi, della loro civiltà, abbiamo soprattutto fonti iconografiche – pitture o incisioni in grotta, statuine della Dea Madre, vasellame decorato, graffiti su ciottoli – ma anche resti di pasti, utensili e stoviglie, ruderi dei primi ricoveri in pietra, corredi funerari, relitti affondati lungo le coste e tanto, tanto altro. Con tutte queste fonti, ogni archeologo ha dovuto confrontarsi nel tentativo di ricostruire al meglio la quotidianità di un popolo che diede vita ad una civiltà, quella sarda, tra le più antiche e più avanzate del bacino del Mediterraneo.
Testimonianze poderose di tutto questo, tuttora fruibili dall’uomo contemporaneo, sono le domus de janas, i pozzi sacri, i nuraghi nonché i dolmen e i menhir sparsi su tutta l’isola.





L'AUTORE Pierluigi Montalbano è nato e vive a Cagliari.
Studioso di preistoria e protostoria, collaboratore di alcune equipe internazionali su temi riguardanti la navigazione antica, i relitti del Bronzo e del Ferro, organizza laboratori didattici sull’archeologia e rassegne espositive sul Mediterraneo antico. Numerose le sue conferenze sulla storia della Sardegna e notevole la partecipazione a dibattiti sullo stesso argomento. Dirige il quotidiano on-line di storia e archeologia da lui fondato nel 2010.
Curatore della rassegna culturale “Viaggio nella storia”, realizzata con alcuni docenti dell’Università di Cagliari, è autore di numerosi saggi e dei volumi: Le navicelle bronzee nuragiche (2007), Dal Neolitico alla civiltà nuragica (2008), Sherden. Signori del mare e del metallo (2009), Antichi popoli del Mediterraneo (2011), Sardegna, l’isola dei nuraghi (2012) e Porti e approdi nel Mediterraneo antico. Quando i Fenici solcavano i mari (2016).

lunedì 16 ottobre 2017

"Risorgimento tradito. Storia ed interpretazioni", il nuovo saggio di Angelo Panarese, è disponibile in libreria


ANGELO PANARESE

Risorgimento tradito. Storia ed interpretazioni





IL LIBRO: Incentrato sul rapporto tra il Mezzogiorno e l’Italia durante l’epoca risorgimentale, il volume affronta un tema centrale nel dibattito storiografico della seconda metà del secolo ventesimo: quello sul rapporto tra Risorgimento e Capitalismo. Accanto alle considerazioni di storia economica, però, il saggio esamina la posizione di Mazzini sulla “rivoluzione in Italia” e quella di Gramsci sviluppata nei Quaderni del carcere... in quanto pone la necessità di una rivisitazione complessiva della storia d’Italia di quel periodo.
In questa azione di revisione storiografica, un momento significativo è dato dall’analisi dei testi di studiosi “irregolari” della storiografia risorgimentale: Piero Gobetti e Guido Dorso. “Il Risorgimento italiano – scriveva Gobetti nel 1923 – è ricordato nei suoi eroi... io mi propongo di guardarlo... nelle più disperate speranze...”, mentre Guido Dorso parla del Risorgimento come “conquista regia”.
Ritornare alle riflessioni di Gobetti e a Dorso oltre a quelle di Gramsci significa fare un bagno in acque limpidissime e respirare aria purissima in una storiografia molte volte paludata e scritta dai vincitori. Per non dire della interpretazione crociana dal cui esame traspare un momento di luce sulla meschina e corrotta vita civile e politica del Mezzogiorno dopo l’Unità, dilaniato prima dal “brigantaggio” e poi, una volta costituito il nuovo Stato unitario, dalla politica opportunistica della borghesia provinciale.

L'AUTORE: ANGELO PANARESE, laureato in Lettere e Scienze Politiche, dottore di ricerca e collaboratore dell’Istituto di filosofia politica dell’Università degli Studi “Aldo Moro” di Bari, è docente di Scuola media superiore. Sindaco della città di Alberobello dal 1994 al 2001, è autore dei seguenti volumi:La devianza minorile: il caso Puglia 1976-86. Economia, Sociologia, Diritto (Bari, 1988); Felicità e cittadinanza nella teoria politica di Aristotele (Manduria 1993); Dal riscatto feudale al riconoscimento di Alberobello come patrimonio dell’umanità (Alberobello 2000); Filosofia e Stato (Lecce 2005); I Tre Poteri (Bari 2008); Donne, Giacobini e Sanfedisti nella rivoluzione napoletana (Bari 2011); Storia del Regno di Napoli. Un confronto con Benedetto Croce (Lecce 2012); Il Mezzogiorno nel Settecento tra riforme e rivoluzione (Bari 2013); Ferite aperte (Lecce 2014); La “redenzione” dell’Italia. Il grande sogno di Machiavelli (Bari 2014); Spagna e Mezzogiorno (Secoli XVI e XVII). La rivolta di Masaniello del 1647 - 1648 (Lecce 2016);Le due Italie (Napoli 2016) e Storia e Trascendenza. L’idea di Dio e della donna nel Medioevo (Locorotondo 2016).


Angelo Panarese, Risorgimento tradito. Storia ed interpretazioni, Capone Editore, Lecce 2017.
Formato 15x21, pagine 152, euro 13,00
ISBN: 978-88-8349-224-2

lunedì 17 luglio 2017

Storie di naviganti nel Mare Nostrum, recensione a firma di Claudia Presicce apparsa su Nuovo Quotidiano di Puglia di sabato 15 luglio 2017.

Storie di naviganti nel Mare Nostrum

Alle origini della navigazione.

Un interessante libro di Massimo Baldacci edito da Capone racconta i movimenti nel Mediterraneo di popoli lontanissimo e i rapporti e i commerci con la gente di Puglia nel corso di millenni

di Claudia Presicce

 

"Il tempo migliore per navigare è cinquanta giorni dopo il solstizio, quando il caldo asfissiante dell'estate è trascorso. Allora la tua nave non sarà sballottata e i tuoi marinai non andranno naufraghi. In quest'epoca i venti sono costanti e il mare è senza problemi". Il consiglio ai naviganti che si accingono ad organizzare un viaggio nel Mediterraneo meridionale arriva da 800 anni prima della nascita di Cristo. È Esiono a elargire... (per continuare a leggere clicca sull'immagine)

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lunedì 26 giugno 2017

Tra storie e leggende nei castelli di Puglia / / / Recensione a firma di Nicola De Paulis apparsa su Nuovo Quotidiano di Puglia di venerdì 23 giungo 2017



TRA STORIE E LEGGENDE
NEI CASTELLI DI PUGLIA

 Fortezze di mare e di terra

vita e personaggi, amori, guerre e tragedie
in un lungo viaggio nella storia e nei luoghi 
raccontato nell'ultimo libro di Lorenzo Capone

 di Nicola De Paulis
Nella prigione del castello di Gioia del Colle, edificato dall'imperatore Federico II di Svevia (1194-1250), vi sono su un antico muro due sporgenze a forma di seno femminile che ricorderebbero il sacrificio della bellissima Bianca Lancia d'Agliano, terza e ultima moglie dell'Imperatore, l'unica donna che riuscì a conquistare il cuore di Federico, qui rinchiusa accusata di tradimento [... per continuare a leggere clicca sull'articolo in basso] 


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venerdì 26 maggio 2017

Mesopotamia e Mediterraneo antico. Le origini della navigazione, recensione a firma di Felice Laudadio apparsa su "Pentagrammi" dell'11 aprile 2017


Mesopotamia e Mediterraneo antico
Le origini della navigazione

di Felice Laudadio

Guerre sul mare e azioni di pirateria già nell’Età del Bronzo, intere civiltà travolte dai migranti nel mare Nostrum: uno scenario tutto da leggere nel saggio di storia antica del prof. Massimo Baldacci, delle Università dell’Aquila, di Roma Tor Vergata e Stoccarda. Il titolo è «Le origini della navigazione. Mesopotamia e Mediterraneo antico», ed è pubblicato dalle Edizioni Capone di Lecce (gennaio 2017, 192 pagine).
Tarda età del Bronzo, parliamo del 1500-1200 avanti Cristo, quando alcune delle maggiori entità politiche mediterranee dell’epoca andarono incontro a un rapido declino e scomparvero: Ugarit, Micene, l’impero ittita. Altre, come l’impero egizio, dovettero ridimensionarsi, abbandonando alcuni territori precedentemente occupati. Tra le cause della crisi di fine Bronzo vanno segnalate le migrazioni dei Popoli del mare, le cui origini sono da ricercare in tutto il bacino del Mediterraneo: Sardegna, Balcani, coste anatoliche, Egitto e Libia. Erano gruppi di mercenari, disertori, ammutinati e rifugiati, che cercavano di sopravvivere dedicandosi ad azioni di pirateria e depredando le zone costiere. Il loro impatto sui territori raggiunti portò al collasso i sistemi politico-economici e ideologici fino ad allora prevalenti. Tanti i fattori di destabilizzazione: l’apertura di nuove rotte commerciali, che faceva declinare i mercati precedenti, i rovesci economici, la pirateria marinara e terrestre, che vampirizzava le coste, la comparsa sulla scena di nuovi consistenti. E tutte queste concause, del tracollo di vecchie società politiche, e dell’affermazione di nuove, si dovevano al perfezionamento della nave, lo straordinario manufatto complesso che consentiva gli spostamenti, i trasporti e le incursioni. La più antica notizia dell’attività di pirati è negli annali del faraone Tutmosi III (1475 a.C.): recano due battelli di grande stazza, carichi di bottino, inclusi schiavi di entrambi i sessi. Le popolazioni del Golfo Persico usavano imbarcazioni di canna fin dal neolitico, seimila-quattromila anni prima di Cristo: nei siti archeologici sono state trovate lische di pesce, e quindi la pesca in mare doveva già essere praticata. I natanti raggiungevano le coste della Terra dei Fiumi (Tigri ed Eufrate), trasportando le ceramiche del Golfo, ritrovate nel meridione mesopotamico. E l’ipotesi che la rapida espansione del commercio navale sia legata alla nascita della scrittura non è una novità. Due o tre dei pittogrammi del proto-cuneiforme di Uruk raffigurano una nave, a dimostrazione che il mezzo di trasporto era conosciuto intorno al 3200 a.C.
In questo contesto si inserisce anche l’Italia. La scoperta, nel 1880, di due giare micenee, nei dintorni di Brindisi, testimonia i contatti egei con il Mezzogiorno adriatico e ionico. A partire dal XIV secolo a.C., si verificò un notevole incremento dei contatti via mare nel Mediterraneo, con il diretto coinvolgimento anche della penisola. Le importazioni dall’Egeo conobbero un incremento di scambi, e i mercanti ciprioti si aggiunsero ai micenei. In questo periodo, le coste della Puglia si popolarono a scapito delle zone più interne. Erano ricche di approdi naturali, e quindi adatte sia alla navigazione che alla difesa. È̀ possibile che sul popolamento abbia influito l’intensificarsi dei traffici marittimi, non solo con l’Egeo e il resto del Mediterraneo, anche con le coste balcaniche, che consentivano l’accesso all’Europa centrale, ricca di materiali pregiati.
L’ambra, di provenienza baltica, ma molto apprezzata nei mercati egei e del Levante, alimentò intensi commerci internazionali via mare. Di converso, l’industria metallurgica e l’artigianato dell’Italia ionica si avvantaggiarono delle importazioni egee di metalli di non facile reperibilità, e delle relative tecnologie produttive. Il Mediterraneo divenne l’autostrada della civiltà: gli scambi merceologici favorirono contatti e conoscenze tra i popoli, e le navi si prestarono a trasferire merci, ma anche culture, linguaggi, tradizioni, miti. Viaggiando per mare, manufatti e prodotti tipici di siti orientali raggiunsero e contaminarono l’occidente europeo, a cominciare dal Sud mediterraneo. I nuovi materiali e le tecniche di produzione vennero acquisiti dalla manodopera locale, adattati, reinterpretati, rielaborati e, spesso, migliorati. Si può dire che il verificarsi di una sorta di prima globalizzazione mondiale – sia pure ristretta nei confini del mondo allora conosciuto – abbia consentito di superare la crisi epocale della Tarda Età del Bronzo, di cui si è parlato in precedenza.
Si è trattato di una globalizzazione culturale e commerciale, che viaggiò a bordo del primo medium che consentì di valicare grandi distanze: la nave, che, seppure più pesante dell’acqua, solcava le onde del Mediterraneo senza affondare, grazie al galleggiamento consentito dal Principio di Archimede (ogni corpo immerso in un fluido riceve una spinta dal basso verso l’alto uguale al peso del volume del fluido spostato). E dire, però, che il matematico di Siracusa (287-212 a.C.) era ancora ben lungi dal nascere.

giovedì 27 aprile 2017

Il mito e la storia nelle "Novelle popolari salentine" / / / Recensione a firma di Felice Laudadio apparsa su Pentagrammi



Il mito e la storia

nelle Novelle popolari salentine




di Felice Laudadio

Deve moltissimo ai concittadini: nel testo «Novelle popolari salentine» (Capone editore, Lecce, 2016) l’autore, il tavianese Giuseppe Cassini, apre i suoi brevi ringraziamenti con la sincera riconoscenza per i compaesani, soprattutto quei contadini che hanno avuto la pazienza, ma anche il piacere, di raccontargli molte delle leggende e delle vicende narrate.
Giuseppe Cassini è nato e vive a Taviano (Lecce). Insegnante e poi dirigente (è stato presidente provinciale dell’Associazione nazionale dirigenti scolastici, oltre che amministratore comunale), ha pubblicato brevi saggi di didattica e politica scolastica, due raccolte di scritti sulla multicultura a scuola e sulla sperimentazione dell’autonomia, nel 2003 e nel 2007. Successivamente, si è dedicato alla valorizzazione delle tradizioni del Salento, e la ricerca lo ha portato alla redazione di queste novelle, che segnano il suo esordio nella narrativa.
Pur essendo il prodotto di una brillante fantasia, questo lavoro si basa proprio sulla salentinità diffusa e sulle fonti popolari locali. È il settimo titolo della collana, edizioni Capone, «La terra e le storie», diretta da Antonio Errico e Maurizio Nocera, che firmano rispettivamente la prefazione e la postfazione. Le illustrazioni di Mario Venneri arricchiscono e commentano i testi.
E dire che le favole non esistono. Ricordate Giambattista Vico? L’autore lo cita nella presentazione delle novelle. Per il filosofo napoletano, il mito - medium attraverso il quale i popoli antichi esprimevano la propria cultura - non era né solo leggenda né solo verità raccontata in forma fantastica. Conteneva pezzi di storia e di vita degli uomini, oltre a risentire delle dinamiche sociali delle comunità di allora.
Niente paura, Cassini rassicura grandi e piccini: l’affermazione vichiana potrebbe non essere universalmente valida. Tuttavia, riconosce, lo è certamente per le novelle di questa raccolta, che restano saldamente legate alla vita vissuta anche le poche volte che assumono la forma della fiaba o della favola.
Il volumetto delle novelle (136 pagine) è diviso in due parti, due realtà molto diverse tra loro, ma allo stesso tempo molto simili e di fatto consequenziali, due facce della stessa medaglia.
La prima parte è costituita da ventiquattro novelle, di contenuto verista, verismo rusticano, che interpreta il vissuto, i sentimenti, il modo di porsi, di contadini, braccianti, umili lavoratori agricoli. Questi racconti, episodi, indovinelli, di origine contadina, sono strettamente collegati alla realtà quotidiana e non presentano contenuti/aspetti magici e favolistici, semmai moralistici, in qualche modo pedagogici, e alla fine risultano spiritosamente ma bonariamente critici con preti e padroni.
Nella seconda parte, «La Congrega della comare Tetta», protagoniste sono le donne, addette alla cura della casa più che alla fatica nei campi. Il punto di vista è quindi quello delle mogli dei contadini, tutte casa, Chiesa e raccolto. E non solo. Toccavano a loro anche le incombenze domestiche, la cura dei figli e degli anziani, la filatura di lana e cotone, la tessitura, i lavori di supporto all’economia agricola (la trasformazione e conservazione dei prodotti della terra e quant’altro).
Concretezza contadina contro immaginazione, due mondi completamente diversi, nonostante agissero nello stesso contesto. Nella narrazione agreste predominano la terra, gli elementi primordiali e accenni di sapienza arcaica, mentre nella sfera casalinga si scivola nel magico, nel mistico e nel soprannaturale, in un sommarsi di streghe e incantamenti, di anime del Purgatorio e di contatti con l’Aldilà. La realtà, la cronaca, erano affidate infatti, nel mondo femminile, al pettegolezzo, che, per essere intensamente vissuto, abbisognava di essere ampliato e infiorato di fantasticherie e di congetture. Ma Giuseppe Cassini non è affatto ingeneroso con le donne, riconosce in loro una solida concretezza, manifestata nelle incessanti cure della casa, che gravavano interamente sulle loro spalle, tanto da renderle le autentiche colonne dell’organizzazione familiare. Le fantasticherie e il soprannaturale, insomma, servivano solo come svago, sebbene fossero una realtà intensamente vissuta e accettata.



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