mercoledì 18 dicembre 2013

LA PUGLIA, L'ADRIATICO, I TURCHI / / / Recensione a firma di Valeria Mingolla apparsa su Nuovo Quotidiano di Puglia di martedì 17 dicembre 2013

L'Adriatico racconta storie di guerra e di pace

di Valeria Mingolla


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Adriatico dunque mare di guerra? No, perché oltre che arena di scontro tra "Res publica Christiana" (Manselli) e Islam, latinità occidentale contro ortodossia orientale, fu anche mare di pace, aperto alle relazioni economiche fra due sponde, agli intrecci delle culture e dei costumi, alla conoscenza fra genti diverse, all'interscambio di forme e prodotti d'arte (architettura, pittura, scultura, miniatura, oreficeria, ecc.). (clicca sulla foto per continuare a leggere)

mercoledì 27 novembre 2013

La Puglia fra arte bizantina e barocca - Presentazione venerdì 29 novembre a Bari, nell'ambito della Rassegna "Building Apulia"


 Saranno presentati venerdì 29 novembre a Bari due volumi di Nino Lavermicocca e Mario Cazzato editi da Capone Editore di Lecce
La Puglia
fra arte bizantina e barocca
Nell’ambito della decima edizione della rassegna Building Apulia

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  Venerdì 29 novembre, alle ore 11, presso la sala Guaccero, in via Capruzzi 214 a Bari saranno presentati i due volumi Puglia bizantina di Nino Lavermicocca e Puglia barocca di Mario Cazzato, ambedue pubblicati dalla Capone Editore di Lecce.
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  All’incontro, moderato dal direttore editoriale di «Puglia Libre» Stefano Savella, saranno presenti gli autori e l’editore.
  La manifestazione, che si inserisce nell’ambito Rassegna Building Apulia, ideata e promossa dal Servizio Biblioteca e Comunicazione Istituzionale del Consiglio Regionale della Puglia e giunta alla decima edizione, affronta quest’anno una problematica complessa qual è quella dell’ “identità regionale” che, in Puglia, si presenta particolarmente ricca e articolata, date le molteplici influenze che il territorio ha subìto nel corso dei secoli, dando vita  ad aspetti artistico-culturali ancora oggi al centro di approfondimenti.

martedì 26 novembre 2013

LA PUGLIA, L'ADRIATICO, I TURCHI / / / Recensione a firma di Enrica Simonetti apparsa su "La Gazzetta del Mezzogiorno" di domenica 24 novembre 2013


SAGGI LAVERMICOCCA, CAPOTORTI E CORTONE
IN UN LIBRO DI CAPONE SPIEGANO IL «CONO LIQUIDO»

La Puglia

e i Turchi

ecco a voi l’Adriatico

Un viaggio storico a caccia della nostra identità
Di Enrica Simonetti

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A qualcuno sembra un corridoio stretto e lungo, un mare-fiume, un orizzonte blu carico di storia. Parliamo dell’Adriatico, il nostro Adriatico, che però non è solo Italia, ma anche Balcani, oriente, sponda di antichi approdi, di scorrerie di pirati e di sogni imperialistici. È nella sua diversità la ricchezza dell’Adriatico, mare che lo studioso Nino Lavermicocca definisce un «cono liquido incubatore di civiltà e culture», insomma un mare di frontiera (continua a leggere, cliccando sull’immagine)

martedì 5 novembre 2013

LA PUGLIA, L'ADRIATICO, I TURCHI / / / Presentazione sabato 9 novembre a Bari

Sarà presentato a Bari il 9 novembre

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La Puglia, l'Adriatico, i Turchi

Sabato 9 novembre alle ore 17e30, sarà presentato il volume curato da Nino Lavermicocca e con presentazione di Giorgio Otranto  La Puglia, l'Adriatico, i Turchi, pubblicato dalla Capone Editore di Lecce.
L'iniziativa, organizzata dall'Archeo Club "Italo Rizzi" di Bari, si terrà presso la Sala Convegni di Palazzo Calò, in strada Lamberti, 8, nella Città Vecchia.
Introdurrà Nico Veneziani, interverranno, oltre al curatore Nino Lavermicocca, Mariella Basile, Giorgio Otranto e Padre Damiano Bova.




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giovedì 24 ottobre 2013

LA PUGLIA, L'ADRIATICO, I TURCHI / / / Recensione di Barbara Moramarco apparsa su Brindisireport del 15 ottobre 2013


I secoli della Puglia dei Turchi
di Barbara Moramarco » 15 ottobre 2013 alle 22:50
La copertina del libro La Puglia, l'Adriatico, i Turchi
La copertina del libro La Puglia, l’Adriatico, i Turchi
BRINDISI – La regione più orientale d’Italia, la Puglia, è stata attraversata per secoli da popolazioni ed eserciti giunti dall’Oriente e dall’Occidente che lasciarono tracce della propria cultura, lingua, religione e usanze nella vita e nei gesti quotidiani dei pugliesi. Romani, Goti, Bizantini, Longobardi, Saraceni ed altri resero quindi la nostra regione una “…regione di frontiera, punto d’incontro e scontro”. “Una regione cerniera tra Oriente e Occidente” che si affaccia “….in quel gran mare che è il Mediterraneo, il mare degli uliveti e delle vigne, il mare dei mercanti e dei pellegrini; il mare che ha costituito un mondo sempre in fermento, in cui tracce di antiche civiltà si sono fuse con energie sempre fresche e vitali, dando vita a forme d’arte che hanno esaltato la creatività e l’ingegno dell’uomo, dalla musica alla poesia, alla pittura, alla scultura”.
Instanbul (da Matrakci Nasuh, XVI sec.)
Instanbul (da Matrakci Nasuh, XVI sec.)
A definire così questa bellissima terra e il mar Mediterraneo è Giorgio Otranto, che del volume intitolato “La Puglia, l’Adriatico, i Turchi (dai Selgiukidi agli Ottomani, 1071-1571) ” (Capone editore, p.142 – euro 15,00) uscito da poco nelle librerie, ha curato la presentazione. Scritto da Nino Lavermicocca, Marino Capotorti e Nicola Cortone il libro racconta dettagliatamente il ruolo svolto nel corso dei secoli dalla Puglia e dal “suo” mare, l’Adriatico, e la presenza nella nostra regione, tra XI e XVI sec., del popolo turco. La prima delle tre sezioni che compongono il libro si apre con il saggio di Nino Lavermicocca, studioso barese, che dopo una breve trattazione sul mare Adriatico definito “…cono liquido incubatore di civiltà e culture” ci racconta come quest’antico mare, dopo la caduta dell’Impero romano d’Occidente (476), tornò a essere “…frontiera fra le due sponde”.
Vieste, veduta del Pacichelli
Vieste, veduta del Pacichelli
L’autore descrive poi il ruolo delle città costiere dal V-VI sec., le ondate migratorie longobarde, slave e quelle arabe nel mar Mediterraneo e i tre Emiri che governarono Bari per circa un quarto di secolo (847-871): il “capobanda mercenario Khalfun”, il “mite e saggio Mufarrag ibn Sallam” e Sawdan al- Mazari, “descritto dalle fonti contemporanee a fosche tinte, come una sorta di Dracul (demonio) ante litteram, empio, pestifero e crudelissimo condottiero”.
Arricchendo il suo saggio con riferimenti a fonti e documentazioni scritte, Lavermicocca ricorda inoltre i continui attacchi saraceni alle città pugliesi, la situazione della nostra regione e di Costantinopoli tra IX e XI sec., la battaglia di Manzikert tra i Selgiukidi guidati dal sultano Alp Arslan e i Bizantini di Romano IV Diogene e prosegue con il ritratto di alcuni protagonisti del periodo come: l’imperatore d’Oriente Alessio I Comneno, che “seppe arginare ad est il tumulto dei Turchi e respingere ad ovest gli animosi guerrieri del nord”; Roberto il Guiscardo e suo figlio Boemondo; l’audace Giorgio Castriota, “capitano d’Albania” e Maometto II.
Lepanto (da Matrakci Nasuh, XVI sec.)
Lepanto (da Matrakci Nasuh, XVI sec.)
La prima sezione del libro si chiude con la descrizione della conquista di Otranto da parte dei Turchi nel 1480, con il massacro degli ottocento martiri decapitati sul colle della Minerva e con la situazione alla vigilia della battaglia di Lepanto che vide gli Ottomani “…padroni di tutto il Mediterraneo” con un Adriatico “…ridotto a mare ottomano, desolatamente teatro di barbarie e di perenni conflitti armati fra popoli e culture”.
La battaglia di Lepanto
La battaglia di Lepanto
La seconda parte del libro, scritta invece da Marino Capotorti, si apre con i successi ottomani del XVI sec., periodo in cui “…lo scacchiere dello scontro tra Cristianità ed Islam raggiunse confini estesissimi: dal Volga al Danubio ai Balcani alla frontiera ‘liquida’ del Mediterraneo occidentale”. Capotorti descrive la nascita della Lega Santa nel 1571, voluta da Pio V, e la vittoria navale dell’armata cristiana a Lepanto (1571) contro la flotta turca, “vittoria che si configurò subito come vittoria di Cristo, ottenuta per l’intercessione della Santa Vergine auxilium christianorum”. Capotorti propone quindi al lettore una bella serie d’immagini di dipinti presenti in molte chiese pugliesi e con i quali si celebrò la vittoria a Lepanto.
Il fuoco greco di Comneno
Il fuoco greco di Comneno
L’ultima sezione del libro, scritta da Nicola Cortone, racconta “la paura del turco”, degli Arabi e dell’Islam esistente già dall’IX-XI sec. nonché le tracce che questa paura lasciò nelle tradizioni popolari, nelle narrazioni letterarie e nel folklore. Cortone spiega poi come alla paura per i Turchi siano collegate le tante sculture popolari chiamate “teste di turco” o di Moro presenti in Puglia e nel resto d’Italia. Leggende popolari salentine collegate alle azioni dei Turchi sul mare, canti popolari, nenie, ritornelli raccontavano “le brutali azioni piratesche”.
Una torre di guardia
Una torre di guardia
Tra gli scrittori pugliesi che celebravano invece la resistenza dei cittadini contro i Turchi nei loro poemetti, Nicola Cortone ricorda Cataldantonio Mannarino, Marco Aurelio Salice e Giuseppe De Dominicis. Arricchiscono quest’ultima sezione del libro la fiaba di Bellafronte e Costanza, l’assedio della “flotta della mezzaluna” alla città di Otranto (1480) e l’orribile massacro degli ottocento martiri predetto da San Francesco di Paola, il massacro di Vieste (1554) ordinato dal capitano turco Dragut, massacro con cui “…s’infierì contro l’innocenza” trucidando “inabili, vecchi e fanciulli che non potevano trasportarsi”.
Il libro si chiude con la storia della gran sultana Giacoma Tommasa Rosa Beccarini collegata all’assedio di Manfredonia (1620), con il racconto di alcune incursioni turche poco note e con una panoramica su feste folkloristiche, cortei storici e sagre che si svolgono in alcune città italiane in cui si commemora “…la vittoria o in alcuni casi la sconfitta contro il Turco infedele”: San Pietro Vernotico, Tropea, Bellaria, Scicli, Tollo, Potenza, Fasano. Il libro “La Puglia, l’Adriatico, i Turchi” è un “viaggio” nella Puglia “turca” che nutrirà l’anima di chi ama la storia regionale.


Link d'origine Brindisireport

IL MORSO DEL RAGNO / / / Sarà disponibile da metà novembre la seconda edizione di " Il morso del ragno", di Maurizio Nocera. Terzo volume della collana "La terra e le storie", diretta da Antonio Errico e Maurizio Nocera


Maurizio Nocera, Il morso del ragno. Alle origini del tarantismo e il mondo del fenomeno vissuto dall’interno. Interviste a tarantate e parenti, Introduzione di Gilberto Camilla, Prefazione di Georges Lapassade, Postfazione di Carl A. P. Ruck e Blaise D. Staples, terzo volume della collana “La terra e le storie”, diretta da Antonio Errico e Maurizio Nocera, Capone Editore, Lecce 2013
Pagine 152, € 10,00
ISBN: 978-88-8349-182-5



Il libro: Il tarantismo è un fenomeno ancora poco conosciuto. Volta per volta, sono stati indicati, come fattori scatenanti, o le condizioni psichiche delle persone coinvolte, o le condizioni sociali, oppure problemi legati alla sfera magico-religiosa, fattori che, comunque, indipendentemente dalla motivazione da cui sono scaturiti, hanno avuto un fondamento.
In questo volume, il tentativo dell’Autore consiste nel cercare di rintracciare, attraverso delle interviste a persone coinvolte direttamente nel fenomeno e attraverso una nuova lettura della vasta bibliografia specifica, quali possano essere state le cause dello scatenamento di un così radicato e millenario fenomeno.
Melfi (Pz), Museo Archeologico Nazionale,
vaso apulo-lucano di età ellenistica
raffigurante una Menade che "sfugge" a Dioniso
L’Autore: Maurizio Nocera, ha pubblicato: (con A. L. Verri)Dieci anni in rivista 1979-1988. Lettere a “Pensionante de’ Saraceni” (Matino 1990); Antonio Antonio. Fabbricante d’armonia (Melpignano 1998); Compianto (Carpignano Salentino 2001; seconda ediz. Alpignano 2005); Totò Franz altrimenti detto Totò Toma (Castrignano dei Greci 2002); Il fanalista d’Otranto (Gallipoli 2003); Antonio Antonio o dell’Amicizia (Parabita 2003); Figli, vostro padre uccidete / La lama del tenente (Copertino 2004); Crepuscolo nel mare di Gallipoli (Gallipoli 2004); Profilo di don Pablo (Alpignano 2012); Giuseppe Forcignanò. Tirai su di lei per troppo amore (Pieve Santo Stefano 2013).

Chianciano Terme,
vaso raffigurante una scena di pizzica
Prefazione, di Georges Lapassade: Maurizio Nocera è da tempo uno dei principali animatori del neo-tarantismo salentino, la cui sorgente principale resta l’opera classica di Ernesto de Martino: La terra del rimorso. Questa opera, divenuta uno dei classici dell’antropologia contemporanea, in effetti ha avuto un destino paradossale: allorquando essa annunciava la probabile fine del tarantismo classico (vale a dire l’elemento essenziale della terapia tradizionale dei tarantolati), da lontano andava crescendo l’attuale corrente del neo-tarantismo, oggi molto affermata a Lecce e nell’intero Salento. Questo neo-tarantismo in effetti si alimenta del ricordo del tarantismo d’altri tempi, facendo spesso rivivere in molte feste e in altre manifestazioni la dimensione musicale, corale e orchestrale. Allo stesso tempo ciò ha dato impulso a molte altre manifestazioni e soprattutto a pubblicazioni dedicate a queste antiche pratiche.
La presente opera di Maurizio Nocera s’inscrive in questa corrente culturale, e in più parti è arricchita di nuovi apporti come, ad esempio, l’intervista a Luigi Stifani, divenuto noto in quanto musico-terapeuta di Maria di Nardò e spesso citato da Ernesto de Martino. L’opera di Maurizio Nocera costituisce così un contributo di primo piano a questa corrente culturale molto ricca che va a formare l’identità collettiva di questo Salento a volte assai differente da quello che Ernesto de Martino descrisse nel 1959 e pur tuttavia ugualmente fedele a ciò che era stato anticamente.
Il contributo di Maurizio Nocera prende così il suo posto a volte molto erudito nel panorama delle opere che ricostituiscono ciò che un tempo è stato in questo Sud d’Italia e di quelle – come d’altronde spesso accade anche altrove! – che producono la sua nuova identità. Parigi, 29 marzo 2005

Con i contributi di:

Gilberto CAMILLA, nato a Torino nel 1950; storico, ricercatore e psicoanalista, ha esercitato la professione di psicoterapeuta fino al 1992. Tra i fondatori della Sissc, ne ricopre attualmente la carica di Presidente. Direttore Scientifico della rivista «Altrove» fin dal 1994, è autore di libri e di svariati articoli e contributi vari. Fra tutti si ricordano: Allucinogeni vegetali. Culto antico e moderno uso ricreazionale, Verona,1982; Hofmann, Scienziato Alchimista. Tributo allo scopritore dell’Lsd, Roma, 2001; Psicofunghi italiani, Roma, 2003; Le Piante Sacre. Allucinogeni di origine vegetale, Torino, 2003. (Con Fulvio Gosso) Pionieri della Psichedelia, Torino, 2004. (Con Massimo Centini) Sciamanismo e Stregoneria, Torino, 2005. (Con Fulvio Gosso) Allucinogeni e Cristianesimo. Evidenze nell’arte sacra, Paderno Dugnano (MI), 2007. L’Arte visionaria huichol, Torino, 2007. (Con Fulvio Gosso) Hanno visto migliaia di dèi. Religiosità e laicità dell’esperienza visionaria, Paderno Dugnano (MI), 2009. Chi era Dioniso?, Torino-Salerno, 2013.

Lecce, marzo 2005, Georges Lapassade e Maurizio Nocera
Georges LAPASSADE (Arbus, 10 maggio 1924 – Stains, 30 luglio 2008), filosofo e sociologo francese. Professore e ricercatore emerito di Etnografia e Scienze dell’Educazione presso l’Università di Parigi VIII, dove ha lavorato e organizzato seminari fino agli ultimi anni della sua esistenza. È una delle figure più importanti della psicosociologia, dell’etnologia e della pedagogia. Ha introdotto in Francia l’etnometodologia. Fu il primo sociologo francese a studiare il rap a partire anche dall’osservazione del fenomeno manifestatosi a Lecce. Era considerato, con René Lourau, uno dei padri dell’analisi istituzionale. Autore di numerose opere sugli stati modificati di coscienza, nella sua lunga carriera si è occupato delle culture nordafricane e afroamericane, con particolare interesse per i temi della transe. In Italia, Georges Lapassade ha lavorato sulla pizzica e il tarantismo. Il suo primo libro L’entrée dans la vie, fu pubblicato nel 1963 (tradotto in Italia nel 1971 da Sergio de La Pierre con il titolo Il mito dell’adulto). Le edizioni Urra-Apogeo hanno ripubblicato, nel 2008, Dallo sciamano al raver. Saggio sulla transe uscito in prima edizione presso Feltrinelli nel 1980. Importante il suo contributo scientifico al Salento dove, a partire dal 1981, ha lavorato in diverse esperienze sia con l’Università sia con altri enti e gruppi di studio. Oltre alle numerose introduzioni ai libri di autori salentini, molti sono stati i suoi saggi sui movimenti sociali e culturali della terra che lo ha ospitato. Un più completo ricordo di G. Lapassade sta nel libro All’ombra di Georges Lapassade. Testimonianze e aneddoti dal Salento (a cura di Guglielmo Zappatore), Sensibili alle foglie, 2009.

Carl Anton Paul RUCK, nato a Bridgeport (Connecticut) nel 1935, è uno dei maggiori conoscitori della Letteratura antica e uno dei più apprezzati filologi statunitensi; insieme a Robert Gordon Wasson e ad Albert Hofmann ha aperto un nuovo capitolo della storia dell’etnomicologia, un capitolo fondamentale per capire la religione dell’antica Grecia. Tutto incominciò quasi quarant’anni fa, nell’ottobre del 1977, quando nel corso della II Conferenza Internazionale sui funghi allucinogeni (Fort Worden, 27-30 ottobre) venne presentata per la prima volta l’ipotesi lisergica come interpretazione dei Misteri Eleusini, a firma appunto di Wasson, Hofmann e Ruck. Instancabile e attento osservatore del simbolismo nel mondo classico e nel Cristianesimo delle origini, proprio a lui si deve il neologismo enteogeno oggi entrato nel linguaggio comune per definire le piante sacre (allucinogene), ottenuto dalle parole greche entheos e genés, “che manifesta il dio interiore”. Conosciuto in Italia, avendo spesso collaborato con la Sissc partecipando a numerosi suoi Convegni e con contributi scritti. Tra i suoi lavori sono da segnalare: The Road to Eleusis: Unveiling the Secret of the Mysteries (con R. G. Wasson, B. D. Staples e A. Hofmann), Harcourt Brace Jovanovich Pub. N.Y. 1978. (Edizione italiana Alla scoperta dei Misteri Eleusini, Milano 1996); Persephone’s Quest: Entheogens and the Origin of Religion (con R. G. Wasson e altri Autori), New Haven, 1986; The Apples of Apollo: Pagan and Christian Mysteries of the Eucharist (con C. Heinrich e B. D. Staples), Carolina, 2001; Sacred Mushrooms of the Goddess, Berkeley, 2006. In italiano: Vischio, Centauri e Datura (con B. D. Staples), in Eleusis (nuova serie) n. 2, 1999; Perseo, il raccoglitore di funghi (con C. Heinrich e B. D. Staples), in «Eleusis» (n. s.) n. 2, 1999; Giasone, l’Uomo-Droga (con C. Heinrich e B. D. Staples), in «Eleusis» (n. s.) n. 3, 1999; Mescolando il kikeon (con P. Webster e D. M. Perrine), in «Eleusis»  (n. s.) n. 4, 2000; Sacramenti visionari eretici nell’élite eclasiastica: l’altare di Grünewald, in «Altrove» n. 11, 2004; Il Mistero eleusino e la rivoluzione psichedelica, in «Altrove» n. 13, 2007; Prefazione a F. Gosso e G. Camilla, Allucinogeni e Cristianesimo. Evidenze nell’arte sacra, Milano 2007.

Blaise Daniel STAPLES (1948 – 2005), anche se poco noto al grande pubblico, fu uno dei più importanti studiosi di mitologia classica. Nato a Somerset (Massachusetts), si laurea in Lettere alla Boston University, dove ottiene anche il dottorato (Ph. D.) in Studi classici. Nella stessa Università conosce Carl Ruck, che diverrà suo amato compagno fino alla sua prematura scomparsa. Con Ruck è coautore di The World of Classical Mythology: Gods and Goddesses, Heroines and Heroes, uno dei più innovativi studi sulla mitologia greca. Contribuisce anche a The Road to Eleusis: Unveiling the Secret of the Mysteries, con una nuova traduzione dell’Inno Omerico a Demetra. Tra i suoi lavori più importanti sono da ricordare: The Road to Eleusis: Unveiling the Secret of the Mysteries (con C. Ruck, R. G. Wasson e A. Hofmann, 1978); The World of Classical Myth: Gods and Goddesses, Heroines and Heroes (con Carl Ruck, 1994); The Apples of Apollo: Pagan and Christian Mysteries of the Eucharist (con Carl Ruck, 2001); The Hidden World: Survival of Pagan Shamanic Themes in European Fairytales,  (con Carl Ruck, José Alfredo González Celdrán e Mark Alwin Hoffman, 2007.


Indice: Avvertenza; Tarantismo e sessualità, di Gilberto Camilla; Prefazione alla prima edizione, di Georges Lapassade; Intervista a Georges Lapassade; Cosa è il tarantismo oggi, di Piero Cannizzaro; Introduzione alla prima edizione, di Maurizio Nocera; Incantata fui; Santu Paulu miu de Galatina / Se m’à fare la grazia fammela mprima; Io, Luigi Stifani, mi sono miscellato con le tarante; Galatina: ... L’ombelico del Salento; Balla Maria, balla cuntenta, ca stae l’amore tou ca te sona e canta; Santu Paulu benadittu / intra lla manu tegnu scrittu / lu nome de Maria; Mamma, ho fame; Languidezza di stomaco; Sì, figlia mia, ballai per due giorni interi; Quando giungevi al feudo di Galatina, ti facevano scendere dal traino; Forse che la mia sessualità non era giusta; Acasa il tamburello non manca mai; Ste na serpa casarola cu te pozza muzzeca’!; Nella Cappella di san Paolo di Galatina suonando il tamburo rullante; Se nun ci thrrei lu filu a lla taranta, nu nci balla; Francesco De Raho e gli studi sul Tarantolismo; La Tarantella e la follia di Io. Danzando con la Musica del Tempo, di Carl A. P. Ruck e Blaise D. Staples; Testimonianze fotografiche.

disponibile dal 15 novembre 2013

mercoledì 16 ottobre 2013

LA PUGLIA, L'ADRIATICO, I TURCHI / / / Recensione di Felice Laudadio Jr apparsa su Repubblica.it


Testa di turco e “Vidua Vidue” a Bari

di Felice Laudadio Jr


“La Puglia, l’Adriatico, i Turchi (dai Selgiukidi agli Ottomani, 1071-1571)”, a cura di Nino Lavermicocca, Capone Editore, Lecce, settembre 2013, 144 pag. 15 euro.
puglia adriatico turchi
I bacini marittimi sono numerosi nel pianeta, il mar Rosso, il Golfo Persico, il Baltico, ma su nessuno si affacciano tre continenti (Europa, Africa, Asia), che nel corso della storia hanno regalato una ricchezza storica e culturale unica al Mediterraneo. Quel mar che la terra inghirlanda tra discordanti lidi, scriveva Dante e del quale l’Adriatico è il compendio naturale, sotto tutti gli aspetti. Un bacino, a sua volta, ugualmente incubatore di civiltà e culture, ma tutt’altro che vasto. Fernand Braudel lo misura in 700 km da Venezia alla Terra d’Otranto, con 140mila km2 di superficie. Le aree costiere continentali sviluppano 3887 km, quelle insulari 1980. Nel punto più stretto, Otranto e l’Albania distano solo 72 km. A sua volta, il condensato dell’Adriatico è la Puglia.Fortunata terra la chiamava il poeta fiorentino, una propaggine esposta alle varie fortune (venture) generate dal contatto o dall’impatto con etnie diverse. Dalle popolazioni preelleniche e preromane (Dauni, Peuceti, Messapi) a tutti gli eserciti scesi lungo la penisola o sbarcati sulle coste, oltre alle incursioni dei corsari barbareschi e balcanici. Tutto questo fa della Puglia una cerniera tra Oriente ed Occidente.

Possono sembrare considerazioni scontate, ma sono la premessa necessaria al lavoro di tre ricercatori. Un saggio storico preceduto dalla presentazione del prof. Giorgio Otranto e diviso in tre monografie, che sviluppano un aspetto particolare del confronto con Costantinopoli, fino alla vittoria cristiana di Lepanto. “Adriatico, golfo mediterraneo: incontri e scontri di civiltà e culture” è il tema di Nino Lavermicocca, archeologo medievalista barese. Affronta le invasioni arabe nel Mediterraneo (una lenta sequenza di battaglie perse e guerre vinte, troncata nel 1571) con uno sguardo particolare al ruolo della Puglia, sempre epicentrale, a cominciare dall’Emirato di Bari (847-871). L’esito finale di questo conflitto è l’argomento di Marino Capotorti, linguista e storico dell’arte: “La battaglia di Lepanto e la fine dell’egemonia turca sul mare. La partecipazione dei pugliesi”. Nicola Cortone, amico e allievo di Lavermicocca, si occupa della paura del Turco e della sua rappresentazione nelle tradizioni popolari  e nella narrativa.
La “Vidua Vidue”. “Mamma li Turchi”: la paura risale a ben prima del Mille e si estendeva agli Arabi e all’Islam intero. Le interminabili scorrerie saracene dalla Sicilia e dalla Tunisia portarono a stabilire basi d’appoggio sui litorali pugliesi. Diventarono Emirati musulmani a Bari e Taranto, ma naturalmente attirarono la reazione dei bizantini. I berberi tornarono sotto le mura baresi nel 1002-03, per un lungo assedio, risolto dall’arrivo liberatore della flotta veneziana, guidata dal doge Pietro Orseolo II. L’evento lasciò un segno nel folklore locale: una festa popolare, celebrata a Bari per secoli, oggi scomparsa. Della “Vidua Vidue”, Cortone offre nel volume una breve descrizione, tratta dalla “Storia di Bari” di Giulio Petroni.
La Quarta di CopertinaCon l’erosione dell’Impero bizantino avviata militarmente nell’XI secolo e proseguita metodicamente fino alla completa occupazione dell’Anatolia e alla distruzione della “grande mela rossa”, la capitale della cristianità orientale, Costantinopoli, i Turchi non furono in grado di elaborare una civiltà e cultura dell’incontro, fondata sui valori dell’Islam e della Ortodossia. All’Europa i Turchi si avvicinarono per circa quattro secoli con la guerra, seguendo nell’itinerario delle conquiste la direttrice egeo-ionico-adriatica (fino alla battaglia di Lepanto del 1571) e quella balcanica (fino al secondo assedio di Vienna del 1683), guardando alla Puglia come alla frontiera dell’Occidente che, pur nella sua disgregazione politica e debolezza militare, seppe comunque opporre un argine (paradossalmente proprio con la caduta di Otranto l’11 agosto 1480) all’ambizione del dominio universalistico della Sublime Porta.


lunedì 9 settembre 2013

È disponibile LA PUGLIA, L'ADRIATICO, I TURCHI, di Nino Lavermicocca, Marino Capotorti e Nicola Cortone, con Presentazione di Giorgio Otranto



Brindisi in una mappa turca del XVI sec.
Nino Lavermicocca, Marino Capotorti,Nicola Cortone, La Puglia, l'Adriatico, i Turchi. (Dai Selgiukidi agli Ottomani, 1071-1571), a cura di Nino Lavermicocca, Presentazione di Giorgio Otranto, Capone Editore 2013





Pagine 144, € 15,00
ISBN: 9788883491801



Il libro
Con l’erosione dell’Impero bizantino avviata militarmente a partire dall’XI secolo e proseguita metodicamente fino alla completa occupazione dell’Anatolia e alla distruzione della “grande mela rossa”, la capitale della cristianità orientale, Costantinopoli, i Turchi non furono in grado di elaborare una civiltà e cultura dell’incontro, fondata sui valori dell’Islam e della Ortodossia. All’Europa i Turchi si avvicinarono per circa quattro secoli con la guerra, seguendo nell’itinerario delle conquiste, la direttrice balcanica (fino al II assedio di Vienna 11 settembre 1683) e quella egeo-ionico-adriatica (fino alla battaglia di Lepanto 7 ottobre 1571), guardando alla Puglia come alla frontiera dell’occidente che, pur nella sua disgregazione politica e debolezza militare, seppe comunque opporre un argine (paradossalmente proprio con la caduta di Otranto l’11 agosto 1480) alla ambizione del dominio universalistico della Sublime Porta.


Gli argomenti:
Presentazione, di Giorgio Otranto ° Adriatico, golfo mediterraneo: incontri e scontri di civiltà e culture, di Nino Lavermicocca ° La battaglia di Lepanto, e la fine dell’egemonia turca sul mare. La partecipazione dei pugliesi, di Marino Capotorti ° La paura del “Turco” e la sua rappresentazione: tradizioni popolari, narrazioni letterarie e folklore, di Nicola Cortone





mercoledì 14 agosto 2013

VIAGGIO NEL SALENTO MAGICO / / / Recensione di Salvatore Esposito apparsa su Blogfoolk di agosto 2013



Federico Capone, Viaggio Nel Salento Magico, Capone Editore 2013, pp. 144, Euro 10,00

Secondo volume della collana “La Terra e Le Storie” diretta da Antonio Errico e Maurizio Nocera, “Viaggio Nel Salento Magico” di Federico Capone, offre un peculiare affresco delle tradizioni della Terra D’Otranto, un sapere ancestrale arricchitosi nei secoli dal passaggio di genti e culture differenti e conservatosi, quasi intatto nell’epoca moderna, quando da cuore dei traffici del Mediterraneo si ritrovò ad essere la periferia dell’Italia. Così tra folletti, streghe, fate, orchi, sirene, e tarante, veniamo letteralmente condotti in un viaggio nel tempo alla riscoperta di fatti di vita quotidiana, usi, costumi e superstizioni che compongono l’immenso mosaico della ricca tradizione popolare del Salento. Si ricompone così il racconto di quella “Terra Del Rimorso” descritta magistralmente da Ernesto de Martino, e non è un caso che larga parte del libro sia riservato al fenomeno del tarantismo, analizzato però in modo differente ovvero presentando un florilegio antologico, che raccoglie testimonianze e documenti preziosissimi che spaziano dal II secolo a. C., con le “Metamorfosi” di Nicandro di Colofone in cui si narra della battaglia a passi di danza combattuta fra le ninfe Epimelidi e i giovani pastori messapi, alle suggestive narrazioni di Goffredo di Malaterra, Alberto di Aquisgrana e Girolamo Mercuriale, in cui si scopre come il tarantismo fosse ben noto anche nel medioevo, fino ad arrivare alla fine del XIX secolo con le leggende raccolte da Giuseppe Morosi nella Grecìa Salentina, e con i documenti dei pionieri dell’etnologia salentina ovvero Trifone Nutricati Briganti, Giuseppe Gigli e Sigismondo Castromediano. Completano il testo l’iconologia della Puglia di Cesare Ripa, i diari di viaggio di George Berkeley, Antoine Laurent Castellan e Richard Keppel Craven, per concludere con Girolamo Marciano da Leverano. “Viaggio nel Salento Magico” è dunque un libro prezioso in quanto attraverso i documenti raccolti da Federico Capone ci consente di scoprire dettagli, storie e piccole leggende popolari che spesso sfuggono all’etnografia e all’etnomusicologia ufficiale. 
 
Salvatore Esposito 
 
Link d'origine: Blogfoolk

VIAGGIO NEL SALENTO MAGICO / / / Recensione apparsa su "Presenza taurisanese / Brogliaccio salentino" di Luglio-Agosto 2013


Il Salento magico nella “terra del rimorso”

Ci sono libri la cui fortuna è tale da opacizzare tutto quel che li ha preceduti o seguiti. Uno di questi testi è La terra del rimorso di Ernesto De Martino (1961). Un gran libro, uno studio condotto sul campo con criteri scientifici, non c'è che dire. Ma proprio la conduzione sul campo, in presa diretta del fenomeno o di quel che di esso era rimasto, ha trascurato testi fondamentali sull'argomento. Federico Capone, che da anni coltiva studi di carattere antropologico relativi al Salento, offre con questo suo libro-antologia, Viaggio nel Salento magico (Cavallino, Capone Editore, 2013, pp. 144, Euro 10,00), alcune testimonianze importanti, a partire dai miti poetici classici fino all'Ottocento del Nutricati-Briganti, del Gigli e del Castromediano. Vi si leggono testi tradotti in italiano di Goffredo di Malaterra, Alberto di Aquisgrana, Girolamo Mercuriale; Testimonianze di George Berkeley, Antoine Laurent Castellan, Richard Keppel Craven, Girolamo Marciano da Leverano e Giuseppe Morosi. Testi spesso trascurati da quanti ormai considerano il fenomeno un prodotto commerciale cultural-turistico, che fanno giustamente dire a Capone che tradizione e tradimento sono stati confusi. Simili testimonianze, se per un verso non aggiungono novità all'argomento, per un altro lo liberano dall'esclusività salentina del tarantismo e lo collocano in una dimensione più ampia del più vasto mondo del magico. Questo, infatti, è una categoria che afferisce tutte le latitudini, con delle costanti e delle specificità. Questo libro di Capone ci fa conoscere di più e meglio lo specifico salentino “in viaggio” nel suo straordinario universo del fantastico.

Recensione apparsa su “Presenza taurisanese / Brogliaccio salentino” del Luglio-Agosto 2013 – Anno XXXI – N.257

martedì 6 agosto 2013

VIAGGIO NEL SALENTO MAGICO / / / Recensione di Barbara Moramarco apparsa su brindisireport.it del 4 agosto 2013


Sulle magiche tracce della tarantola: dal mito popolare alla musica emblema del Salento
di Barbara Moramarco » 4 agosto 2013 alle 07:30
Phonurgia Nova sive Congium Mechanico-physicum artis et naturae Paranympha di Athanasius Kircher- 1673
Phonurgia Nova sive Congium Mechanico-physicum artis et naturae Paranympha di Athanasius Kircher- 1673
Tra pochi giorni il Salento tornerà ad essere travolto dall’energia, il ritmo, le “pizziche” della XVI edizione del Festival itinerante “La notte della taranta” che dal 6 al 24 agosto coinvolgerà quindici comuni. La mitica taranta, nome con cui nella tradizione popolare della Puglia è chiamato il comunissimo ragno dei Licosidi, la Lycosa tarantula (ragno dall’aspetto vistoso e dal morso doloroso ma innocuo), per secoli è stata ritenuta la responsabile di quel fenomeno pugliese, e salentino in particolare, noto con il nome di tarantismo.
Secondo le credenze popolari era il morso del ragno a provocare nelle persone colpite, i “tarantati”, un malessere generale interiore con sintomi psichiatrici, guaribile con la musica e la danza dell’ammalato per molti giorni consecutivi, sino allo sfinimento. Quell’antico fenomeno pugliese fu oggetto, nel 1959, di un importante lavoro di ricerca svolto nel Salento dall’etnografo italiano Ernesto De Martino (1908-1965) e incentrato su quei riti, danze e credenze e sulla cura per il morso del famoso ragno.
De venenis et morbis venenosis tractatus di Girolamo Mercuriale - 1588
De venenis et morbis venenosis tractatus di Girolamo Mercuriale – 1588
L’indagine etnografica di De Martino, pubblicata nel 1961 con il titolo “La terra del rimorso” (Il Saggiatore, 1961- pp. 273), provò che quei riti avevano per lo più la funzione di allontanare le inquietudini di una vita colpita dalla povertà e dall’emarginazione. Da allora però poco è stato aggiunto a quegli studi e a confermare il rallentamento subito dalla ricerca etnografica, è lo scrittore Federico Capone che nel suo libro intitolato “Viaggio nel Salento magico” (Capone editore, pp. 140- euro 10,00) così scrive:
“Nonostante i numerosi sforzi e la pervicace (buona) volontà, ben poco si è aggiunto, se non in casi assai rari, a La terra del rimorso; pur tuttavia, non si può negare che il movimento creatosi attorno al tarantismo abbia risvegliato, nel pubblico più ampio, un interesse che stava pian piano scemando verso quelle culture che sono delle classi popolari, provengono da queste e in queste trovano terreno fertile per attecchire, sopravvivere e rinnovarsi spontaneamente, senza forzature. In questo quadro di riscoperta, la ricerca ha subìto un rallentamento notevole, se non addirittura uno stop: ingenti somme di denaro sono state investite per confezionare piccoli e grandi eventi all inclusive, in grado di soddisfare la richiesta di esoticità del turista”.
La copertina del libro Viaggio nel Salento magico
La copertina del libro Viaggio nel Salento magico
“Viaggio nel Salento magico”, ulteriore perla della collana intitolata “La terra e le storie” diretta da Antonio Errico e Maurizio Nocera, curatore della prefazione, è un’antologia formata nella sua prima parte dalle diverse versioni di una leggenda narrata da Nicandro di Colofone (II sec. a. C.) e ambientata in Messapia, in un luogo chiamato dei “sassi sacri” dove si tenne una sfida, a passi di danza, tra le ninfe Epimelidi e alcuni giovani pastori messapi, inconsapevoli di essere in gara con delle divinità. La sfida, vinta dalle ninfe, si concluse con la trasformazione dei giovani pastori in ulivi dalla forma contorta “…ed oggi, si ode, di notte, una mesta voce proveniente dalla selva, quasi a lamentarsi” racconta Nicandro. L’antica leggenda fu ripresa da Ovidio (I sec. a.C.) e tradotta in ottava rima nel 1561 da Giovanni Andrea dell’Anguillara.
Seguono poi gli scritti di alcuni autori che hanno riportato testimonianza del tarantismo nel corso dei secoli. Tra questi Goffredo di Malaterra che nel 1064 descrisse così le tarantole che infestavano un monte vicino a Palermo e che infastidivano i soldati provenienti dalla Puglia al seguito dei Normanni: “…la tarantola è un verme che ha l’aspetto di un ragno, ma ha un aculeo velenoso e di puntura spiacevole”. Alberto di Aquisgrana, canonico della chiesa di Aquisgrana, descrisse invece le tarantole come “serpenti chiamati Tarenta”. Il canonico fu il primo a usare questo termine nella città fenicia di Sidone (nell’odierno Libano) e a descrivere i sintomi che i pellegrini cristiani colpiti dal ragno manifestavano “…morirono per l’agitazione e per una sete insopportabile, poiché le loro membra erano tumide per inauditi rigonfiamenti”.
Una tarantolata
Una tarantolata
Alberto di Aquisgrana descrisse anche i rimedi che gli abitanti di Sidone insegnarono ai Cristiani per guarire dal morso del ragno “…toccata e circoscritta la ferita di quel pungiglione con la mano destra, sembrava che quel veleno non potesse più nuocere” e il sistema per allontanarlo battendo delle pietre sugli scudi. “Chiaro il riferimento a quello che si è verificato nei secoli successivi, dell’importanza cioè del tamburello come strumento basilare della iatromusica” scrive Maurizio Nocera.
Girolamo Mercuriale, medico e filosofo, descrisse invece così i sintomi del tarantismo “…quando morde uno, quello è solito rimanere sempre nello stato e nel modo di fare in cui è stato punto finché il veleno non è stato espulso dal corpo”. E sul rimedio più noto, quello della musica, Mercuriale riporta ciò che aveva sentito dire da coloro che si erano recati in Puglia “…Tuttavia, per il resto affermano che contro il morso della tarantola può fare molto la musica, ma i rimedi per questo veleno sono da ricercarsi dagli abitanti della Puglia”.
Una delle raffigurazioni della Puglia nell'opera Iconologia di Cesare Ripa del 1593
Una delle raffigurazioni della Puglia nell’opera Iconologia di Cesare Ripa del 1593
A corredo dei preziosi testi che formano la prima parte del libro (e di cui l’autore ha riportato i testi latini originali), le belle ed antiche raffigurazioni simboliche della Puglia di Cesare Ripa, tratte dalla sua opera Iconologia del 1593. L’Apulia di Ripa è una “Donna di carnagione adusta che, vestita d’un velo sottile, abbia, sopra d’esso, alcune tarantole, simili a’ ragni grossi rigati di diversi colori, starà detta figura in atto di ballare, avrà in capo una bella ghirlanda di olivo, con il suo frutto e, con la mano destra, terrà con bella grazia un mazzo di spighe di grano e un ramo di mandorlo con foglie e frutto, avrà da una parte una cicogna, con un serpe in bocca, e dall’altra diversi strumenti musicali e, in particolare, un tamburello e un piffero”.
La seconda parte del libro di Federico Capone si apre con le testimonianze estratte dai diari di alcuni viaggiatori stranieri che dai primi del Settecento alla fine dell’Ottocento giunsero nella nostra regione. Leggendo questa selezione si scoprono notizie interessanti come quella riferita da George Berkeley nel 1717 secondo il quale il male si contrae “…mangiando frutta morsa dalla tarantola” o da Antoine Laurent Castellan che nel 1819 scriveva che la malattia “…rende un gran torto, soprattutto alle ragazze, per la loro sistemazione; inoltre il rimedio della musica è molto costoso, poiché si paga almeno un ducato al giorno ai suonatori, senza contare il medico, e poiché il malato balla da quattro a sette giorni di seguito”.
Il mito del tarantismo
Il mito del tarantismo
E ancora quella di Richard Keppel Craven che nel 1821 scriveva “gli abitanti di Brindisi appaiono molto più legati all’antica credenza rispetto a quelli di Taranto… I brindisini ritengono che il morso non manifesta i suoi effetti immediatamente, ma che questi si rivelano nei malati in forma di stupore, di languore, di debolezze e di malinconia, rendendoli inabili a svolgere le loro abituali occupazioni”. Girolamo Marciano da Leverano chiude questa selezione sul tarantismo con importanti riferimenti bibliografici. La terza parte del libro racchiude invece cinque leggende di alcuni paesi della Grecìa Salentina raccolte dal dialettologo Giuseppe Morosi. Le leggende in questione riguardano Martano, Castrignano e Sternatia. Il libro termina con alcuni racconti tratti dagli scritti di Trifone Nutricati Briganti, Giuseppe Gigli e Sigismondo Castromediano sulle fate, i folletti, gli orchi, le streghe, le sirene, gli spiriti della casa, i fatti di vita quotidiana e le superstizioni.