giovedì 30 settembre 2010

NOVITÀ - "Cucina mediterranea" di Giorgio Cretì

Giorgio Cretì, "La cucina mediterranea", Capone Editore, Lecce 2010

Con la locuzione dieta mediterranea generalmente la medicina tradizionale intende un regime alimentare particolare costituito di pasta (non troppa), pane (non troppo), frutta e ortaggi (in quantità), moderatamente arricchito di carne bianca e pesce; il tutto condito con olio d’oliva. È concesso un bicchiere di vino rosso a pasto.
Si ritiene che tale modo di alimentarsi sia il più sano oggi conosciuto, in quanto gli studi epidemioligici degli ultimi 40-50 anni hanno dimostrato che le popolazioni mediterranee soffrono meno di quelle nordeuropee e americane di malattie cardiovascolari e in particolare di cardiopatia ischemica; in più si ritiene che tale dieta riduca il livello ematico di grassi ed aumenti il livello di antiossidanti come le vitamine C ed E. È stato, inoltre, osservato che il 40% delle calorie assunte dalle popolazioni mediterranee viene dai lipidi, cioè in particolare dall’olio d’oliva.
Nel 1970, lo studioso americano Anchel Keys diede alle stampe un libro (Coronary Disease in Seven Countries) che suscitò grande scalpore: in esso si affermava che in Grecia e in Italia i decessi per malattie cardiovascolari erano molto ridotti rispetto agli Stati Uniti d’America. Keys attribuì gran parte del merito all’uso che si faceva in Italia, in Grecia ed in altre regioni mediterranee, quasi esclusivamente dell’olio di oliva. Altri studi successivi, anche italiani, hanno confermato le sue scoperte e alla fine si è giunti alla conclusione che per difendersi dalle malattie tipiche della civilizzazione, della civiltà della fettina da noi scoppiata dopo la seconda guerra mondiale, si doveva ricorrere ad una dieta contenente un basso livello di grassi saturi e ricchi, invece, di acidi grassi poli- o monoinsaturi, alti livelli di carboidrati complessi e fibre. Andava utilizzato l’olio d’oliva. In parole povere si rivalutavano i farinacei e l’alimentazione povera dei nostri nonni veniva promossa a dieta ideale. Nel 1995, Keys pubblicava Mediterranean Diet and Public Health: Personal Reflection, confermando le sue teorie già esposte in precedenza.
Ma chi era Ancel Keys? Ancel Benjamin Keys era uno scienziato americano, nato il 26 gennaio 1904 e morto il 20 novembre 2004, che aveva passato la sua vita a studiare l’importanza della dieta, del tipo di alimentazione di certe popolazioni, sulla salute dell’uomo. In particolare si era reso conto che i grassi contenuti in diete differenti, in alimentazioni differenti, portavano a risultati clinici diversi. Visse per una quarantina d’anni a Pioppi di Pollica nel Cilento dove si alimentò di piatti poveri basati sulle verdure, sui legumi, sulle paste fatte in casa, sul pesce e assumeva solo il grasso dell’olio d’oliva, alimentazione che ha avuto la sua importanza se gli ha fatto superare il secolo di vita; anche se bisogna oggi affermare che, evidentemente, il suo organismo era immune dal rischio oncologico, da quello diabetico, etc. Come egli stesso scriveva nel 1977, si nutriva di pasta in many forms, leaves sprinkled with olive oil, all kind of vegetables in season, and often cheese, all finished off with fruit and frequently washed down with wine [vari tipi di pastasciutta, ortaggi a foglia conditi con olio di oliva, tutti gli ortaggi di stagione, spesso il formaggio, la frutta che conclude il pasto e il vino che lo annaffia!]. Era l’alimentazione tradizionale del Cilento, dove si era stabilito, come lo era più o meno quella di tutte le popolazioni influenzate dall’areale dell’oliivo intorno al Mediterraneo. Le foglie (leaves) erano state da sempre la risorsa più a buon mercato del territorio e se, questa, non poteva costituire da sola la base fondamentale dell’alimentazione, era necessaria a determinare la sensazione di sazietà. Era anche utile, cosa importantissima, alla buona digestione. Se le popolazioni interessate avessero potuto nutrirsi tutti i giorni con la saporita e sostanziosa spagnola olla potrida, o con il napoletano pignato ‘maretato, l’avrebbero fatto volentieri, ma non potevano – almeno in quantità da saziarsene – ed usarono il loro ingegno gastronomico per render buoni, prelibati, i cereali, soprattutto i loro derivati, e le foglie, sia coltivate che agresti.
Oggi, più del 50% degli ortaggi freschi conosciuti provengono da specie americane, da noi introdotte dopo la scoperta dell’America ed affermatesi nel corso dei secoli successivi. Osservando bene, però, salta all’occhio il fatto che dall’America sono arrivati solo frutti (pomodori, peperoni, zucche, zucchine – fanno eccezione le melanzane), tuberi (patate, batate, topinabur), semi (fagioli e fagiolini). L’America non ci ha mandato un solo ortaggio da foglia. Cicorie, cavoli, bietole, spinaci, cardi sono tutti ortaggi del Vecchio Mondo, dove la loro colltura è stata praticata sin dall’antichità più remota. A tale proposito, Plinio sottolinea l’importanza storica e sociale della coltivazione degli orti e ricorda con nostalgia i tempi in cui erano molto ammirati “i giardini delle Esperidi, e del re Adone, e del re Alcinoo; e poi anche i giardini pensili fatti allestire da Semiramide o da Siro, sovrano dell’Assiria”. Degli orti Plinio descrive anche le tecniche colturali. Nel suo secolo si consumavano, come attestato da Apicio, bietole, cavoli, cicorie, lattughe, cardi, ortaggi da foglia, anche se non erano sconosciuti prodotti come le rape e le carote. Non parliamo poi delle bulbose - cipolle, porri, agli - ch’erano prodotti di largo consumo in Egitto e nelle civiltà mesopotamiche. Lo stesso Plinio ci dice poi che il burro era sì conosciuto, ma veniva adoperato soltanto come medicamento.
Avvicinandoci ai nostri tempi e come puntigliosamente dimostrato da Emilio Sereni nel 1958, i Napoletani, prima dell’epiteto di mangiamaccheroni si portavano appresso quello di mangiafoglia e ancora oggi nell’Italia meridionale il corrispondente di ortaggio è foglia o foglie; sono foglie i cavoli (anche se poi se ne mangiano i racemi detti broccoli), le cime di rapa, le cicorie (anche se si consumano solo le punte); semmai ci sono due categorie generali: foglie coltivate e foglie agresti, cioè selvatiche.
Ai primi del secolo XVII, nel 1614 per l’esattezza, il modenese Giacomo Castelvetro, che era fuggito dalle prigioni di Venezia per sottrarsi all’Inquisizione ed era riparato in Inghilterra come rifugiato politico, avendo nostalgia della sua terra scrisse un trattato che intitolò: “Brieve racconto di tutte le radici, di tutte l’erbe e di tutti i frutti che crudi o cotti in Italia si mangiano”. Non usa il termine ortaggio, ma parla di “erbaggi”, che può benissimo tradurre il termine “foglia”, e annota che “gl’Italiani mangiano più erbaggi e frutti che carne”; per due motivi: primo perché “la Bella Italia non è tanto doviziosa di carnaggi”, secondo perché in Italia “nove mesi dell’anno caldo vi fa” e si preferiscono i “frutti e [gli] erbaggi che ci rinfrescano e non ci riempiono di tanto sangue”.
Tutto questo per dire che pur riconoscendo i buoni effetti sulla salute della dieta mediterranea, qui non si vuole in nesssun modo imporre regole salutiste; si propone soltanto una raccolta delle ricette più appetitose della tradizione o delle tradizioni mediterranee che ancora sopravvivono e che, dato il loro successo anche sulle nuove generazioni, sembrano ancora ben radicate. Non si fa distinzione, come avviene nei menu dei ristoranti, tra antipasti, primi, secondi, etc. La tradizione non ne faceva. Inoltre, per la realizzazione di alcune ricette, come il farro alla romana, la cicoria selvatica alla salentina, etc., si ricorre all’impiego di grassi animali che conferiscono alla pietanza un sapore particolarmente gradevole.
Tuttavia l’autore e l’editore non possono non riconoscere l’importanza che all’alimentazione mediterranea tradizionale ha dato l’UNESCO, decidendo di tutelarla ufficialmente come patrimonio immateriale dell’umanità.

Salvo diversa indicazione, le ricette riportate in questo libro sono tutte per quattro persone.

La cucina mediterranea, Giorgio Cretì, Capone Editore, €12,00, isbn 9788883491306, pp. 160, a colori

martedì 28 settembre 2010

"Templi e fortificazioni in Grecia e in Magna Grecia" di Lorenzo Capone

La sterminata pubblicistica sugli argomenti al centro di questo lavoro, quasi sempre di altissimo livello scientifico, avrebbe dovuto far desistere chiunque, non accademico, dall'affrontarli. La passione per l'archeologia e la storia antica, però, unita alla curiosità di andare in giro e toccare con mano quanto resta della documentazione materiale greca, hanno spinto l'Autore ad insistere nel tentativo di rendere leggibili argomenti di così rilevante importanza per la storia dell'Occidente.

Del mondo greco, di come nasce e si sviluppa, di quel che ha prodotto sul piano filosofico, letterario, politico, conosciamo tutto, un po' meno sappiamo degli autori (architetti, maestranze, artisti) e soprattutto della tecnologia che questi utilizzarono per alzare mura imponenti, costruire tombe grandiose, edificare templi di grandi dimensioni, godibili ancora oggi anche sul piano estetico.

Templi e fortificazioni in Grecia e in Magna Grecia, con un apparato fotografico realizzato dallo stesso Autore che non ha precedenti se non in poche altre pubblicazioni, si apre raccontando di come, tra IX e VII sec. a. C., prende il via la costruzione dei templi in legno prima, in pietra successivamente e di come, attorno ai primi secoli dell'era cristiana (IV-V), vengono forzosamente abbandonati, distrutti, pochissimi, fortunatamente, riutilizzati.

Nella seconda parte del volume non meno suggestiva dell'architettura templare, si propone una descrizione della civiltà micenea, delle fortificazioni, delle città e delle necropoli realizzate tra XV e XIII sec. a. C., prima, cioè, che quella cultura, inspiegabilmente, scomparisse. In questa parte del volume un po' di spazio viene riservato alla presenza delle costruzioni megalitiche dell'Italia centrale (Alatri, Arpino, Ferentino) e alle fortificazioni, ad imitazione di quelle greche, del IV secolo costruite in Puglia dai Messapi e dai Peuceti (Manduria, Vaste, Muro Leccese e altre).

Anyone who does not belong to the university world would have given up facing the so many publications dealing with the subject of this book. However, the interest for the archaelogical and ancient history combined with the inquisitiveness to go and search for the remains of the Greek world has convinced the Author of this book to explore subjects relevant for the history of the West.

We know a great deal of the Greek world, its beginning and development, its productions in the field of philosophy, literature, political history; we do not know much of their men (architects, workers, artists), in particular of the technology they made use of in order to build huge walls, great tombs, large temples, impressive still today from their aesthetic point of view.

Templi e fortificazioni in Grecia e Magna Grecia (Temples and Fortifications in Greece and Magna Graecia), with photos made by the Author, begins with the story of temples built between the 9th and the 7th centuries B.C., first made in wood, later in stone; and how, in the first centuries of the Christian era (4th-5th), they were abandoned or destroyed, a few re-used. In the second part of the book the Author deals with temples of the Mycenaean civilization, fortifications, towns, necropolis between the 15th and the 13th centuries B.C., that is before that culture disappeared for ever without any explanation. Some space is given to the megalithic constructions in central Italy (Alatri, Arpino, Ferenino) and the 4th century Greek-like fortifications built in Apulia by the Messapi and the Peuceti (Manduria, Vaste, Muro Leccese, and other places).

domenica 26 settembre 2010

"Puglia preistorica. Volume primo - Dal Paleolitico all’Eneolitico" di Antonio Corrado è disponibile in libreria

È disponibile il libro di Antonio Corrado, Puglia preistorica. Avvicendamenti di paesaggi, uomini e culture per circa due milioni di anni. Volume primo. Dal Paleolitico all'Eneolitico (Capone Editore 2010).

Il libro: Puglia preistorica avvicina al grande pubblico la "storia" della più antica umanità presente sul territorio pugliese, rappresentata dall'Erectus, dal Neandertal e dal Sapiens, che, per il linguaggio troppo tecnico usato dagli studiosi e per la carenza di opere divulgative, è la cenerentola della storia della Puglia, pur occupando uno spazio temporale di circa due milioni di anni. Il libro espone le diverse facies culturali che si sono susseguite dal Paleolitico inferiore all'Eneolitico e racconta aspetti di vita quotidiana e spirituale deducibili dall'esame di quanto l'uomo ha lasciato nei siti frequentati, dalle modalità di sepoltura e dai resti di elementi artistici. Gli strati degli spessi depositi archeologici in grotta o all'aperto, sfogliati come un libro, rappresentano quasi delle biblioteche che contengono tutti gli elementi per poter ricostruire la storia dei nostri antichi progenitori. I differenti tipi umani, che in tempi diversi hanno popolato la Puglia, sono sempre inquadrati in un contesto paesaggistico in continua evoluzione (si pensi al ricorrente alternarsi, durante il Paleolitico, di periodi glaciali con periodi interglaciali ed ai conseguenti profondi cambiamenti nella composizione faunistica e floristica) sconvolto, a volte, da eventi traumatici, quali le attività vulcaniche, fenomeni, questi, che hanno costantemente condizionato le attività ed i modi di vita dell'uomo. è in questo contesto che vanno visti l'evoluzione morfologica e funzionale dei manufatti, l'introduzione di nuovi strumenti litici, l'esordio del vasellame, l'organizzazione sociale sempre più complessa e la nascita degli insediamenti.

L'Autore: Antonio Corrado, laureato in Scienze Naturali e già docente di Scienze, collabora da circa 25 anni con il Laboratorio di Paletnologia del Dipartimento di Beni Culturali dell'Università del Salento diretto da Elettra Ingravallo, insieme alla quale ha pubblicato, nel 1988, L'insediamento di Masseria le Fiatte (Manduria) nel popolamento neolitico del nord-ovest del Salento: contesto ambientale e distribuzione degli insediamenti e, nel 1995, Il Paleolitico di Donna Lucrezia (Ceglie-BR) nell'ambito di recenti rinvenimenti nell'Alto Salento. Nell'ambito delle attività di ricerca condotte dal Laboratorio di Paletnologia nell'Alto Salento, Antonio Corrado ha individuato numerosi siti preistorici, che hanno consentito di cogliere oltre gli aspetti culturali anche le modalità di occupazione del territorio ed i rapporti intercorsi tra l'uomo preistorico e il territorio da esso frequentato. In particolare si ricordano, per quanto riguarda il Paleolitico, i siti di Donna Lucrezia (Ceglie Messapica) e di Masseria Pane e Passole (Francavilla Fontana) e gli insediamenti presenti lungo la dorsale collinare di Oria. Per il Neolitico vanno menzionati gli insediamenti di Masseria le Fiatte (Manduria), di Sant'Anna (Oria) e di Masseria Era (Montemesola). Antonio Corrado ha inoltre pubblicato: Ceramica oritana in età sveva (1983), Habitat naturale e popolamento antico nel territorio di Oria (1984),Oria: territorio, ambienti e paesaggi (1989), Il Paleolitico nell'Alto Salento: ambienti, culture e popolamento (1993), Il territorio di Oria dal Paleolitico all'Età dei Metalli (1996), Il territorio di Oria nel Paleolitico (1997), Contributo alla identificazione di Yrie erodotea. Tradizione letteraria e documentazione archeologica (2008), Oria messapica in età arcaica (2010). Ha fondato e dirige la miscellanea Yrie. Quaderni di Studi Storici Salentini.

Caratteristiche tecniche: formato 17x24 cm, pagine 144, inserti fotografici a colori, € 15,00

Info e ordini: info@caponeditore.it; caponeeditore@libero.it - 0832611877 (tel e fax)

venerdì 24 settembre 2010

"Nacquero contadini, morirono briganti"

"Nacquero contadini, morirono briganti"
Stefano Donno
da La Repubblica - Bari.it - LIBRI Parole e dintorni

Capone Editore è una casa editrice specializzata in storia del Salento, del Mezzogiorno d’Italia e Cartografia. Beppe Severgnini, nel suo “Italiani con la valigia” (Rizzoli, 1999) , scriveva “Lorenzo Capone sostiene che Lecce e il Salento, se corteggiassero un turismo più sofisticato (arte, cultura, cucina), potrebbero attirare visitatori tutto l’anno, e diventare il giardino d’Europa.”. Dunque questa azienda editoriale è dotata di un catalogo di grande qualità nel quale vengono sviluppati i diversi aspetti della cultura etno/antropologica del territorio salentino, dalla preistoria ai giorni nostri, grazie al contributo di storici e studiosi di rilievo sia indipendenti che appartenenti al mondo universitario. Vi troviamo allora non solo libri fotografici, libri d’arte, di storia, d’architettura ma anche una nutrita sezione di testi dedicati al tema del Brigantaggio e della Storia del Mezzogiorno.

Faccio riferimento da subito alla collana dell’editore salentino “Carte scoperte, storie e controstorie” che ripropone testi storici e opere di narrativa, accogliendo inoltre approfondimenti, sfumature e ipotesi sia che toccano la Storia da un punto di vista macroscopico sia che lambiscono zone d’ombra della nostra cultura storica. In questa collana hanno visto la luce volumi come “Cento anni di Brigantaggio” di Alexandre Dumas, oppure “Il mistero del brigante” di Gianni Custodero. Ora per comprendere con cognizione di causa e con pienezza il brigantaggio post/unitario meridionale, liberandolo da ogni fumosità ideologica, occorre immergersi nel mondo contadino che ne è il substrato culturale e sociale.

Di recente pubblicazione per Capone editore, il libro “Nacquero contadini, morirono briganti” di Valentino Romano con prefazione di Paolo Zanetov. Le storie riportate – frutto di un recupero attento e paziente in anni e anni di scavi archivistici – aprono uno spaccato interessante, spesso inedito e insolito, su questo mondo nel quale convivono e si scontrano tutti insieme cafoni e gentiluomini, idealisti e profittatori, eroi tragici, avventurieri di sempre, briganti e soldati, vittime e carnefici, giudici e giudicati, carnefici e condannati, clero avido e monarchia intrigante: ombre di un Sud, palco di speranze, di illusioni e di delusioni sul quale, dopo la dissoluzione del Regno delle Due Sicilie, va in scena la nuova Italia. Il libro con una certosina raccolta di indicazioni bibliografiche e un’attenta calibratura dei passaggi e momenti storici che si concretizza in uno stile elegante e coinvolgente, racconta di semplici e umili contadini le cui vicende aiutano a capire il brigantaggio postunitario e la vera storia dell’Unità d’Italia.

Scrive la brava Monica Mazzitelli nella postfazione al volume: “Briganti, li chiamiamo, come oggi chiamiamo altra gente “clandestini”: nomi comodi per allontanare da noi, di uno o cento passi, il desiderio disperato di sopravvivenza, o se possibile di una vita dignitosa, una vita senza troppe paure, a cui ci si possa un pochino aggrappare. In queste pagine ci sono dolore e leggerezza insieme, crudeltà e amore: c’è umanità e disumanità come antinomia della stessa essenza: quella della realtà fatta di carne, delle sue pulsioni. C’è la sottomissione delle donne, spesso vendute, il sopruso sul povero, la vendetta sul ricco, la furbizia che si ritorce contro chi crede di poter strappare un salvacondotto alla fortuna”. Un libro utile, forse prezioso, forse necessario per capire gli intrecci e gli incroci di questo sud del sud del mondo!

Nacquero contadini, morirono briganti – di Valentino Romano (Capone, 2010, 144 pagine, 10 euro)

mercoledì 22 settembre 2010

Alla riscoperta della Magna Grecia

Nessuno avrebbe mai potuto prevedere che, a partire dall'VIII secolo a. C., l'emigrazione dei Greci nell'Italia meridionale e nella Sicilia, alla ricerca di nuove terre da colonizzare, avrebbe portato al nascere di una civiltà italiota e siceliota che avrebbe influenzato e condizionato la stessa Roma. Costretti dalla ristrettezza del territorio coltivabile e da motivi di politica interna, i Greci si avventurarono sui mari, guidati da oracoli propiziatori rassicuranti, insediandosi in piccoli nuclei familiari lungo le coste di quella che fu la Magna Grecia per antonomasia, estesa alla Sicilia. Nel giro di tre secoli le piccole colonie, le apoikiai, si trasformarono in breve tempo in città, poleis, che superarono la stessa madre-patria: valga per tutte, Siracusa, che resisterà agli attacchi di Atene, decisa a sottometterla.

Lo stesso Strabone, che visse all'epoca di Augusto e dedicò all'Italia due libri della sua Geografia, si fece interprete della sua cultura di origine e diventò un tramite tra il sapere greco e le istanze romane. Non per nulla nella descrizione dell'Italia meridionale e insulare Strabone volle mettere in risalto la "grecità" delle istituzioni, delle cerimonie sacre, delle norme legislative, della vita sociale e culturale dei centri di origine greca. Più o meno nello stesso periodo, Diodoro Siculo scrisse in greco una monumentale opera di storia universale, la Biblioteca Storica, prediligendo le vicende dei Greci e dei Romani: conoscitore della lingua latina, Diodoro fu il primo storico a trattare le vicende della civiltà umana, in particolare dei Greci e dei Romani dalle origini mitiche fino all'epoca di Cesare.

È un viaggio nel passato tuttora presente: dalla Taranto di Archita, il seguace di Platone, alla Metaponto pitagorica, dalla scuola medica di Crotone a quella filosofica di Eléa, dal romanzo in pietra dei templi di Paestum alla Sibilla cumana; e poi, lungo il sentiero delle isole vulcaniche, da Ischia alle Eolie, in Sicilia dove nacque la scienza di Archimede e di Empedocle, si sviluppò la melica corale di Simonide, Bacchilide, Pindaro, si diffuse il dramma di Epicarmo, si elevò il verso di Teocrito, tra lo splendore dei teatri di Taormina e Siracusa, i templi di Agrigento e Selinunte, in un connubio con la natura ferace ed un cielo sempre terso, in un incontro con le popolazioni anelleniche, che non poterono non essere influenzate dal secolare contatto con i Greci così come lo furono tutte le genti che si sono incontrate sul nostro suolo. Sconfitti dai Romani sul piano militare, i Greci d'Occidente vinsero alla grande sul piano culturale, permeando di sé tutta la nostra storia bimillenaria, e non solo la nostra.

martedì 21 settembre 2010

"Un viaggio da sogno nel tacco d'Italia", recensione di Stefano Donno


Un viaggio da sogno nel tacco d’Italia

"Un viaggio da sogno nel tacco d'Italia"
di Stefano Donno
da La Repubblica - Bari.it - LIBRI Parole e dintorni


Se si vuole avere un’idea di certe pubblicazioni che parlano di cultura e tradizioni della nostra regione, oltre la semplice elencazione di luoghi, date, e una carrellata patinata di fotografie da “cartolina”, non si può non prendere in considerazione l’ultimo prodotto della casa editrice salentina Capone dal titolo “Benvenuti in Puglia” con testi tra gli altri di Giovanni Ciocca, Janet Ross, Gianni Custodero, Maurizio Nocera solo per citarne alcuni in ordine sparso. Seppure possa apparire come una semplice guida (ma in realtà non lo è), questo volume non teme confronti rispetto alle più “blasonate” guide turistiche curate da grandi esperti d’arte e autorevoli studiosi di respiro nazionale ed internazionale.
Il volume in oggetto, che sarebbe da consigliare anche fuori dai tempi afosi della stagione turistica dal momento che si presenta con una veste editoriale elegante e dunque non banalmente circoscritto a svolgere la funzione di libro “last-minute” per un week end a queste latitudini, porta il lettore a vivere un viaggio tra i colori, i suoni, gli odori di una Puglia che si vuole donare a chi può apprezzarla ed amarla. Se si tratti di uno strumento indispensabile non solo per i viaggiatori colti e curiosi, ma anche per gli studiosi e per chiunque voglia approfondire la conoscenza di questa parte d’Italia, non posso dirlo con certezza, e forse sarebbe pure inutile conferire uno spessore di questo genere ad un’opera che comunque è una piccola “cosa” preziosa. E così sfogliando le pagine (preziose dunque anche nella scelta della grammatura e della qualità della carta) di quest’opera si viene posseduti da una sensazione insolita ovvero come se in qualsivoglia parte della Puglia ci si trovasse catapultati alla finis Italiae, la fine dell’Italia, dove la terra si fonde col mare in un unico abbraccio.

Ed ecco allora che ci si può nutrire di stupore scoprendo questo paese speciale, dove c’è il Gargano, pieno di boschi e montagne, poi le Murge, “ortus conclusus” di grotte e gravine, mentre il Salento si riversa nello Ionio, fra Otranto e Marina di Leuca. Una guida ricca di suggestioni indispensabili per non perdere i luoghi della Puglia autentica e i suoi impareggiabili sapori. Scrive Giacinto Urso nella prefazione al libro: “In Puglia o meglio nelle Puglie, che abbracciano le terre di Foggia, di Barletta, di Bari, di Taranto, di Brindisi e di Lecce, non si passa per andare altrove. Chi le vuole ammirare deve venire apposta in questo stivale d’Italia, che si tuffa tutto intero nel mare sino a “finibus terrae”, ultimo lembo che – secondo la leggenda – o va visitato da vivi, oppure, con l’anima, da morti”.

Benvenuti in Puglia – Presentazione di Giacinto Urso (Capone, 278 pagine, 20 euro)

martedì 14 settembre 2010

Architettura salentina tra muretti e “pagghiari”


Architettura salentina tra muretti e “pagghiari” di Luciano Pagano da La Repubblica - Bari.it - LIBRI Parole e dintorni

Per i tipi di Capone Editore è stato di recente pubblicato un saggio scritto da Rossella Barletta dal titolo “Architettura contadina del Salento. Muretti a secco e pagghiari”. Un testo che con un approccio scientifico e rigoroso ma dal taglio prettamente divulgativo affronta uno dei temi più interessanti legato al paesaggio del Salento. Il testo è dedicato ai due elementi architettonici che accomunano la nostra terra: i muretti a secco e i “pagghiari”. Entrambe le architetture nascono da un’esigenza del territorio, quella di utilizzare la materia a disposizione, la pietra calcarea, come elemento architettonico abitativo e delimitativo.

I “pagghiari”, anticamente utilizzati come abitazioni, forni, depositi, costituivano i centri propulsori delle campagne dell’antichità. I muretti a secco, oggi più che mai frutto di una rivalutazione, venivano costruiti con una tecnica che permetteva di ‘incastonare’ pietra su pietra, per ottenere un duplice effetto, pratico nella durata e di sicuro impatto estetico. Rossella Barletta ripercorre la storia delle architetture rurali salentine, grazie a una disamina della quale colpiscono la precisione metodologica oltre che la ricchezza dei particolari e del glossario che via via va costituendosi, quasi un dizionario per immagini e parole nel quale si colgono gli strumenti e gli oggetti, dalla ‘chiesura’ – luogo cintato da oliveto – o campagna in senso lato, (riferimento che dal nostro dialetto trova riscontro nella “enclosure” anglosassone), fino agli strumenti utilizzati per assemblare i pagghiari. Ogni capitolo del libro è dedicato all’approfondimento di un elemento architettonico.

L’opera della Barletta presenta un’utilità documentale e al tempo stesso storica; non trascurabile il fatto che con quest’opera ci si possa collegare all’attuale recupero dell’antica tradizione architettonica salentina, complice il sostegno della Scuola Edile della Provincia di Lecce, la quale cura dei corsi volti all’apprendimento di queste tecniche di costruzione. È presente anche una sezione dedicata ai pagghiari più rappresentativi del territorio. Il libro conferma una delle vocazioni più riuscite della sua casa editrice, la Capone Editore, quella nel creare veri e propri “saggi per immagini”, percorsi nei quali un attento apparato iconografico si accompagna a studi di rilevanza per i temi trattati e per gli autori impegnati nella curatela dei volumi; questo di Rossella Barletta, insieme alla “Guida pratica ai Trappeti sotterranei del Salento”, costituisce solo una delle bussole indispensabili per orientarci nella storia dei nostri luoghi attraverso la storia della nostra architettura rurale. A oggi mancava, per esaustività e competenza, una guida simile, capace di descrivere con semplicità e completezza questi ‘silenti’ accompagnatori delle visioni paesaggistiche dell’entroterra costiero.

Ci piace suggerire questa lettura accompagnandoci ai versi di Ennio Bonea, scrittore, critico letterario di adozione salentina e deputato liberale, che proprio dal Salento aveva posto le basi per l’avvio di un primo dibattito sul Salento come sub-regione culturale (prima ancora che politica); il professore Bonea scrisse dell’intimo legame che c’è tra l’uomo e il suo terreno/territorio, in particolare con la pietra, con queste parole che di certo sono rimaste ‘scolpite’ nella mente di molti, e che non a caso vengono riprese in questo volume: “È fatto di pietra il mio Sud/di terribili uomini in lotta/contro la roccia da millenni./Le donne aspettano la sera/i figli fuggono di casa,/intorno al focolare./Le figlie dietro i vetri/spiano nella strada/il venditore di percalla/sognando futuri di penelopi.//Sono uno di loro/uno dei bruciati cafoni,/ma venate non ho mani/come foglie di tabacco;/piedi non ho ampi come pale/e duri come zoccoli di mulo/né dal cuore purissimo/so trarre canzoni da lanciare/col fiore in bocca sui balconi.” Testi come questo sembravano invocare un avvicinamento tra un ambito di produzione culturale e intellettuale in senso stretto e la Terra, intesa come luogo dove il lavoro incontra l’ambiente.

“Architettura contadina del Salento” è un saggio che può far avvicinare gli intellettuali alla terra come punto di partenza che non sia di semplice sfruttamento del territorio ai fini di una proposizione falsata delle proprie radici, ma che sia capace di far scorrere nuova linfa, non solo economica, tra le fessure delle nostre pietre “scottate” dal sole.

Architettura contadina del Salento. Muretti a secco e pagghiari – di Rossella Barletta (Capone Editore, 100 pagine, 8 euro)

lunedì 13 settembre 2010

in libreria "Il Mediterraneo nella cartografia ottomana" di Vito Salierno

dal sito ComunicatiStampa

Esce in questi giorni nelle principali librerie italiane con molte vedute a colori di città costiere che vedono la luce per la prima volta al mondo, Il Mediterraneo nella cartografia ottomana (coste, porti, isole negli atlanti di Piri Reis), l'ultimo lavoro di Vito Salierno pubblicato da Capone Editore di Lecce.

Il Libro: La cartografia islamica del Mediterraneo non è mai stata studiata nel suo complesso, anche se sono stati pubblicati molti importanti saggi e articoli, in particolare su mappe singole e sugli atlanti compilati da Piri Reis, l'ammiraglio della flotta ottomana nel Cinquecento, che fu autore di due versioni del Kitab-ï Bahriyye [Il libro del mare], copiato ampiamente per tutto il XVII secolo. Il libro, di derivazione dagli isolari italiani, era rivolto all'uomo di mare nella sua prima versione, al collezionista e al bibliofilo nella sua seconda versione: di qui il successo dei molti manoscritti, decine dei quali si conservano tuttora.

L'analisi della cartografia islamica va dalla Geografia di Tolomeo, le mappe di Ibn Idrisi e le esistenti carte medievali sino all'opera di Piri Reis e dei suoi successori quali Nasuh Matrakçi, Seyyid Nuh, Katib Çelebi, e i cosiddetti atlanti di Hümayun e 'Ali Macar. Ampio spazio è stato dedicato alle descrizioni delle mappe di Piri Reis: coste, porti, isole dell'Italia, Francia, Spagna, paesi del Maghreb, Egitto, Grecia, Turchia, e isole principali nel Mediterraneo.

The Islamic Cartography of the Mediterranean has never been studied on its whole complex, even though many qualified essays and articles have been published, in particular on single maps and on the atlases compiled by Piri Reis, the 16th c. admiral of the Ottoman fleet, who was the author of two versions of the Kitab-ï Bahriyye [The Book of the Sea], which was copied extensively in the 17th century. This book, closely derived from Italian isolari, was directed to the mariner in its first version, to the collector and book amateur in its second version: hence the success of the many manuscripts, tens of which are still extant.

The analysis of the Islamic cartography goes from Tolomeus' Geography, the maps of Ibn Idrisi and the extant Middle-age charts to the work by Piri Reis and his followers such as Nasuh Matrakçi, Seyyid Nuh, Katib Çelebi, and the so-called Hümayun's and 'Ali Macar's atlases. Much space has been devoted to the descriptions of the maps by Piri Reis: coasts, ports, isles of Italy, France, Spain, the Maghreb countries, Egypt, Greece, Turkey, and the main isles in the Mediterranean.

L'Autore: Vito Salierno lavora da sempre nel campo della storia moderna e delle letterature comparate, con particolare riguardo a D'Annunzio, Tagore e Iqbal. Tra i suoi lavori storici più noti citiamo L'India degli dèi (1986), D'Annunzio e Mussolini (1988), Roma 1870 (1992), D'Annunzio e i Savoia (2006). Nel campo della letteratura ha curato le edizioni delle lettere di D'Annunzio a Margherita Besozzi (2001), a Nietta Cassinari (2005) e a Barbara Leoni (2008); ha tradotto del poeta bengalese e premio Nobel Rabindranath Tagore il Gitanjali e Luna Crescente (1990) e del poeta-vate della nazione pakistana Muhammad Iqbal il Richiamo della carovana (2010).

Nel campo specialistico dell'islamistica, ha pubblicato nel 1963 un'Antologia della poesia urdu, nel 1972 un saggio storico-letterario Pakistan dal deserto alla vita, nel 2000 un saggio su I Musulmani in Puglia e in Basilicata, nel 2001 il romanzo La sultana, nel 2002 un saggio sulle Iscrizioni pseudocufiche in Puglia e Basilicata, nel 2004 un saggio Iqbal and Italy. Con la Capone Editore ha pubblicato nel 2006 I Musulmani in Italia - secoli IX-XIX, nel 2007 'Iraq dai Sumeri a Saddam Husein, nel 2009 Alla riscoperta della Magna Grecia, e nel 2008 ha curato l'edizione di Yèmen, un viaggio a Sanâa nel 1877 di Renzo Manzoni.

Indice del volume: Introduzione; L'epoca di Solimano il Magnifico; La cartografia pre-ottomana: le fonti; La cartografia ottomana; L'Italia nel Kitab-ï Bahriyye; La cosiddetta mappa di Hajji Ahmed; Il Mediterraneo occidentale nel Kitab-ï Bahriyye; Le coste del Maghreb nel Kitab-ï Bahriyye; Le coste greche e turche nel Kitab-ï Bahriyye; La cartografia ottomana dopo Piri Reis; Note; Bibliografia generale.

Indice di alcune località italiane raffigurate nel libro (molte vedute vengono pubblicate per la prima volta al mondo): Adriatico con le città lungo la costa italiana: Venezia, le foci del Po, Cesenatico, Pesaro, Senigallia, Ancona, Recanati, Lanciano, Vasto, Lago di Varano, Manfredonia, Barletta, Molfetta, Bari, Brindisi, Lecce, Otranto, Capo Santa Maria, Gallipoli. Da nord, Muggia, le isole lungo la costa dalmata; Agrigento; Ancona con la sua fortezza. Si notano il porto detto Liman Anqona, la chiesa di Santa Maria di Portonovo o la Badia di S. Pietro che nella mappa è indicata come San Clemente (Santa ki Manto), il monte Conero e il borgo di stirolo; Aspromonte; Bari; Brindisi con le torri all'ingresso del porto dette burj; Calabria; Capo San Vito con l'omonimo santuario e il convento dei Cappuccini; Capo Bruzzano; Capo dell'Arme con le torri omonime; Capo delle Colonne e quelli di Cimiti e di Rizzuto; Capo Passero; Capo Spartivento; Capo Vaticano; Catanzaro; Catona; Costa abruzzese con la città di Ortona e i borghi di Francavilla, di San Vito e le rispettive torri di guardia. Nell'interno le città di Chieti, di Lanciano; Costa calabrese compresa tra Capo Trionto e Punta Alice con la città di Rossano, i borghi di Crosia e di Calopezzati e la città di Cariati. Le torri corrispondono a quelle di Trionto, di Santa Tecla; Costa laziale con Gaeta, di fronte l'isola di Ponza, quindi Terracina, la città di Roma, e infine Civitavecchia; Costa marchigiana. Il fiume Foglia, le città di Pesaro e di Fano, il ponte di pietra sul fiume Metauro; Costa tirrenica; Crotone con la sua fortezza, il capo delle Colonne, Capo Bianco; di Fiumenicà, di Punta Alice di Primaro. La contrada di Cordigoro, la città di Comacchio all'interno delle valli omonime; Dino (Isola); Egadi; Eolie; Ferrara, il monastero di San Giorgio ed il borgo omonimo; Gallipoli; Giovinazzo; Golfo di Genova con le isole di Capraia e Gorgona, la città di Piombino, La Spezia, la città di Genova, e infine Savona; Golfo di Squillace e Punta Stilo con le città omonime; Il fiume Metauro, confine tra Stato della Chiesa e Ducato di Urbino, la città di Senigallia lambita dal fiume Misa, la rocca di Fiumesino presso il corso d'acqua omonimo; Il versante meridionale del Gargano indicato nella mappa come "Regione di Puglia" o Vilayet-i Puliye: da est a ovest, un monastero, il borgo di Mattinata, capo Sant'Angelo, la città di Manfredonia, la foce dell'Ofanto con le due torri di guardia e la città di Barletta; Isola di Sant'Andrea; Le Castella protesa nel mare; Lecce; Licata; Mantova; Mazara;Messina; Milazzo; Mola; Monopoli; Otranto; Palermo; Palizzi; Penisola salentina con Lecce, scalo di Lecce, porto di Lecce, Roca Vecchia, Otranto, Capo Santa Maria di Leuca, Tricase, Gallipoli; Penisola sorrentina e il golfo di Napoli: (da est a ovest) Capo Licosa, la città di Salerno, l'isola di Capri, i borghi di Vico e Castellammare, la città di Napoli, e l'isola di Ischia; Po e le rispettive foci: porto Fornaci, di Goro, dell'Abate, di Volana, di Magnavacca; Policastro; Reggio Calabria fronteggiata da quella di Messina; Sardegna; Scalea; Sciacca; Scicli; Sicilia; Sicilia nord-orientale; Siracusa; Stromboli; Taormina; Taranto con le isole Cheradi che chiudono il mar Grande; Termoli; Trapani; Trieste; Tropea; Urbino; Vasto; Venezia.

Indicazioni bibliografiche e caratteristiche tecniche: Vito Salierno, Il Mediterraneo nella cartografia ottomana (coste, porti, isole negli atlanti di Piri Reis), Capone Editore, Lecce 1010. Formato 21x29,7 cm, cartonato con sovraccoperta, interamente a colori, pagine 112, € 35,00.

Info e ordini: 0832611877 (telefono e fax) - info@caponeditore.it - caponeditore@libero.it

Le città del Mediterraneo secondo l'Islam

"Le città del Mediterraneo secondo l'Islam"
di Stefano Donno
da La Repubblica - Bari.it - LIBRI Parole e dintorni

Esce in questi giorni nelle principali librerie italiane un’importante pubblicazione che contiene svariate vedute a colori di città costiere che sono portate alla conoscenza del grande pubblico per la prima volta al mondo. Parliamo de “Il Mediterraneo nella cartografia ottomana (coste, porti, isole negli atlanti di Piri Reis)”, l’ultimo lavoro di Vito Salierno pubblicato da Capone Editore di Lecce (0832.611.877, info@caponeditore.it).

La cartografia islamica del Mediterraneo non è stata mai oggetto di un approfondito studio o di un’analisi complessiva e accurata, anche se sono stati pubblicati molti importanti saggi e articoli, in particolare su mappe singole e sugli atlanti compilati da Piri Reis, l’ammiraglio della flotta ottomana nel Cinquecento, che fu autore di due versioni del Kitab-ï Bahriyye [Il libro del mare], sfruttato, utilizzato e copiato ampiamente per tutto il XVII secolo. Il libro, di derivazione dagli isolari italiani, era rivolto all’uomo di mare nella sua prima versione, al collezionista e al bibliofilo nella sua seconda versione: di qui il successo dei molti manoscritti, decine dei quali si conservano tuttora.

L’analisi della cartografia islamica va dalla Geografia di Tolomeo, le mappe di Ibn Idrisi e le esistenti carte medievali sino all’opera di Piri Reis e dei suoi successori quali Nasuh Matrakçi, Seyyid Nuh, Katib Çelebi, e i cosiddetti atlanti di Hümayun e ‘Ali Macar. Ampio spazio è stato dedicato alle descrizioni delle mappe di Piri Reis: coste, porti, isole dell’Italia, Francia, Spagna, paesi del Maghreb, Egitto, Grecia, Turchia, e isole principali nel Mediterraneo. Le località italiane raffigurate nel volume vanno da Venezia, le foci del Po, Cesenatico, Pesaro, Senigallia, Ancona, Recanati, Lanciano, Vasto, Lago di Varano sino a Manfredonia, Barletta, Molfetta, Bari, Brindisi, Lecce, Otranto, Capo Santa Maria, Gallipoli e molto, molto di più. Parliamo di un libro dall’alto valore contenutistico di portata nazionale e internazionale, che testimonia l’impegno di questo editore nel voler continuare a diffondere preziose documentazioni storiche che riguardano la Puglia e il Mediterraneo.

L’autore, Vito Salierno, lavora da sempre nel campo della storia moderna e delle letterature comparate, con particolare riguardo a D’Annunzio, Tagore e Iqbal. Ha tradotto del poeta bengalese e premio Nobel Rabindranath Tagore il Gitanjali e Luna Crescente (1990) e del poeta-vate della nazione pakistana Muhammad Iqbal il Richiamo della carovana (2010). Nel campo specialistico dell’islamistica, ha pubblicato nel 1963 un’Antologia della poesia urdu, nel 1972 un saggio storico-letterario Pakistan dal deserto alla vita, nel 2000 un saggio su I Musulmani in Puglia e in Basilicata, nel 2001 il romanzo La sultana, nel 2002 un saggio sulle Iscrizioni pseudocufiche in Puglia e Basilicata, nel 2004 un saggio Iqbal and Italy. Con la Capone Editore ha pubblicato nel 2006 I Musulmani in Italia – secoli IX-XIX, nel 2007 ‘Iraq dai Sumeri a Saddam Husein, nel 2009 Alla riscoperta della Magna Grecia, e nel 2008 ha curato l’edizione di Yèmen, un viaggio a Sanâa nel 1877 di Renzo Manzoni.

Il Mediterraneo nella cartografia ottomana (coste, porti, isole negli atlanti di Piri Reis) – di Vito Salierno (Capone Editore, 2010, 112 pagine, 35 euro)