giovedì 19 luglio 2012

STORIA DEL REGNO DI NAPOLI // IL SALENTO DA OSTUNI A LEUCA // Recensione di Felice Laudadio Jr su "Larepubblica.it"


Da Croce al Salento:ombre e luci del Mezzogiorno


di Felice Laudadio jr.


Regno di Napoli
C’era una volta un lungo stivale, con la testa in Europa e il tacco nel Mediterraneo. Un Paese riunito dalla storia e che divide gli storici. Una nazione di diversi, ma uniti, che senza darci peso si chiamavanopolentoni e terroni, quasi per gioco. Poi, la curiosità ha ceduto all’egoismo e le differenze tra Nord e Sud oggi sembrano insuperabili. I veleni di Bossi hanno intossicato tutti, in pochi decenni. Vista da Nord, l’Italia meridionale è marchiata a fuoco come una terra senza speranza, abbandonata ai clan, al familismo amorale, al clientelismo. Invivibile, in coda a tutte le classifiche, per l’incapacità degli amministratori e lo scarso senso civico degli amministrati. Da Sud si replica, brontolando, ch’è tutta colpa dell’egoismo del Settentrione, che le eccellenze nel Mezzogiorno ci sono, come nel Nord e che qui si è anche più svegli e intelligenti. Sarebbe ora, invece – ma non si fa, troppa fatica – di darsi da fare contro il familismo, il clientelismo, i clan, che purtroppo rallentano la crescita del Meridione e di cancellare le sacche di assistenzialismo, autentiche palle al piede. Si preferisce piangere di tesori rubati, di un regno borbonico, presunto paradiso violato, beffato con l’unificazione da una famiglia regnante savoiarda e francofona. È vero che Re Vittorio parlava solo piemontese col conte Camillo Benso & C., ma Cavour diceva pure che, offerte “buone leggi al Sud”, anche i meridionali sarebbero stati una risorsa per l’Italia unita. Sì, il piccolo Piemonte con le sue manie di grandezza ha cancellato nel 1860 il più antico e grande stato d’Italia, il regno del Sud, creato dai Normanni dopo il Mille, ma è stato un male necessario, parola di Benedetto Croce. Per il principale ideologo dello storicismo, non sarebbe stato possibile all’Italia meridionale entrare “da sola nella nuova via nazionale”.

Sicché, Croce giustifica il modo in cui il Mezzogiorno è stato unito al Regno di Sardegna, lo trova “inevitabile e benefico”. È un giudizio che ha deluso molti storiografi attuali, a cominciare da Giuseppe Galasso, passando da Angelo Panarese, autore alberobellese per l’editore Capone di Lecce del saggio “Storia del Regno di Napoli. Un confronto con Benedetto Croce”, 168 pag. 13 euro. L’interesse del saggista pugliese nasce intorno alla celebrazione dei centocinquanta anni dell’Unità e al dibattito sulla condizione di subalternità del Mezzogiorno in cui il processo si è sviluppato. Per “una maggiore conoscenza delle problematiche del Sud e una più profonda consapevolezza dei limiti storici del processo di unificazione italiana”, sembra “opportuno” al ricercatore pugliese – già sindaco di Alberobello – rileggere in chiave critica lo scritto crociano, che ripercorre la vicenda storica meridionale dai Vespri del 1282 al 1861. Intanto, resta il nucleo fondante della concezione dello storico di Pescasseroli: la destrutturazione del Regno di Napoli è stata non solo inevitabile, ma indispensabile, l’unico mezzo per conseguire una più larga vita nazionale e risolvere “gli stessi problemi che travagliavano l’Italia del mezzogiorno”.
Croce non aveva una concezione negativa della storia e del ruolo del Regnum, ma non apprezzava la classe dirigente meridionale, restringendo la stima alla sola categoria della cultura, agli intellettuali. Nella sua visione, spicca il rapporto strettmo tra Mezzogiorno, Italia ed Europa. Prima coi normanni, poi con svevi, angioini, aragonesi, il più vasto stato italiano è stato in competizione e spesso in lotta coi Paesi del Mediterraneo occidentale, dal nord Africa alla penisola iberica e alla Francia. Cosa sarebbe la storia del Regno di Napoli senza la Spagna e cosa la storia d’Italia senza il Regno del Sud? È quello che ci si può domandare, con Croce. L’arretratezza del ceto amministrativo borbonico stava sabotando questo contribuito alle vicende continentali, relegando il reame duosiciliano in un isolamento, tutt’altro che splendido. Agli occhi di un osservatore inglese, lo storico Bolton King, nessuno stato in Italia poteva vantare istituzioni come quelle delle Due Sicilie, ma “la corruzione dilaga in ogni branca dell’amministrazione e contagia tutto, Napoli ha il codice più illuminato, in pratica però l’unica legge è l’arbitrio”.


Salento
Non poteva restare, insomma, il “paradiso abitato da diavoli” che tanto aveva impressionato Goethe. Quanto all’eden – per evadere da una materia impegnativa come la critica storica – eccolo, in forma di paesaggio abitato, tra le meraviglie del Tacco, nell’ultimissima Guida dell’editore salentino, “Il Salento da Ostuni a Leuca. Dal mare all’entroterra delle province di Brindisi, Taranto e Lecce”, 160 pag. 12 euro, di Lorenzo ed Enrico Capone, padre e figlio. Curioso come le loro pubblicazioni turistico-geografiche riescano sempre nuove, ricche di angoli insoliti, di immagini inedite, ancora capaci di prospettive e spazi tuttora poco esplorati. È merito delle novità tecnologiche, ma quando i prodigi della fotografia digitale non bastano, il miracolo lo fa la curiosità inesauribile degli autori. È il caso, e non solo, dei diorami della Grotta dei Cervi di Porto Badisco: i pittogrammi di ignoti decoratori preistorici non sono mai stati tanto nitidi.
Salento attraente. Terra da visitare: eccoli i centri storici, le coste e le spiagge, gli splendidi fotocolor di Lecce, la capitale del barocco. Sì, perché le meraviglie non sono solo settentrionali: strade larghe e treni sotterranei e ascensori veloci e scale mobili e tappeti a motore, quasi che Napoli, Palermo e Bari restino semplici villaggi. Il Nord non è tutto metropoli e modernità, come la civiltà meridionale non è solo delinquenza e passione. Non è possibile tracciare una retta sulla cartina e dividere i buoni nella parte alta dello stivale dai cattivi in basso. Anche Varese è “ladrona”, le casseforti leghiste lo confermano e la mano rapace delle ‘ndrine calabresi non è entrata forse nelle asl lombarde? Non c’è un Nord onesto e un Sud malamente. Se così fosse, avrebbe ragione Bossi. “E Bossi è un galantuomo”, direbbe l’Antonio di Shakespeare. Ed è anche l’eleganza fatta persona, con le sue canottiere a vista. Ma in una piazza del Sud, di domenica sera, c’è mai stato?


Link originario: Blogautore di La Repubblica


lunedì 16 luglio 2012

PUGLIA BIZANTINA // Recensione di Claudia Presicce, apparsa su "Nuovo Quotidiano di Puglia" di sabato 30 giugno 2012


Puglia, un cuore d’Oriente
Un viaggio
tra le testimonianze medievali
– di Claudia Presicce –


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Di quell’orientalitaà diffusa che ti accoglie da Nord a Sud e si respira tra i centri urbani e le campagne, già colta dallo sguardo dei viaggiatori settecenteschi che allungarono il Grand Tour fino all’ultima Puglia, racconta Nino Lavermicocca in “Puglia bizantina. Storia e cultura di una regione mediterranea (876-1071)” (Capone Editore, 17 euro).
Terra dall’“imprinting orientale endemico” definisce l'autore la Puglia, regione che custodisce dentro di sé la cultura bizantina e se ne nutre anche molto al di là dei reali reperti e delle testimonianze ancora esistenti, perché l’ha fatta propria, inglobandola nel suo nucleo più profondo. Infatti anche laddove non è possibile apprezzare affreschi, monumenti, mosaici, cioè nessuna traccia inequivocabile e concreta, qui soffia ancora quel vento arrivato da Bisanzio, si respira una familiarità non fortuita con quei territori ad oriente che a lungo, tra l’altro, hanno considerato loro propaggine la nostra regione.
“I due secoli di storia bizantina della Puglia – scrive l’autore riferendosi al periodo compreso tra 1'871 e il 1071, il tempo cioè analizzato nel testo - sono tra i più ricchi di eventi e avvenimenti, come mai più nel corso delle vicende della regione, che ne hanno forgiato paesaggio, ambiente, cultura, unita, coscienza di appartenenza e identità storica, da allora connesse stabilmente al mondo orientale e mediterraneo, nel segno di Costantinopoli.
Il Medioevo bizantino è di fatto imprescindibile dal carattere stesso delle città pugliesi e dei loro monumenti, il cui linguaggio figurato e artistico è intriso di greco fino al XIV-XV seeolo”.
Questa era stata già chiaramente la terra della Magna Grecia, sin dall’VIII secolo a.C., delle leggendarie colonie greche dell’età antica e il legame con le altre sponde dell’Adriatico e dell'Egeo aveva già radici praticamente millenarie che si andarono allora definitivamente consolidando.
Il testo, supportato anche da brevi pensieri di storici e di viaggiatori di tutti i tempi, segue quindi le tracce della grecizzazione avvenuta in quei duecento anni della “bizantinocrazia”, momento in cui anche le elìte urbane vennero sedotte da questa cultura considerata più raffinata e ne fecero propri vezzi ed elementi culturali portanti, forse non esprimendosi in eventi artistici grandiosi, come invece avvenne per esempio in Sicilia, ma probabilmente solo per l'assenza di ricchi committenti locali.
Tuttavia i “tesori” sono davvero tanti.
Al X secolo risale San Pietro di Otranto, unica chiesa completamente bizantina che, in quanto a struttura e dimensioni rimanda dritto dritto alle coeve chiese di Costantinopoli.
E volendo seguire la "via aurea" delle icone di matrice bizantina, si incontrano protagonisti di prima piano del nostro panorama religioso e della inerente produzione artistica. Basti pensare ad una Madonna che si può rintracciare in quasi tutte le nostre cattedrali,
cioè la Vergine Odegitria, con il mantello coperto di stelle, oppure al Pantokrator, o a santi, scene e rievocazioni riconducibili direttamente al rito della Chiesa greca. Ma non solo. Di matrice bizantina sono la maggior parte dei “tesori” delle cattedrali dell’alta e bassa Puglia, dai codici miniati ai mosaici pavimentali, a frammenti di affreschi, documenti, etc. Per non parlare poi dell’habitat rupestre segnato, qui come in Cappadocia, da cripte e luoghi del culto scavati nella pietra, nel tufo delle gravine, chiese-grotta spesso condivise tra culto greco e latino.
Nel testo l'autore, avvalendosi anche di un continuo innesto iconografico, passa in rassegna i percorsi dal “Gargano adriatico a Leuca ionica ed egea” che riportano a questo lungo sodalizio culturale che ha generato un senso di appartenenza e di condivisione molto moderno che andrebbe oggi riscoperto.
Lavermicocca, archeologo e già docente presso l'Istituto di Storia dell'Arte e l'Istituto di Letteratura Cristiana Antica dell’Università di Bari e Direttore Archeologo presso la Soprintendenza Archeologica della Puglia, ha condotto numerosi scavi ed esplorazioni di archeologia medievale.

Recensione apparsa su “Nuovo Quotidiano di Puglia” di sabato 30 giugno 2012

PUGLIA BIZANTINA // Recensione di Marilena di Tursi, apparsa sul "Corriere del Mezzogiorno" di domenica 8 luglio 2012


Arte Lavermicocca per Capone

Gli scambi fecondi
tra Puglia e Bisanzio

– di Marilena Di Tursi –

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Guardare ad Est è per la Puglia piuttosto naturale, data la sua posizione di regione più orientale d’Italia. Proiettarsi su Bisanzio, nell'agevolata collocazione nel cuore del Mediterraneo, recepirne stili e culture, ha costituito da tempi antichissimi la risorsa di un territorio cresciuto artisticamente alimentandosi e rielaborando tracce venute da lontano. Ne sono testimonianza culti, tradizioni, manufatti, affreschi, architetture, chiese rupestri, in sintesi uno straordinario patrimonio che punteggia la Puglia da Nord a Sud.
Nino Lavermicocca, studioso di arte antica e di cultura bizantina, autore di numerosi saggi sul tema, nella sua ultima fatica Puglia bizantina, pubblicata da Capone, ne ripercorre la feconda stagione di scambi. Partendo da un profilo storico che ne tratteggia le coordinate di sviluppo e analizzando le dinamiche che guidano oltre tre secoli di dominazione, lo studioso mette in piena luce quella Puglia bizantina nella quale si consolidano iconografie di Madonne e santi venuti dal mare, linee espressive ieratiche e ricorrenti, modalità costruttive di ispirazione orientale.

Recensione apparsa sul Corriere del Mezzogiorno di domenica 8 luglio 2012

BRIGANTI E PELLIROSSE // Recensione di Michele De Feudis, apparsa sul "Corriere del Mezzogiorno" di domenica 15 luglio 2012


Storia Marabello per Capone

Briganti e pellirosse
Un ardito Parallelo
– di Michele De Feudis –

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Il ribelle Carmine Crocco e l’indiano Geronimo, le popolazioni anti-unitarie insorte nel Sud Italia e i Nativi d’America: su questo parallelismo si fonda il vivace pamphlet Briganti e pellirosse dello studioso barese Gaetano Marabello. L’autore evidenzia con numerosi esempi come nel Regno delle Due Sicilie e nel continente americano «l’atavico modus vivendi delle popolazioni locali» sia stato brutalmente calpestato e dimenticato con una sorta didamnatio memoriae: «i conquistatori sbandierarono alti ideali per ammantare con l’ipocrita melassa dei buoni propositi l’occupazione effettuata manu militari. E così, nel nome dell’idolatrato progresso, si permisero di distruggere tutto quanto rifiutava di omologarsi al nuovo mondo». Questo breve saggio punta a riabilitare le ragioni storiche della resistenza popolare antirisorgimentale e le lotte delle tribù indiane, costruendo un mosaico che va dalle tecniche di guerriglia ad una selezione di pellicole cinematografiche politicamente scorrette, come Li chiamarono briganti di Pasquale Squitieri e Balla coi lupi di Kevin Costner.

Recensione apparsa sul Corriere del Mezzogiorno di domenica 15 luglio 2012

"Briganti e pellirosse" su www.barbadillo.it"


Le vite parallele di briganti e pellerossa,
in lotta per difendere la propria terra
La storia è attraversata da personaggi che hanno vite parallele – Plutarco ha scritto meraviglie in merito –, e popoli che vivono tragedie uguali magari a miglia di distanza. 
Gaetano Marabello, storico indipendente, nel suo ultimo libro ha ricostruito un parallelo fra il destino dei pellirosse, gli amerindi, e i briganti che nel Sud d’Italia fronteggiarono le truppe dei Savoia che occuparono il Mezzogiorno.
 Il libro Briganti e pellirosse (Capone editore, pagg. 144, euro 12) fa il punto su ciò che il destino storico ha riservato ai pellirosse e ai briganti. Già queste due parole sono definizioni dei vincitori con intenti di disprezzo e razzismo. I due popoli furono sottomessi, furono eliminate le loro tradizioni.
«In entrambi i casi – afferma Marabello – quel che maggiormente impressiona è il tentativo quasi scientifico d’annichilire l’atavico modus vivendi delle popolazioni locali, praticato dai nuovi arrivati. Operazione che, lungi dall’essere attuata attraverso l’integrazione e il rispetto, sfociò invece in sistematiche azioni di genocidio fisico e culturale».
 E i territori, l’America del Nord e il Regno di Napoli furono occupati militarmente. L’aggressione fu effettuata nel nome di grandi ideali moderni. In realtà lo scopo era una guerra espansionsitica, per occupare territori, senza dichiarare guerra e impossessarsi delle ricchezze locali. Un po’ quello che fanno gli Usa da alcuni decenni.
 Dal 1799, anno della nascita della Repubblica napoletana, al 1870, anno della Presa di Porta Pia, le operazioni di occupazione e annientamento dei popoli furono effettuate progressivamente sia nel Nord America che nel Sud Italia. I militari che occuparono i territori, spiega Marabello, in nome di uno pseudoprogresso, distrussero paesi, villaggi e coloro che resistevano venivano uccisi.
Fu una guerra di conquista che intendeva cancellare l’anima di un popolo attraverso l’imposizione di un nuovo modello di vita politico e sociale badando bene a cancellare il modello politico dei due popoli. Spossessare i popoli della propria cultura.
Marabello conosce molto bene queste storie e le pratiche di conquista dei territori e disegna i paralleli rintracciando episodi simili. E descrive il parallelo fra il destino di sei comandanti dell’esercito borbonico e delle tribù indiane.
 Ma la narrazione non trascura anche le donne, indiane e meridionali che scelsero di imbracciare il fucile e parteciparono a combattimenti. Interessante, anche la lettura sociologica dei mezzi di informazione degli invasori, fra cui l’uso strategico della fotografia, utilizzata per diffondere dei briganti e degli indiani un’immagine costruita secondo i dettami degli Usa e del Regno dei Savoia.

A cura di Matri

Link di riferimento:

venerdì 13 luglio 2012

Raffaele Nigro, "Ascoltate, signore e signori. Ballate banditesche del Settecento meridionale", con prefazione di Valentino Romano, Capone Editore 2012


Raffaele Nigro, Ascoltate, signore e signori. Ballate banditesche del Settecento meridionale, di Raffaele Nigro, con Prefazione di Valentino Romano








Pagine 200, € 16,00
ISBN: 9788883491665



IL LIBRO
Nell’era del cinema, della televisione e di Internet diventa uno sbiadito ricordo il cantastorie che, fino agli anni Cinquanta del secolo scorso, girovagava per paesi e villaggi sperduti a raccontare storie d’amore e di violenza, fatti di cronaca nera e vicende brigantesche, dinanzi a piccole folle che, a bocca aperta e con gli occhi spalancati, stavano lì ad ascoltare.
È tradizione antica, quella del narrare per strada vicende, le più diverse, a volte vere, spesso verosimili, non di rado inventate di sana pianta, sempre, comunque, ammiccanti per suscitare curiosità in chi, dopo le fatiche quotidiane, amava ascoltare di fatti di sangue e d’amore, d’ingiustizie subite e vendette consumate con efferatezza.
Sui briganti, di storie, se ne sono raccontate un’infinità e, quasi tutte, tramandate, per secoli, di bocca in bocca, almeno sino a quando non sono comparsi i primi fogli a stampa che raccoglievano tutto ciò che i cantastorie recitavano sulle piazze e per strada...
Parte da qui il volume nel quale si raccolgono canti, strambotti, rapsodie, ballate sui briganti che, prima e dopo i Borbone di Napoli, hanno lasciato il segno nelle vicende del Mezzogiorno d’Italia.
Un libro dal quale non si può prescindere se si vuole comprendere meglio il nostro passato.

 L’AUTORE
Raffaele Nigro (Melfi, 1947), è caporedattore presso la sede Rai della Puglia. Oltre ad alcuni  testi teatrali portati in scena dal gruppo Abeliano e da Giorgio Albertazzi, ha pubblicato numerosi  saggi sulla letteratura del Mezzogiorno, romanzi e raccolte di racconti, tra cui I fuochi del Basento, (premi Supercampiello e Napoli, 1987), La baronessa dell’Olivento (1991), Ombre sull’Ofanto (premio Grinzane Cavour),  Adriatico, (1996), Diario mediterraneo (premio Cesare Pavese, 2002), Viaggio a Salamanca(2002), Malvarosa (premi Biella, Mondello, Flaiano, Selezione Campiello, 2005), Santa Maria delle Battaglie  e Fernanda e gli elefanti bianchi di Hemingway (2010). Tra le opere di saggistica ricordiamo Francesco Berni (1999), Burchiello e burleschi (2003) e Giustiziateli sul campo. Letteratura e banditismo da Robin  Hood ai giorni nostri (2007). Per il cinema ha scritto con Sergio Rubini la sceneggiatura del film Il Viaggio della sposa e con Cosimo D. Damato La luna del deserto.  I suoi romanzi sono tradotti in molte lingue.


Disponibile dal 20 luglio


Estratto scaricabile gratuitamente

Lorenzo ed Enrico Capone, "Il Salento da Ostuni a Leuca. Dal mare all'entroterra delle province di Brindisi, Taranto e Lecce", Capone Editore 2012


Lorenzo ed Enrico Capone, Il Salento da Ostuni a Leuca. Dal mare all'entroterra delle province di Brindisi, Taranto e Lecce, Capone Editore 2012 


Pagine 160 € 12,00
ISBN: 978-88-8349-164-1




La pubblicazione accompagna il viaggiatore nel Salento storico, quello che per molti secoli è stato denominato Provincia di Terra d’Otranto che, bagnato a est dall’Adriatico e a ovest dallo Ionio, comprendeva la parte più meridionale della Puglia.

L’itinerario inizia da Ostuni, “la città bianca” per antonomasia. Subito dopo si descrive, sia pure sommariamente, il territorio circostante contrassegnato da un paesaggio fortemente antropizzato nel quale si alzano migliaia di costruzioni trulliformi tra vigneti, ciliegeti, mandorleti e uliveti.
Segue una veloce e puntuale informazione sui tesori della Valle d’Itria, di Alberobello e di Martina Franca.
Procedendo in direzione sud, si illustrano, poi, le bellezze paesaggistiche e quelle storico-artistiche delle città e dei principali centri, piccoli e grandi, delle attuali province di Brindisi, Taranto e Lecce. 
Particolare attenzione si riserva ai tanti preziosi monumenti sparsi in tutti gli angoli del territorio (cripte, siti archeologici, chiesette, masserie, castelli, ecc.) che fanno parte della millenaria storia di questo estremo lembo d’Italia, che, posto nel cuore del Mediterraneo, è stato attraversato per millenni da popoli dalle culture  più diverse.
Il viaggio si conclude nel basso Salento che, con  Punta Palascia, il luogo più orientale d’Italia, e il faro di Leuca, posto sulla punta più meridionale della penisola, segna quelli che per molti, in antico, erano i confini della Terra.