lunedì 18 aprile 2016

"Dai Borbone ai Savoia. Il trapasso che cambiò il volto dell'Italia" di Ciro Pelliccio, è disponibile in libreria


Ciro Pelliccio, Dai Borbone ai Savoia. Il trapasso che cambiò il volto dell'Italia.

Il trapasso dal Regno delle Due Sicilie al Regno d’Italia, è al centro del volume di Ciro Pelliccio.
L’Autore apre questo saggio, molto documentato, mettendo in evidenza lo stato politico ed economico dei due Regni negli anni Sessanta dell’Ottocento per dimostrare come quello delle Due Sicilie aveva in sé delle criticità sulle quali puntarono i Savoia per metterlo in crisi e farlo crollare. Interessante, in questo quadro, la descrizione del ruolo che svolsero a Torino i tanti esuli napoletani i quali riuscirono a far maturare nel ceto politico, intellettuale e militare piemontese un giudizio molto negativo sull’intero Mezzogiorno. Se, infatti, per il Farini il Sud era “Affrica... e che i beduini son fior di virtù civile” e per Massimo D’Azeglio “la fusione con i napoletani era come mettersi a letto con un vaiuoloso”, non poteva mancare chi, come Lombroso e i suoi seguaci, volendo dare una base scientifica alla propaganda dei Savoia, spiegava il brigantaggio come fenomeno puramente delinquenziale, che, come tale, andava combattuto. Di qui, ovviamente, le fucilazioni di massa, gli stupri, il terrificante taglio della testa ai briganti e l’efferato attacco dei soldati piemontesi, su ordine del Cialdini, a Pontelandolfo e Casalduni, con la scena infernale di uomini arsi vivi nel fuoco della propria casa, colpi di baionetta a chi tentava la fuga, cariche, urla, gemiti di uomini, donne, bambini.
Purtroppo si era capito ben poco della storia del Sud, anche da parte dei tanti intellettuali meridionali che, rifugiatisi nei salotti degli aristocratici palazzi sabaudi, soffiarono sul fuoco perché si conquistasse il Mezzogiorno in nome dell’unità nazionale. Fu quella,  invece, come ormai sostiene gran parte della storiografia, un’aggressione premeditata e studiata a tavolino, una co-lonizzazione selvaggia a vantaggio della economia del nord del nostro paese.

CIRO PELLICCIO vive a Casoria e da molti anni si occupa del Mezzogiorno borbonico.
Nel 2004 esordisce con “Il Regno delle Due Sicilie 1806 - 1860. Analisi della struttura economica e sociale”(Carabba Editore), dove affronta il tema delle modifiche socio-demografiche della società meridionale dopo l’eversione della feudalità. Nel 2005 pubblica “Teoria e prassi rivoluzionaria nel Regno di Napoli alla fine del XVIII secolo” (Grauss Editore), una analisi sulle differenze tra la Rivoluzione francese del 1789 e quella napoletana del 1799. Nel 2007 “Afragola tra feudalesimo e capitalismo (Uniservice Editore) e, come coautore, “Il ponte del diavolo sul fiume Sele”; nel 2009 “La rivoluzione borghese italiana” (CCSS Editore di Eboli); nel 2012 “L’eversione della feudalità nel Regno delle Due Sicilie” (Arduino Sacco Editore) nel quale mette in evidenza il cambiamento avvenuto delle campagne dopo le leggi eversive. Nel 2014 esce, in quattro tomi, per le Edizioni Scientiche Italiane, “Bourbon di Francia. Mille anni di una dinastia tra cronaca e storia”.
Ha collaborato a numerose riviste ed è stato relatore in molti convegni sulla storia del Sud. Non poche sono state le lezioni che ha svolto in vari istituti scolastici.



Caratteristiche tecniche: formato 15x21 cm, pagine 120, euro 13,00

giovedì 17 marzo 2016

Tula, Pierluigi Montalbano presenta "Porti e approdi del Mediterraneo antico. Quando i Fenici solcavano i mari".


Tula, Pierluigi Montalbano
presenta il suo ultimo libro




Domenica 20 marzo Pierluigi Montalbano presenta il suo nuovo libro: "Porti e approdi del Mediterraneo antico, quando i fenici solcavano i mari".
Un libro dedicato ai traffici commerciali di 3000 anni fa.
Dopo le vicende dei popoli del mare che causarono dal 1200 a.C. il ridimensionamento dei grandi imperi del passato.
Un "viaggio" nella storia che racconta le gesta di quel popolo di naviganti conosciuto con il nome di Fenici.
La giornata culturale inizia con il pranzo nuragico, elaborato dallo chef Giovanni Fancello nel Lago Coghinas a Tula, e si conclude, dopo la presentazione del libro, con la dimostrazione della fusione di bronzetti con tecniche di archeologia sperimentale a cura del maestro Andrea Loddo.


martedì 8 marzo 2016

"Viaggio nella Puglia romanica. Sette itinerari per scoprire l'architettura del XII e XIII secolo" di Francesco Dicarlo.

Francesco Dicarlo

Viaggio nella

Puglia romanica

Sette itinerari

per scoprire l'architettura

del XII e XIII secolo

Capone Editore, 2016








Il volume è stato pensato come una guida alla scoperta del periodo storico che viene comunemente definito romanico, un fenomeno culturale e artistico intimamente legato ad aspetti politici e religiosi per il ruolo  decisivo che ebbero re e vescovi nella realizzazione di quei grandi complessi architettonici in una regione tradizionalmente legata a modelli bizantini.
In Puglia, come è noto, il fenomeno, per le caratteristiche particolari che assume, e che vengono sempre sottolineate dagli storici dell’arte, è definito “romanico pugliese” a volerne sottolineare con l’aggiunta dell’aggettivo una peculiarità tutta locale.
Gli itinerari sono pensati come delle giornate in successione, immaginando un ospite cui si voglia far conoscere la Puglia romanica.
Punto di partenza ed arrivo è Bari, sede, peraltro, di due significativi monumenti quali la Cattedrale di San Sabino e la Basilica di San Nicola, da visitare il primo giorno per poi proseguire verso nord lungo la costiera adriatica fino a Termoli e scendere successivamente a Canosa, Taranto, il Salento fino ad Otranto e risalire poi a Lecce, Brindisi, Conversano, Monopoli e Bari.



Francesco DICARLO, architetto, formatosi fra Venezia e Milano dove ha conseguito il dottorato in conservazione dei beni architettonici, opera da 25 anni sulle architetture di Puglia.
È stato ispettore onorario della Soprintendenza ai Monumenti di Puglia fin dal 1988 ed ha collaborato alle cattedre di restauro delle facoltà di architettura delle Università di Milano,  Pescara, Bari e Aversa; ha inoltre svolto nelle stesse sedi, e in altre, diversi seminari e partecipato a convegni nazionali ed internazionali.
Ha pubblicato vari saggi e volumi di architettura ed ha operato su importanti monumenti romanici: le cattedrali di Trani, Bari, Bitonto, Conversano, la matrice di Rutigliano, la città dove risiede, l’abbazia di Montesacro sul Gargano, quella di San Benedetto in Conversano e il casale di Balsignano presso Modugno.
Membro della Società di Storia Patria per la Puglia è, attualmente, direttore dell’Archivio, Biblioteca e Museo Capitolare di Rutigliano.



Indicazioni bibliografiche e caratteristiche tecniche: Francesco Dicarlo, Viaggio nella Puglia romanica. Sette itinerari per scoprire l'architettura del XII e XIII secolo, Capone Editore, Lecce 2016. 
Formato 17x24 cm, pagg. 120, a colori, ISBN 978-88-8349-2016-8
, € 13,00


giovedì 18 febbraio 2016

"Porti e approdi nel Mediterraneo antico. Quando i Fenici solcavano i mari" di Pierluigi Montalbano, è disponibile in libreria

È disponibile in libreria

Porti e approdi

nel Mediterraneo antico.

Quando i Fenici solcavano i mari

di Pierluigi Montalbano




 Dal 1200 a.C. circa, le città costiere della Siria e della Palestina, sottoposte in precedenza ora agli Ittiti ora agli Egiziani, ebbero l’opportunità di sviluppare la produzione artigianale e il commercio. In mancanza di miniere, le principali risorse  erano il legname, i prodotti ittici, le sabbie silicee per fabbricazione del vetro, il bisso e la porpora, nonché l’avorio, l’incenso, le spezie e finanche gli animali esotici dell’India, tutti beni che, messi sul mercato, contribuirono ad arricchire le città costiere libanesi.
Fu in quella striscia costiera del Mediterraneo orientale che, alcuni secoli dopo l’invasione dei cosiddetti “Popoli del mare”, si sviluppò la civiltà dei Fenici, un popolo di intraprendenti navigatori e di abilissimi commercianti, che ebbe in Cartagine, fondata dai Tiri sulla costa nordorientale dell’attuale Tunisia, la sua corrispondente in Occidente.
Sui percorsi marittimi dei Fenici, sui porti da loro frequentati, sugli approdi dove sorgevano piccoli e grandi luoghi di culto – santuari dedicati quasi sempre alle divinità del mare, frequentati dai naviganti e intorno ai quali sorgeranno poi anche delle città –, Montalbano concentra la propria attenzione dando ampio spazio ai rapporti con le popolazioni locali, con i villaggi e le tribù nuragiche.
Alle decine e decine di porti raggiunti dai Fenici in tutti gli angoli del Mediterraneo, l’Autore riserva ampio spazio e ne narra la storia, informando il lettore su quanto è venuto alla luce nelle corso delle campagne di scavo. Di molti siti, purtroppo, si conserva solo il ricordo, i loro segreti sono sotto le tante costruzioni edificate in epoche successive.


Pierluigi Montalbano, è nato e vive a Cagliari.
Studioso di preistoria e protostoria, collaboratore di alcune equipe internazio-nali su temi riguardanti la navigazione antica, i relitti del Bronzo e del Ferro, organizza laboratori didattici sull’archeologia e rassegne espositive sul Mediterraneo antico. Numerose le sue conferenze sulla storia della Sardegna e notevole la partecipazione a dibattiti sullo stesso argomento. Dirige il quotidiano on-line di storia e archeologia da lui fondato nel 2010.
Curatore della rassegna culturale “Viaggio nella storia”, realizzata con alcuni docenti dell’Università di Cagliari, è autore di numerosi saggi e dei volumi: Le navicelle bronzee nuragiche (2007), Dal Neolitico alla civiltà nuragica (2008), Sherden. Signori del mare e del metallo (2009), Antichi popoli del Mediterraneo (2011) e Sardegna, l’isola dei nuraghi (2012).

venerdì 12 febbraio 2016

Viva ‘o Rre! Tutt’altro che soldati sgarrupati / / / Recensione al libro di Orazio Ferrara "Viva 'o Rre", apparsa su recensionilibri.org a firma di ElleEffe il 03/02/2016


Viva ‘o Rre! Tutt’altro che soldati sgarrupati


Valorosi, impavidi e traditi. Chi? I soldati di Franceschiello, secondo una lettura storiografica smaccatamente di parte, sia detto a scanso di equivoci. Lo riconosce per primo lo stesso Orazio Ferrara da Pantelleria (vive in provincia di Salerno), autore di un libro polemico uscito per la prima volta nel 1997 e confortato da un insperato successo, soprattutto nelle province napoletane.
Oggi lo ripropone, aggiornato e integrato, in un volume l’editore Capone di Lecce: “Viva ‘o Rre”, 136 pagine 13 euro.
Si tratta di una rapida ricostruzione filoborbonica della tragedia del brigantaggio meridionale, che insanguinò per quasi dieci anni il Mezzogiorno e impegnò severamente quasi metà del nuovo esercito di leva del Regno italiano.
Fin da bambino, l’autore tifava per i borbonici, quell’esercito sgangherato – nella considerazione dei più – di Franceschiello, così come tanti sono dalla parte dei nativi americani. Scotennavano i pionieri e le loro frecce, non facevano differenze tra uomini, donne e bambini, ma erano i buoni e avevano ragione. Come direbbe Enzo Biagi: ammazzavano, ma solo un po’; il giornalista emiliano amava ripetere l’esempio del fidanzato che cercava giustificazioni: la mia ragazza è incinta, ma appena appena.
Ferrara confessa lealmente di non essere imparziale nell’esaltazione della fazione borbonica. È stato sempre da quella parte, ammette, gli bruciano ancora le lezioni subite da ragazzo, quando gli veniva insegnato che i soldati del re delle Due Sicilie valevano poco ed erano pure dei vigliacchi, perché pur essendo in numero sempre maggiore scappavano davanti a pochi garibaldini. Dice che da allora ha preso per reazione a parteggiare inconsciamente per i soldati napolitani, aiutato dalla sua inclinazione a schierarsi sempre con le cause perse, sensibile al mito dell’ultima barricata.
C’è da pensare, quindi, di trovarlo a Masada con gli ebrei assediati dalle coorti di Flavio Silva, al fianco di Romolo Augustolo travolto dai barbari alla fine dell’impero romano. Sarebbe stato con gli Indiani nel Far West, con i Vietnamiti del Sud nel 1975 e, magari, a puntellare gli ultimi pezzi del Muro nel 1989.

Battute a parte, questo è il libro giusto per chi voglia apprendere la Storia dell’unificazione dal punto di vista degli sconfitti, rimpiangendo il loro valore sprecato. A cominciare dalla battaglia di Calatafimi, che il generale Landi riuscì a perdere, abbandonando il campo, quando aveva tutti gli strumenti per vincere. I Cacciatori del maggiore Sforza avevano fatto meraviglie sul pendio terrazzato di Pianto dei Romani, ma il superiore, rimasto prudentemente in paese col grosso delle truppe, richiamò indietro i coraggiosi combattenti partenopei, che subirono più perdite nella ritirata disordinata – compreso un obice perso da un mulo – che nei corpo a corpo coi Mille.
Da lì in avanti alla via così, scontro dopo scontro, i napoletani sempre frenati e i garibaldini aiutati, non solo dalla sorte.
Sostenitore generoso del valore dei reparti borbonici, Ferrara sottovaluta quanto meno le difficoltà “tecniche” con le quali si dovettero misurare i napoletani davanti ai volontari di Garibaldi. Furono quelle riscontrate da altre truppe regolari – gli austriaci più volte e nel 1870 perfino i prussiani – nell’affrontare avversari che non avanzavano al passo a ranghi compatti, ma assaltavano, alla garibaldina, correndo con la baionetta inastata, evitando di subire diverse scariche di fucileria, vista la lentezza nel ricaricare i lunghi fucili dell’epoca. Di quella tecnica i francesi faranno un’autentica concezione bellica, affidando all’elan, allo slancio, la loro condotta esclusiva sul campo, brutalmente stoppata nel 1914 dal filo spinato e dalle mitragliatrici, di cui Francesco II evidentemente non disponeva.
Attratto dagli aspetti politici della vicenda risorgimentale più che da quelli militari, irritato dalla corruzione che intravede tra gli alti ufficiali borbonici – gran parte dei quali ultrasettantenne, già sufficiente motivo di inadeguatezza – Ferrara cita squallidi e meschini retroscena della conquista del Sud, rivelati dal patriota e diplomatico italiano Pietro Chevalier, amico di Cavour.
Tuttavia, seppur ecciti gli animi, anche a posteriori, mettere tutti i buoni da una parte e i cattivi dall’altra, non porta lontano ai fini di una lettura condivisa della storia.
Romantica e rivendicazionista, la corrente neoborbonica ha assorbito oggi il meridionalismo. Va bene dare voce alle ragioni dei vinti. Va benissimo riconoscere agli sconfitti l’onore delle armi. Ma attenti a non creare miti al contrario. Gli antenati della nostra democrazia repubblicana sono i Mille o i disciplinati e ben vestiti facite ‘a faccia feroce?

Autore: EffeElle


venerdì 5 febbraio 2016

L'Unità, gli storici e le due verità / / / Recensione a "Il 'primato' del Regno delle Due Sicilie" ed a "Viva 'o Rre", apparsa su nuovo Quotidiano di Puglia di Lunedì 1 febbraio 2016 a firma di Nicola de Paulis

L'Unità, gli storici e le due verità

Nuovi saggi si aggiungono alla discussione sul Risorgimento.

I testi di Mottola e Ferrara pubblicati da Capone Editore


di Nicola de Paulis

"Non si è placato, pur se continua con meno clamore, il dibattito storico culturale scaturito dalle celebrazioni del 150mo anniversario dell'Unità d'Italia, evento che ha visto la pubblicazione di numerose opere sulla "questione meridionale" e su la "conquista e l'esproprio dei beni del Sud da parte delle forze nordiste", come è stato definito – in battagliere pubblicazioni come Terroni di Pino Aprile o Il sangue del Sud di Giordano Bruno Guerri.

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I libri: Viva o 'Rre

venerdì 22 gennaio 2016

Angelo Panarese, "Spagna e Mezzogiorno (Secoli XVI e XVII). La rivolta di Masaniello del 1647 - 1648"


Angelo Panarese, Spagna e Mezzogiorno (Secoli XVI e XVII). La rivolta di Masaniello del 1647 - 1648, pagine 192, Euro 13,00




I due secoli della dominazione spagnola in Italia sono stati, anche per la più avvertita coscienza intellettuale, i secoli della “decadenza” del Paese e del suo distacco economico, sociale, civile, culturale dall’Europa più avanzata.
L’Autore, all’interno della crisi del sistema imperiale spagnolo e, in particolare, del Regno di Napoli, analizza la rivolta antispagnola del 1647-48, in cui Masaniello è una delle figure più rappresentative. Il fiscalismo, la riorganizzazione dello Stato vicereale, la costruzione di un nuovo compromesso istituzionale tra la Corona e i nuovi “ceti” emergenti (“arrendatori”, ricchi mercanti, togati, ceto civile, notabilato e patriziato), finalizzato a realizzare un nuovo equilibrio fra dominio e consenso, il ruolo della Chiesa e degli Ordini religiosi nell’azione di mediazione tra Spagna e ribelli, rappresentano gli aspetti caratterizzanti di quell’epoca.
Attraverso l’analisi delle varie “fasi” della rivolta e del difficile rapporto con la Spagna (“Viva il Re di Spagna e mora il malgoverno”) e con la Francia (la “Real Republica Napoletana”) e grazie ad una lettura approfondita delle fonti storiche del tempo (Capecelatro, Donzelli, De Santis, Giraffi, Fuidoro, Campanile, Capogrossi), l’Autore cerca di ricostruire la complessità di quella fase storica, che dette il via, pur tra mille difficoltà e contraddizioni, alla nascita dello Stato moderno nel Mezzogiorno.

ANGELOPANARESE, laureato in Lettere e Scienze Politiche, Dottore di ricerca e collaboratore dell’Istituto di filosofia politica dell’Università degli Studi “Aldo Moro” di Bari, è docente di Scuola media superiore. Sindaco della città di Alberobello dal 1994 al 2001, è autore dei seguenti volumi: La devianza minorile: il caso Puglia 1976-86. Economia, Sociologia, Diritto (Bari 1988); Felicità e cittadinanza nella teoria politica di Aristotele (Manduria 1993); Dal riscatto feudale al riconoscimento di Alberobello come patrimonio dell’umanità (Alberobello 2000); Filosofia e Stato (Lecce 2005); I tre Poteri (Bari 2008); Donne, Giacobini e sanfedisti nella rivoluzione napoletana (Bari 2011); Storia del Regno di Napoli. Un confronto con Benedetto Croce (Lecce 2012); Il Mezzogiorno nel Settecento tra riforme e rivoluzione (Bari 2013); Ferite aperte (Lecce 2014) e La “redenzione” dell’Italia. Il grande sogno di Machiavelli (Bari 2014).