martedì 14 luglio 2015

"Mediterroneo". L'Italia sbagliata e un po' magica di un medico scrittore leccese / / / Recensione a firma di EffeElle


"Mediterroneo". L'Italia sbagliata e un po' magica di un medico scrittore leccese

di EffeElle

Marcello Costantini, un medico, un cardiologo affermato, dice chi lo conosce bene. Anche scrittore e di lungo corso. È nato, sessant’anni fa, in un paese in provincia di Lecce dal nome grazioso: Calimera. È ricercatore, docente universitario, vive e lavora a Galatina. Ha pubblicato soprattutto volumi medico-scientifici. L’esordio nella narrativa è del 2008, esperienza replicata ora con Mediterroneo. Viaggio nella natura della terra e delle cose, Capone Editore, Lecce,  144 pagine 10 euro, proposto nella Collana “La terra e le storie”, diretta da Antonio Errico e Maurizio Nocera, che firmano rispettivamente la postfazione e la prefazione del romanzo del dottore-autore.
E dire che nella storia dell’umanità, non sono stati pochi. Chi? I medici poeti o i medici romanzieri. Senza andare tanto alla larga, Nocera ricorda il galatinese del Cinquecento Antonio De Ferraris, detto il Galateo, seguace di Ippocrate e umanista.
Un romanzo originale, in bilico tra eventi recenti e storia, tra realtà e fantasticherie, magìa, finzione. È un po’ come spalancare una finestra su un passato prossimo non del tutto consumato o aprire un armadio di cose vecchie, un po’ stagionate, una di quelle madie (dispense) delle case antiche. La trama, originalissima per tanti aspetti, racconta fatti realmente accaduti, ma anche totalmente irreali o solo immaginari. Il protagonista, un medico scosso da vicende professionali personali, si scontra con una serie di eventi, naturali e non. La scomparsa di un amico stretto, non nel senso della morte, perché non si sa se sia morto, o solo sparito. La suggestione tratta dalla lettura di un racconto di Mino Milani, il “Fantasma d’amore” (1977), col personaggio femminile di Anna che si ripresenta dopo un quarto di secolo a Nino – è lei in carne ed ossa o è il suo fantasma, visto che risulta morta da tempo? – perché “certi debiti vanno pagati”. La catastrofe di un sisma, quello devastante dell’Irpinia (1980), che lo attira con una scalcinata equipe medica nel cratere del terremoto.
Vicende, storie, racconti attorno al fuoco, due passi in un cimitero irpino, il manoscritto di un romanzo-diario dell’amico sparito. C’è qualcosa che affiora dal passato e che si fatica a cercare di capire: il lato oscuro delle cose.
Il titolo Mediterroneo è la storpiatura del mare Mediterraneo e si lega a Samir, che ha preso il nome da un amico palestinese ai tempi dell’alloggio nella cittadella universitaria del Cravino, a Pavia.



Samir – spiega Maurizio Nocera – è il personaggio centrale nella narrazione, assieme al medico protagonista, al quale l’autore, sia pure in controluce, fa giocare un ruolo importante dentro vicende reali accadute in Italia come, ad esempio, il terremoto dell’Irpinia del 1980 e la storia di un greco di nome Cosmas, la scomparsa di una donna (creduta annegata nel fiume), il brigantaggio e il capobanda rionerese Carmine Crocco. E c’è Melfi e Federico II, la Basilicata, gli antichi popoli autoctoni pugliesi, non mancano gli sguardi sulla psichiatria e sulla magia, su Omero e la sua leggenda e di nuovo il Salento.


E c’è la cronaca degli anni Settanta-Ottanta, col rapimento e assassinio del presidente della Democrazia Cristiana Aldo Moro, con la bomba nella stazione di Bologna.
L’incontro occasionale del protagonista con una donna sa di deja vue. Accade davvero oppure è un’eco del romanzo del pavese Milani?
Mediterroneo è un romanzo che ha sullo sfondo una realtà concreta, o, per meglio dire, con tante realtà vere. Nella narrazione c’è il racconto di un Nord studentesco (Pavia e le attività mediche connesse) e quello del Sud, del Salento, della Puglia e del resto della penisola, salito o disceso lungo la dorsale adriatica.
Un epilogo chiarisce tutte le domande e riconcilia l’intero mondo considerato e messo in campo dall’autore, che trova risposte adeguate per il suo amico Mediterroneo Samir, per lo scrittore Milani, per la donna scomparsa e creduta morta, e per tutti quei suoi amici e compagni che gli girano attorno.



lunedì 29 giugno 2015

Nascita del Nuovo Stato tra galantuomini e briganti / / / Recensione di Manlio Triggiani apparsa su "La Gazzetta del Mezzogiorno" di domenica 7 giugno 2015


Nascita del Nuovo Stato tra galantuomini e briganti

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Il dibattito sul brigantaggio e su come l'unità d'Italia fu vista nel Mezzogiorno è ancora aperto e si moltiplicano i contributi che offrono spunti e analisi sul tema. Claudio Conti, docente universitario con la passione per la storia dell'Ottocento italiano, ha pubblicato un libro (Briganti e galantuomini. Dai Borbone ai Savoia, Capone Editore, pagine 2016, euro 13,00) nel quale narra la «guerra civile», come la definisce, fra Nord e Sud, e la successiva normalizzazione. Lo fa alla luce di due aspetti: quello militare, caratterizzato da operazioni di efferata violenza che non furono d'aiuto al processo di formazione di uno Stato unitario, e quello politico-sociale, dei «galantuomini», disposti a raggiungere con l'amministrazione sabauda un'intesa, che incise sulla nascita del nuovo Stato e anche sul futuro delle regioni del Sud.

                                            Manlio Triggiani

martedì 9 giugno 2015

Briganti e galantuomini: ribelli e rappresaglie dopo l'Unità d'Italia, quando i nazisti indossavano il kepì / / / Recensione apparsa su recensionilibro.org a firma di EffeElle


Briganti e galantuomini: ribelli e rappresaglie dopo l'Unità d'Italia, quando i nazisti indossavano il kepì.
di Effe Elle

Muntagne, sempre muntagne! È con la reiterata abituale esclamazione, apparentemente misteriosa, che i discendenti ricordavano l’avo impegnato nella lotta al brigantaggio postunitario. Inseguimenti e cacce all’uomo sulle alture. Sali, scendi, a volte spara. E qualche volta, muori.
Una guerra feroce di poveri cristi, che il pronipote Claudio Conti racconta in un romanzo densamente imbevuto di storia vera. Storia patria, si diceva una volta, ma che fatica trovarne una in quella guerra di agguati, schioppettate, gole tagliate, prigionieri seviziati. Si stenta a distinguere le ragioni dai torti e a cogliere a volte una natura umana comune, nella lotta infame senza pietà tra briganti e piemuntisi. Che poi non erano solo settentrionali, tanto meno piemontesi, ma venivano da ogni parte d’Italia, meridione compreso, dato che la leva obbligatoria impegnava in arme tutti i ragazzi dello Stato neonato, cresciuto a dismisura rispetto all’originario Regno di Sardegna.
Il romano Conti – si professa mediterraneo, pur avendo sempre vissuto al Nord – nato nel 1939, matematico, docente universitario fino al 1981, approdato tardi alla narrativa storico-avventurosa, è autore per le edizioni leccesi Capone di Briganti e galantuomini. Dai Borbone ai Savoia (aprile 2015, 216 pagine, 13 euro).
È lo stesso autore a spiegare che sullo sfondo delle vicende del sottotenente Gaetano Papolla da Deliceto (in provincia di Foggia) c’è proprio lo scontro che ha opposto i briganti al nuovo esercito, i contadini senza terra ai latifondisti. Il racconto segue il percorso di maturazione intellettuale e morale di un giovane uomo, natura d’artista – è un ottimo pittore – famiglia agiata, militare di professione. Alto, occhi azzurri, in curioso contrasto coi tratti scuri e forti ma non volgari del volto, addestrato fin dall’adolescenza nella Nunziatella, la scuola militare napoletana ed ex tenente borbonico. Si trova arruolato nella fanteria italiana come sottotenente, senza aver mai sparato un colpo.
Attraverso quanto accade sotto i suoi occhi, si osservano le miserie e le viltà della guerra senza quartiere che insanguinò per dieci anni il Mezzogiorno, le ingiustizie, l’incapacità di capire degli uni e degli altri. Si coglie, tra l’altro, dolorosamente, l’atteggiamento sprezzante dei militari del Nord nei confronti dei colleghi del Sud, un complesso di superiorità che presenta tutte le sfumature, tra il disprezzo esplicito e la sopportazione.
Conti stesso fa notare che:
 in tema di brigantaggio meridionale il protagonista è quasi sempre il contadino, il pastore o il brigante (che poi è la stessa cosa), ma che in particolare, del tristissimo episodio interessa una classe sociale diversa, quella dei ‘galantuomini’: grandi proprietari terrieri e allevatori, responsabili del patto con l’amministrazione piemontese che ha contrassegnato la nascita dell’Unità d’Italia.
Aggiunge che ad Irsina non è accaduto nulla di simile ai fatti terribili descritti, che comunque si sono verificati con quella brutalità altrove, perché la storia di quegli anni è piena di eventi e scelte crudeli. Mostra anche un Cesare Lombroso impegnato nella sua attività di medico militare, svolta con lo zelo particolare e l’interesse spiccato per le ricerche antropometriche, che ben conosciamo.


Infine, le donne, che qui sono vittime tra le vittime, a volte perfino nel ceto privilegiato.


Fu guerra civile ed ebbe due aspetti. Quello militare, caratterizzato da una ferocia inutile e da una inadeguatezza della classe militare al comando, che lascia presagire i disastri del 1866.

E quello politico-sociale, nel quale spicca il ruolo dei galantuomini e il loro tacito patto con l’amministrazione piemontese, destinato ad incidere non solo sul futuro del meridione, anche sugli esiti del processo di unificazione dello Stato.



mercoledì 3 giugno 2015

Briganti e galantuomini, di Claudio Conti / / / Recensione a firma di Rocco Biondi apparsa su roccobiondi.blogspot.it

Briganti e galantuomini

di Rocco Biondi


Chi si interessa di brigantaggio postunitario dovrebbe leggere questo romanzo di Claudio Conti, ottenendone grande giovamento nel comprendere l’ambiente culturale e sociale nel quale quel fenomeno è nato e si è sviluppato.
     Claudio Conti, nato a Roma nel 1939, che ha prima insegnato matematica nell’università e successivamente da dirigente ha lavorato in Inghilterra e negli Stati Uniti, è arrivato alla narrativa in tarda età. A questo romanzo, che ha come sfondo il brigantaggio meridionale, ha lavorato in pratica tutta la vita, partendo dai racconti su di un suo bisnonno fatti dal padre ed entrati a far parte delle fantasie della sua infanzia. Pur essendo vissuto quasi sempre al nord, si è sempre sentito nell’animo, come lui stesso scrive nella introduzione, un “mediterraneo”, un uomo del Mezzogiorno intimamente legato ai valori di quella cultura. Sulla guerra civile che insanguinò la proclamazione del Regno d’Italia si è documentato nel corso di lunghi anni, giungendo alla conclusione che le attuali contraddizioni che affliggono la vita politica e sociale del Mezzogiorno sono l’effetto degli eventi tragici e cruciali di quegli anni.
     Il tema del brigantaggio meridionale non viene trattato dal punto di vista dei briganti e del mondo contadino, ma da quello dei cosiddetti galantuomini, grandi proprietari terrieri e allevatori, che con il loro patto con l’amministrazione piemontese hanno contrassegnato la nascita della cosiddetta Unità d’Italia. Il protagonista del romanzo però, pur appartenendo a quest’ultima categoria, attraverso un complesso percorso di maturazione intellettuale e morale, si sente più vicino alla classe dei poveri contadini che non a quella dei galantuomini e abbandona la carriera militare per abbracciare quella dell’artista pittore.
     Un romanzo e quindi un libero esercizio della fantasia dell’autore. A Irsina non è accaduto nella realtà nulla di simile a quello descritto nel libro e Lombroso ha svolto la sua attività di medico militare in Calabria e non a Melfi.
     Il protagonista Gaetano, rimasto orfano (la madre era morta nel darlo alla luce, il padre morì qualche anno dopo) fu adottato da uno zio materno, dal quale prese il cognome di Pallotta. Venne accudito da tre sorelle zitelle di detto zio: Don Severino, un proprietario terriero, che divenne prima sindaco del suo paese Deliceto in provincia di Foggia e poi deputato al parlamento italiano. Per prestigio e per salvaguardare i propri interessi economici privati Don Severino decise che il proprio figlio adottivo Gaetano avrebbe seguito la carriera militare. Ancora sedicenne (si era nel 1851) Gaetano entrò alla Nunziatella, la Reale Accademia Militare. Nel 1859 uscì da detta Accademia con il grado di secondo tenente dell’esercito borbonico. Caduto il governo borbonico, dopo il plebiscito, entrò nell’esercito italiano con il grado di sottotenente.
     Fu utilizzato dall’esercito piemontese, specialmente come interprete nel tradurre il dialetto meridionale, nella lotta contro i briganti. Quest’ultimi nel romanzo appaiono solo sullo sfondo e sono imprendibili. Vengono invece raccontati episodi di atrocità ad opera dei piemontesi, che metteranno in crisi il meridionale Gaetano.
     Fra i briganti cui si accenna troviamo Crocco, Taschetta, Schiavone, Sacchitiello, Andreotti, Totaro, Caruso, Cavalcante, Ninco Nanco, Coppa, Della Gala, Chirichigno. Sono diventati tali perché il nuovo governo ha aumentato il prezzo del pane, dell’olio e del sale, rendendo più dura la vita della povera gente e ha introdotto la coscrizione obbligatoria.
     Gaetano s’innamora di Matilde, inizialmente scelta da Don Severino perché appartenente ad una famiglia possidente, ma che nonostante avesse avuto il padre ucciso dai briganti riesce a capire le ragioni di questi ultimi.
     Una figura singolare e significativa è quella del professore Marziale Letterelli, che insegnava latino al ginnasio-liceo di Melfi e che viveva in uno spazio nel quale protagonisti assoluti erano i libri: “accatastati per terra, impilati sui comodini, ordinati in scaffali di legno, di diverse epoche e misure, che coprivano pressoché completamente le pareti”. Il professore ritiene che i galantuomini possidenti utilizzano Carmine Crocco per salvaguardare i propri interessi, e lo fermano dall’invadere Potenza perché non più utile a loro. Farà anche venire a galla le contraddizioni presenti nell’animo di Gaetano e lo condurrà a seguire la propria vocazione abbandonando la vita militare.
     Il libro si chiude con il saluto che la quercia che campeggiava nella piazza del suo paese rivolge a Gaetano: “Ben tornato. Ti aspettavamo, sapevamo che saresti venuto”.

Briganti e galantuomini. Dai Borbone ai Savoia, Capone Editore, Cavallino (LE) 2015, pp. 216, € 13,00



Link d'origine: Briganti e galantuomini, di Claudio Conti

giovedì 28 maggio 2015

Quelle storie di briganti secondo Claudio Conti, recensione a firma di Dino Levante apparsa su "La Gazzetta del Mezzogiorno" del 20 maggio 2015


Quelle storie di briganti
e galantuomini
secondo Claudio Conti
Il volume del saggista edito da Capone
di DINO LEVANTE

Il brigantaggio: un fenomeno singolare, ancora da conoscere a fondo con tutto il suo fascino, le caratteristiche minori, le differenziazioni che gli storici, nel corso degli ultimi decenni, hanno cercato di approfondire attraverso documentazioni e prove fornite dalle fonti archivistiche. Lo stesso periodo, gli stessi protagonisti spesso sono stati descritti in una copiosa produzione letteraria, scaturita dalla fantasia ma sempre connessa a fatti storici realmente accaduti. In questo fortunato filone si inserisce il recente volume del saggista Claudio Conti dal titolo «Briganti e galantuomini. Dai Borbone ai Savoia» (Capone Editore, 216 pagine, 13 euro).
Sullo sfondo una guerra civile, per decenni ignorata dalla storia ufficiale: quella cosiddetta del «brigantaggio meridionale», che Conti descrive da due punti di vista particolari. Quello militare, caratterizzato spesso da una ferocia inutile e soprattutto da una inadeguatezza del comando, che lascia facilmente presagire i disastri del 1866. Poi, c’è l’aspetto politico-sociale, che privilegia (a differenza di altri romanzi ambientati nel medesimo contesto storico) il ruolo dei «galantuomini» e il patto sottoscritto con l’amministrazione piemontese. Un accordo destinato a incidere sulla successiva evoluzione delle regioni meridionali, ma anche sugli esiti del processo di formazione dello Stato unitario.
È questo il quadro in cui si svolge il difficile percorso verso l’età adulta del protagonista, che dolorosamente e con fatica matura la consapevolezza dei propri mezzi e la capacità di orientare autonomamente il proprio destino. Il brigantaggio non si può identificare soltanto con quella forma di banditismo caratterizzata da azioni violente a scopo di rapina ed estorsione; in diverse circostanze assume risvolti insurrezionalisti politico-sociali. La guerra che ha opposto i briganti al neonato esercito italiano, contadini senza terra a latifondisti, costituisce l’intelaiatura del romanzo. Il resto è da leggere.



lunedì 18 maggio 2015

BRIGANTI E GALANTUOMINI / / / Recensione a firma di Claudia Presicce apparsa su Nuovo Quotidiano di Puglia del 17 maggio 2015

L'Italia dell'Unità e i dubbi del soldato

La forma del romanzo storico è una scelta diffusa quando la stagione da rievocare è quella del tormentato periodo dell'Italia postunitaria, "pagine" destinate a risultare spesso aggrovigliate nei gangli della parzialità, al buio di artati depennamenti, vecchi e nuovi, di rimozioni di interi capitoli dolorosi o solo ricostruzioni deliberatamente parziali. [...] continua a leggere cliccando sulla foto

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mercoledì 22 aprile 2015

LA PRESUNTA SCOPERTA DELL'AMERICA DA PARTE DI MARINAI TURCHI E LE CARTE DI PIRI REIS / / / Conversazione con l'Editore Capone, a cura di Gigi Montonato

LA PRESUNTA SCOPERTA DELL'AMERICA DA PARTE DI MARINAI TURCHI E LE CARTE DI PIRI REIS / / / Conversazione con l'Editore Capone, a cura di Gigi Montonato, apparsa su Presenza Taurisanese - Brogliaccio Salentino, febbraio 2015, pagg 8 e 9.

Le vicende politiche internazionali di questi ultimi tempi hanno gettato luce sul mondo arabo, sulla sua cultura e sui suoi prestiti e contributi alla cultura occidentale, soprattutto per dire che la cultura islamica è cosa assai più grande e importante delle questioni islamiche più recenti. Ne ha parlato anche Rai Storia il 26 gennaio ed il 2 febbraio, con due grandi specialisti in studio con Massimo Bernardini, Alessandro Vanoni e Franco Cardini. L'editore Capone di Cavallino ha dedicato una certa attenzione alla cultura araba, in particolare alla cartografia. Tra gli anni Ottanta e i Novanta del secolo scorso ha proposto i volumi di Antonio Ventura, La Puglia e il Regno di Napoli di Piri Reis, e nel 2010 il volume di Vito Salierno, Il Mediterraneo nella cartografia ottomana.
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