martedì 25 settembre 2012

Pierluigi Montalbano, "Sardegna. L'isola dei nuraghi", Capone Editore 2012



Pierluigi Montalbano,
Sardegna. L’isola dei nuraghi
Capone Editore 2012 












Pagine 128, € 15,00
ISBN: 978-88-8349-167-2


IL LIBRO
Il nuraghe, originale costruzione megalitica, è il simbolo della Sardegna arcaica. Edificio suggestivo, che conserva tuttora il fascino dell’umanità più antica, non ha precedenti sulla faccia della terra. Alti, possenti, costruiti con grandi blocchi poligonali, a più piani, con corridoi e coperture a ogiva, e, quasi tutti, con coronamento sulla parte sommitale, i nuraghi impressionano quanti li osservano. Sono circa ottomila, alcuni in stato di conservazione sorprendente, altri, e sono purtroppo la maggior parte, in stato di desolante abbandono. I primi, i più antichi, risalgono al XVII sec. a. C., altri, i più recenti, all’inizio dell’Età del Ferro, X sec. a. C. L’imponenza e la tecnica costruttiva delle strutture ci ricordano le fortificazioni megalitiche di Tirinto, di Micene, di Hattusa, in Asia Minore, così come le grandi tombe a tholos dell’area egea e mediorientale.
Furono gli architetti e le maestranze sarde ad “esportare” la tecnica costruttiva megalitica o ci furono intrecci culturali tra le diverse civiltà che, influenzandosi vicendevolmente, diedero vita alle monumentali costruzioni presenti in tutti i paesi che affacciano sul Mediterraneo? 

 L’AUTORE
Pierluigi Montalbano è nato e vive a Cagliari. Studioso di paleostoria, insegna storia antica in alcuni istituti sardi.
È stato relatore in ambito storico-archeologico in numerosi convegni in Italia e all’estero ed è coordinatore di importanti rassegne espositive sul Mediterraneo arcaico. Collabora con una equipe internazionale su temi riguardanti la navigazione antica, i relitti sommersi del Bronzo e del Ferro e i commerci fra oriente e occidente mediterraneo.
È uno dei maggiori specialisti della metallurgia del rame e del bronzo, dalla produzione ai processi di lavorazione per ottenere i prodotti finiti.
Dirige il quotidiano on-line di storia e archeologia, organizza conferenze sulla storia della Sardegna e progetta laboratori didattici dedicati all’archeologia.
Curatore della rassegna culturale “Viaggio nella Storia”, realizzata in collaborazione con i docenti della Università di Cagliari, è autore di oltre novanta articoli a carattere scientifico e dei volumi Le navicelle bronzee nuragiche (2007); Dal Neolitico alla civiltà nuragica (2008); Sherden, Signori del mare e del metallo (2009); Antichi popoli del Mediterraneo (2011).


Abbasanta, nuraghe Losa


Monte D'Accodi

STORIA DEL REGNO DI NAPOLI // Presentazione a Mesagne (Br) da "La Gazzetta del Mezzogiorno" del 16/09/2012



MESAGNE LA PRESENTAZIONE
A CURA DELL'«ISTlTUTO CULTURALE
"STORIA E TERRITORIO"» 
Croce e la sua
«Storia del Regno di Napoli»
Lo studio di Angelo Panarese



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Libri di Benedetto Croce assieme ad altri 300mila volumi circa nei cartoni di un deposito: è stata la notizia di questo fine agosto ed ecco che il mondo della cultura si mobilita in favore del Centro di studi filosofici del prof. Marotta.
Nel segno di Benedetto Croce, tuttavia, è ora fresco di stampa «Storia del Regno di Napoli. Un confronto con Benedetto Croce», di Angelo Panarese (Capone Editore 2012, p. 168), che l'«Istituto culturale "Storia e territorio"» di Mesagne intende presentare nella cittadina, alla rirpesa autunnalle della proprie attività culturali. Angelo Panarese, laureato in Lettere e Scienze Politiche, è insegnante di Scuola media superiore; è stato sindaco della città di Alberobello dal 1994 al 2001, e, quanto agli studi, è autore di «La devianza minorile: il caso Puglia 1976-1986. Economia, Sociologia, Diritto» (Bari, 1988); «Felicità e cittadinanza nella teoria politica di Aristotele» (Manduria, 1993); «Dal riscatto feudale al riconoscimento di Alberobello come patrimonio dell'umanità" (Alberobello, 2000); «Filosofia e Stato» (Lecce, 2005); «I tre Poteri» (Bari, 2008); «Donne, giacobini e sanfedisti nella Rivoluzione napoletana del 1799» (Bari, 2011).
E proprio un anno dopo quello studio sulla rivoluzione napoletana ecco le pagine odierne. «In questi ultimi anni c'è stata una rinascita e un interesse particolare del grande pubblico sui temi della storia del Mezzogiorno -si spiega -. Ciò è dipeso, dalla celebrazione dei centocinquanta anni dell'Unità d'Italia e dalla pubblicazione di molte opere che fanno un bilancio problematico e critico del come è avvenuta l'Unità d'Italia e di quanto il Mezzogiorno sia stato dipendente e subalterno al Nord nel processo di sviluppo. Senza dimenticare - aggiunge -, inoltre, le stragi, e le violenze, perpetrate dall'esercito piemontese a Pontelandolfo e a Casalduni durante l'ultimo anno del governo di Francesco II, ed, infine, il Brigantaggio, che fu autentica guerra sociale, che si diffuse nel Mezzogiorno d'Italia dal 1861 al 1865». «Tutti temi - spiega l'editore - che hanno alimentato una maggiore conoscenza delle problematiche del Sud e una più profonda consapevolezza dei limiti storici del processo di unificazione italiana. È proprio per questa ragione che è opportuno rileggere criticamente la "Storia del Regno di Napoli" di Benedetto Croce, che ripercorre la vicenda storica del Mezzogiorno dal 1282, data dello scoppio della Guerra del Vespro, al 1861, momento della sua caduta definitiva. Ripartire da questa grande opera - si spiega ancora-, significa, da una parte, assumere un atteggiamento critico rispetto a molte formulazioni crociane, dall'altra, fare i conti con il nucleo fondamentale della sua concezione ». Ed alla ripresa autunnale, inizia il tour delle presentazioni: sarebbe auspicabile che una tappa per provincia la si facesse, ma intanto si inizia da Mesagne.


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mercoledì 19 settembre 2012

PUGLIA BIZANTINA// Recensione di Giacomo Annibaldis apparsa su "La Gazzetta del Mezzogiorno" del 13/08/2012


«Puglia bizantina»,
cercando Costantinopoli all’angolo di casa
Con Nino Lavermicocca,
per riscoprire storia e cultura della nostra regione
di GIACOMO ANNIBALDIS

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I vandali l’hanno imbrattata con vernice rosa: una sorta di performance, che voleva essere spiritosa e che invece è soltanto stupida.  Così un anno fa appariva la chiesetta di San Mauro presso Gallipoli, tutta coperta da uno strato rosa-shocking. Scandaloso.
Di certo i barbari non conoscevano il valore del piccolo romitaggio, «segno forte e indissolubile luogo della bizantinità di Gallipoli», la cui fondazione si perde nella leggenda, mentre il sito è «ben documentato dal 1149 fino al 1227, nel luogo detto “A n a fo r a r i o ”, prospiciente cioè il mare».
D’altronde molti di noi conoscono ben poco la storia della Puglia bizantina, gli eventi, le tracce, i culti e i tesori disseminati nel territorio e nelle chiese... Una storia medievale, che vuole emergere e farsi notare: se si pensa che negli ultimi decenni nel borgo antico di Bari sono affiorati i resti di una decina di luoghi sacri sicuramente bizantini, tempietti databili cioè al tempo in cui la  città era la capitale del «Thema Langobardorum», sotto il dominio di Costantinopoli. E lo fu per ben due secoli.
Sulle vicende baresi Nino Lavermicocca ha più volte cercato di richiamare l’attenzione; almeno con i tre volumi divulgativi editi da Pagina (Bari bizantina.Capitale mediterranea del 2003; Bari bizantina. 1071-1156: il declino, del 2006, e Bari bizantina. 1156-1261, del 2010).
Ora lo studioso barese (che è stato ispettore nella Soprintendenza di Puglia) allarga il suo campo visivo e ci dona un affresco su tutta la Puglia bizantina, raccontandoci, per i tipi dell’editore Capone, «Storia e cultura di una regione mediterranea (876-1071)» (pp. 167, euro 17). E sue sono le parole espresse prima a proposito del tempietto di San Mauro presso Gallipoli.
Secondo lo studioso, «i due secoli di storia bizantina della Puglia (871-1071) sono fra i più ricchi di eventi e avvenimenti, come mai più nel corso delle vicende della regione, che hanno forgiato paesaggio, ambiente, cultura, unità, coscienza di appartenenza ed identità storica, da allora connesse stabilmente al mondo orientale e mediterraneo, nel segno di Costantinopoli ».
E poiché questo potrebbe apparire a molti come un giudizio un tantino esagerato, Lavermicocca intende confermarlo quasi enumerando tutto l’enume - rabile, cercando di chiamare a suoi testimoni i Cristi Pantokratori, le Madonne Odegitrie, i santi orientali affrescati sulle pareti di chiese e romitaggi rupestri, o nelle icone disseminate - e sopravvissute - nei luoghi di culto. Non solo Bari, divenuta capitale bizantina, ottenne un invidiabile primato; ma anche le città costiere del Salento conobbero traffici, benessere, istituzioni che rimandavano a Costantinopoli. Con Bisanzio anche la conformazione della Capitanata - grazie all’org anizzazione territoriale voluta dal catapano Basilio Bojohannes (1017-1028) - si rinnovò con la nascita di villaggi-castelli che ne delimitavano le frontiere.
Nino Lavermicocca ci conduce quindi nelle grotte, nei luoghi di una civiltà rupestre in cui occhieggiano benevoli i beati, nei santuari, ma anche negli archivi: alla scoperta di documenti utili a mostrarci quello che lui definisce l’«imprinting bizantino » lasciato nel territorio e durato anche dopo la conquista normanna. Ci guida con la consueta foga a volte troppo accumulativa, propria di chi intende mostrare la sua passione per la sua terra: affastellando catapani, monumenti, documenti, gerarchie, tracce e reperti... Una passione propria di chi riesce a indignarsi ancora per la perdita di memoria e di chi non si stanca ancora a proporre - in questi tempi di vacche magre anche per lo spirito - una rinascita di consapevolezza, nonché nuovi musei che dovrebbero nascere - improbabile - mentre altri, già esistenti, languono, invisibili. Mentre un così grande patrimonio va perdendosi.


Recensione apparsa su “La Gazzetta del Mezzogiorno” di lunedì 13/08/2012

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martedì 11 settembre 2012

L'ISLAM NEL MEDITERRANEO/// Recensione di Federico Cenci apparsa su "Agenzia Stampa Italia" dell'11/09/2012


L'impatto storico dell'Islam sull'Europa raccontato in un libro

postdateiconMartedì 11 Settembre 2012 14:24 | postauthoriconScritto da Federico Cenci
Radio e TV - Interviste

(ASI) Conoscere il passato è esercizio utile a comprendere il presente. E’ in questa ottica che si colloca la lettura del libro“L’Islam nel Mediterraneo” (Capone editore - 2012), scritto dal professor Vito Salierno, uno dei maggiori studiosi di lingue orientali e stimato islamista.

 Il testo, arricchito da citazioni e aneddoti significativi, racconta le vicende storiche scaturite dalla presenza delle potenze arabe nella fascia settentrionale del mar Mediterraneo. Vicende che, abbracciando un periodo che va dagli inizi dell’VIII secolo al XVIII, si caratterizzano per i numerosi scontri tra due civiltà, quella islamica e quella cristiana. Divergenze, incursioni, guerre ma non solo. Questo libro è un’essenziale testimonianza delle influenze filosofiche, scientifiche, artistiche avvenute in quei secoli, le quali hanno contribuito allo sviluppo del mondo islamico e dell’Europa odierni. Vito Salierno ha accettato di rispondere ad alcune nostre domande rivoltegli in proposito.
Parafrasando il sottotitolo del suo libro - “Incontro-scontro fra civiltà” - le chiedo anzitutto: il rapporto tra Islam ed Europa nel corso della storia corrisponde più a un processo di compenetrazione culturale reciproca o di contrasto?
Si trattò di un processo a due facce: di contrasto politico anche se camuffato sotto l’ombrello della religione che giocò una parte importante dal Cinquecento in poi; di compenetrazione culturale anche se di carattere elitario. Va rilevato che i periodi di guerra tra l’Europa e l’Islam furono di gran lunga inferiori a quelli di pace, ma la storia registra solo quelli: gli scambi commerciali furono intensi e attraverso questi la cultura viaggiava, le notizie si diffondevano, gli uomini di cultura si spostavano, gettando le basi di un’osmosi che darà i suoi frutti. Si parla spesso della conquista araba della Sicilia e della Spagna, per fare esempi di casa nostra, ma ci si dimentica di dire che la Sicilia dei secoli IX-XI e la Spagna dei secoli IX-XV fiorirono solo per l’apporto arabo: la tolleranza a quei tempi era un qualcosa che ancora oggi noi, uomini del Ventunesimo secolo, facciamo fatica a mettere in pratica.
Nell’immaginario collettivo, tuttavia, la presenza islamica in Europa è spesso associata soltanto ai fenomeni del saccheggio e della violenza. Questa visione parziale è dovuta esclusivamente alla superficialità di alcune fonti storiche o anche a strumentalizzazioni?
Le cronache sono sempre state di parte perché riflettono gli stati d’animo e la posizione di chi scrive: esempi? La battaglia di Poitiers, ignorata nelle fonti arabe, è passata alla storia come il salvataggio della cristianità in un’Europa che esisteva solo come riferimento geografico. Le crociate furono intraprese solo per motivi politici, mercantili, sete di potere: nella conquista di Gerusalemme nel 1099 furono massacrate le intere comunità musulmana ed ebraica. Ovviamente gli orrori non furono solo da una parte: il massacro di Otranto nel 1480 (causato dai turchi, NdR) ce lo ricorda. E le stragi dei giorni nostri? Sabra e Shatila, Srebrenica, e tante altre. La situazione del tempo presente non è diversa da quella del passato: sono gli interessi politici (per lo più di lobby finanziarie) che decidono. Ad esempio, l’11 settembre è stato una strage uguale a tante altre: ma ha fatto da cassa di risonanza perché è stata l’America ad essere colpita al cuore.
Quanto l’introduzione del concetto di “Occidente” ha contribuito a generare incomprensione tra Europa e Islam?
Non credo che il concetto di “Occidente”, un’invenzione moderna, abbia generato questo tipo di incomprensione. Credo piuttosto che si sia trattato e si tratti tuttora solo di ignoranza culturale in entrambi i campi: l’Europa, almeno una buona parte, fa fatica ad abbandonare il colonialismo, l’Islam, altrettanto, è sotto il ricatto dei fanatici, dei fondamentalisti, dei sobillatori religiosi, tutti d’accordo pro domo loro anche se con motivazioni diverse o sotto diverse spinte.
Ha accennato alla battaglia di Poitiers (372). Sembra che anche lei intenda ridimensionare due miti in parte radicati in Europa, ossia quella antica battaglia e un’altra più recente, quella di Lepanto (1571). Cosa rappresentarono realmente i due episodi?
I due episodi, anche se differenti, hanno un elemento in comune: il vincitore deve per sua necessità enfatizzare la vittoria, così come lo sconfitto è costretto a minimizzare la sconfitta. Fa parte del gioco politico e tutta la storia, antica o moderna che sia, ne è una dimostrazione.
Intorno alla figura dell’imperatore svevo Federico II è stata spesa molta letteratura, spesso contrastante. Senz’altro si tratta di un sovrano eclettico. Mi pare di capire che nella sua interpretazione storica prevalga l’aspetto tollerante dello “Stupor mundi” rispetto all’Islam, nonostante la feroce repressione dei musulmani che egli attuò in Sicilia.
Federico II è un uomo del suo tempo, anche se un progressista, come diremmo noi oggi. Era sinceramente interessato al dialogo con l’Islam, ma prevaleva in lui la ragion di Stato. Il trasferimento dei saraceni di Sicilia in Puglia fu determinato dalla necessità di porre fine alla guerriglia condotta contro di lui dai musulmani; spostandoli in una zona poco popolata, com’era Lucera a quel tempo, pose fine allo scontro e trattando la comunità saracena con umanità ne fece un’alleata. L’imbiratur – com’era chiamato dalle truppe saracene – diventò non solo il beniamino ma la loro garanzia. Significativo è anche il rapporto di Federico II con l’emiro al-Kamil a Gerusalemme: entrambi sono uomini di cultura, ma anche uomini di realpolitik: si mettono d’accordo per la spartizione di Gerusalemme senza battaglia, anche se biasimati dalle loro fazioni (tuona il Papa per una conquista barattata, si lamentano i musulmani per il cedimento del loro signore). Ad entrambi faceva comodo un accordo: a Federico II interessava il titolo di re di Gerusalemme, motivo per il quale aveva sposato Jolanda di Brienne, regina di Gerusalemme per parte materna, ad al-Kamil interessava non indebolirsi in una guerra e riservare le proprie forze contro un eventuale attacco interno.
Un capitolo del suo libro è dedicato alle affinità tra l’escatologia musulmana e la Divina Commedia. In che modo avvenne l’influsso islamico nei confronti di Dante?
Dante non conosceva le fonti dell’escatologia musulmana, ai suoi tempi non tradotte: la sua conoscenza era quella degli uomini del suo tempo e la vulgata relativa a Maometto considerato non il fondatore di una religione ma di uno scismatico che si è allontanato dalla Chiesa comune; ovviamente Dante era consapevole del contributo che nel medioevo la filosofia araba aveva dato alla civiltà europea. C’è però un testo che Dante certamente conosceva: un Libro della Scala, ritrovato solo nel secolo scorso, che circolava ai suoi tempi in una traduzione francese e latina. Si trattava di una traduzione dal castigliano, fatta in Spagna, a sua volta da un testo arabo perduto intitolato al-Kitab al-Mi’raj, ossia “Il Libro dell’Ascensione”, vale a dire il viaggio celeste di Maometto e la sua visione dei cieli e dell’inferno.
Esistono espressioni della cultura popolare del Meridione, ancora oggi vive, dalle quali riemerge chiaramente la compenetrazione dell’Islam?
Senza entrare nella questione complessa degli influssi linguistici, esistono numerose espressioni di derivazione saracena nel Meridione. A Bari la sagra popolare della “vidua vidue” è connessa alla liberazione della città dall’assedio saraceno nel 1022 con l’aiuto della flotta veneziana del doge Pietro II Orseolo: festa che si svolge nel giorno dell’Ascensione. A Lucera, si svolge dal 1983 un “Corteo storico” con il “Torneo delle Chiavi” per rievocare la sconfitta dei saraceni ad opera di Pipino da Barletta nell’agosto del 1300. A Potenza, nel mese di maggio ha luogo una “processione dei turchi”, una rievocazione della battaglia di Vienna del 1683. Molti anche i detti pugliesi che hanno un riferimento ai turchi, come ad esempio “Ca te pùezze vedé mméne de turchje” (che tu possa vederti in mano dei turchi), o “Ogne mucchje pare turchje” (ogni cespuglio pare un turco), secondo il quale l’ossessione della gente per le scorrerie turche era tale che vedevano turchi dappertutto anche quando non c’era la minima ombra.
Federico Cenci – Agenzia Stampa Italia


giovedì 16 agosto 2012

IL SALENTO DA OSTUNI A LEUCA/// Recensione apparsa su Nuovo Quotidiano di Puglia di mercoledì 15 agosto 2012


LA GUIDA DEGLI EDITORI CAPONE-------------------
Da Ostuni a Leuca:
il Salento per i turisti

Nuovo Quotidiano di Puglia
di mercoledì 15 agosto 2012


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   È anticonvenzionale fin dal titolo: Il Salento da Ostuni a Leuca e abbraccia, per scelta la parte turistica più celebrata della Puglia, i luoghi che più vanno di moda in questi anni, compresa la parte della Valle d’Itria che riguarda Martina Franca.
    Una guida, insomma, davvero pensata e realizzata per il turista che arriva e, in fretta, ha bisogno di orientarsi, senza perdersi in approfondimenti storici pedanti e inutilmente dettagliati che nulla aggiungono allo sguardo di chi può assaporare immediatamente, senza intermediazioni, la bellezza del barocco o il fascino di una spiaggia bianca, di un mare azzurro e di una scogliera suggestiva.
   Così è stata pensata da Lorenzo ed Enrico Capone e pubblicata “in proprio” visto che parliamo di una famiglia di editori, questa agile guida. Impaginazione razionale, colorata, con foto eloquenti e piantine che aiutano nell’orientamento il turista accompagnandolo per mano e cercando di fargli vedere se non tutto, molto. Quanto basta, comunque, per farsi un’idea dei luoghi e delle loro caratteristiche.
 In 160 pagine gli autori indicano quattro itinerari lungo la costa che complessivamente vanno da Casalabate a Porto Cesareo, propongono delle passeggiate nei centri di Ostuni, Brindisi, Taranto e Lecce, offrono istantanee di quei posti che il turista non può non vedere: Egnazia, Oria, Grottaglie, la zona delle gravine, la Valle d’Itria, Portoselvaggio, la Grecìa Salentina con schede dedicate a luoghi emblematici come la Grotta dei Cervi, le rovine di San Nicola di Casole, i laghi Alimini. Una bussola per muoversi in fretta e dare una dimensione e una collocazione ad un paesaggio ancora da scoprire.

Recensione apparsa su “Nuovo Quotidiano di Puglia” di mercoledì 15 agosto 2012


vedi anche:


giovedì 9 agosto 2012

BRIGANTAGGIO// di Felice Laudadio Jr su "Larepubblica.it"

Né briganti né emigranti,simme d’o Redi Felice Laudadio jr.



Addio Sud
Si dovesse scegliere, meglio briganti che emigranti. Soprattutto se l’immagine evocata è quella dei romantici ribelli di Carlo Alianello. Poco importa che “Brigante se more”, nella ballata popolare di Eugenio Bennato: meglio cantare “‘sta musica s’adda cagnà” a denti stretti, che “nce ne costa lacreme ‘st’Ammerica”, con la giacchetta lisa e le mani spellate dalla fatica. E si moriva, fucilati dai bersaglieri, sciabolati dai cavalleggeri, traditi dai compaesani, come Andrea Santaniello, aggredito nel sonno e finito a colpi d’ascia nel 1868. Tremava Antonio Fiore accoltellando il compare, perché si raccontava che il capobanda fosse “cunciato”, avesse fatto cucire un’ostia consacrata sotto pelle, che lo proteggeva dalle pallottole. L’amico studiò di colpirlo con una lama alle gambe, ma ce ne volle, per avere la meglio. Ed erano tre contro uno. Giuda o delitto d’onore? Mai saputo.
Più che un brigante, Santaniello era un capo partigiano del Matese filoborbonico, perché la sua non era un’accozzaglia di tagliagole. Orazio Ferrara sostiene che la banda di Andrea era una delle poche legittimiste. Ribelli, non delinquenti. Organizzati militarmente: servizi da caserma, scritturali e furieri, perfino una specie di uniforme. Pochi ma buoni, inafferrabili. Alle scorrerie per predare o alla liberazione di effimere enclave insurrezionali, preferivano la guerriglia. Colpi di mano contro le Guardie Nazionali, assalti ai fianchi delle colonne piemontesi e pronte ritirate in luoghi inaccessibili, sempre diversi. La salvezza stava nello spostarsi continuamente.
Poi Fiore calò la lama, Andrea Santaniello morì e nacque la leggenda. Dalle schioppettate al mito, come Giuseppe Tardio, due “veri partigiani” secondo Orazio Ferrara. Lo scrittore e saggista tratteggia il loro volto meno bieco di altri in “Addio Sud. O briganti o emigranti” (152 pagine 12 €), nuovo titolo delle agili storie e controstorie dell’editore Capone. L’orgogliosa militanza culturale sudista ha portato la casa editrice salentina a raccogliere nell’arco di un trentennio una bibliografia importante sul Mezzogiorno postunitario. Ultimi ma non meno validi, i saggi brevi della collana a cura di Valentino Romano, “Carte scoperte”. Sono il rigore storico e l’eleganza dell’esposizione la cifra di questi lavori, che su un argomento da sempre controverso non oppongono la logica sterile del “noi briganti voi fucilatori” e non si chiedono chi abbia cominciato per primo. Quello che conta è la ricostruzione di una catena di eventi, le loro ragioni, le conseguenze. Le luci, senza nascondere le ombre.


Crocco
Nelle terre aspre dell’Appennino meridionale, l’odio fa presto a montare. Il 2 giugno 1860, un decreto di Garibaldi prometteva le terre ai contadini. L’incauta parola d’ordine del riscatto delle masse aveva innescato forze telluriche. Già a Bronte, Bixio rispose alla violenza con la violenza, a massacro ingiusto oppose massacro ingiusto. Dopo la battaglia del Volturno, mentre Gaeta è ancora assediata, la prospettiva miope e avida dell’annessione apriva un solco tra “cafoni” e “piemontesi”. Era la “mala unità”. Tasse, leva obbligatoria, finanche la soppressione dei modesti usi civici. I signori ancora più signori, i poveri ancora “chiù” poveri. Sbandati dell’esercito borbonico e renitenti ingrossavano le bande di insorgenti o di criminali, secondo l’orientamento dei capi. Agguati, incursioni, sangue. Trattati da invasori, sgozzati invece che abbracciati, gli “italiani” persero la testa. “Questa è Africa! I beduini al confronto sono latte e miele”, s’indignava il generale Cialdini. Terrore a terrore. Torture a torture. Baionette e Legge Pica, la pena di morte immediata, 120mila uomini nel Sud, la metà del nuovo esercito unitario. A fine 1864 la ribellione si potè dire circoscritta, ma non estinta. Restavano bande isolate di resistenti legittimisti o anche solo di scannagente. Si rinnovavano le tattiche: mordi e fuggi per i briganti, colonne mobili per i regi. Ed chi non va in montagna, ha fame. Emigra.

Non era una “buona guerra”, non c’era spazio per gesti cavallereschi. Nessuna pietà, “no mercy”, Gaetano Marabello, messinese trapiantato a Bari, offre un paragone interessante dei nativi di due Sud del mondo, illustrando analiticamente, per la prima volta in un volume, i punti di contatto tra “Briganti e pellirosse” (Capone, 144 pag. 12 €). Simili i vinti, simili i vincitori, giacche blu per yankee e piemontesi. Identica la lettura finale: da una parte tutti buoni, dall’altra solo cattivi, incivili, sanguinari, scotennatori. E tante le analogie, dalla comune demonizzazione come selvaggi alla tenacia con cui difendevano il loro mondo, dalle incursioni brevi e violente al coraggio delle donne, dai massacri alle deportazioni. Per non dire dei fotografi embedded con le truppe, a ritrarre immagini lombrosiane di nemici turpi e malfatti. Apaches e terroni non sono bruni e bruciati dal sole?
Carmine Crocco come Geronimo, altro accostamento speculare ed altro volume di questi, piccoli ma grandi (“Il brigante che si fece generale”, 144 pag. 13 €), dove Valentino Romano esalta l’equilibrio della linea storica Capone, offrendo a confronto immediato due punti di vista diversi, nello stesso testo. Uno è dello stesso capobrigante, l’autobiografia redatta con la collaborazione del capitano medico Eugenio Massa. Vi si oppone la controbiografia vergata da Basilide Del Zio. Pubblicate entrambe nel 1903, confermano la lettura manichea riservata al Donatelli, esecrato o esaltato, senza mezze misure. Un protagonista esemplare del brigantaggio, sempre in bilico tra delinquenza e rivolta sociale.


Morra
Angelo o diavolo, bandito o difensore degli umili, è lo stesso destino di Nicola Morra, il Robin Hood di Cerignola. Un fuorilegge per bene, “Il brigante gentiluomo”, lo ha definito Pasquale Ardito fin dal 1896 ed è il titolo di un ennesimo volume Capone sui briganti (152 pag. 12 €), a cura di Antonella Musitano, sempre con la prefazione di Romano. È il paradigma del brigantaggio, che nel Mezzogiorno è stato endemico, da ben prima del ‘700. La tirannide non ha un solo colore e per amore di giustizia il capopopolo cerignolano ha sfidato i soprusi per cinquant’anni, ha affrontato i soldati borbonici prima dei piemontesi, è stato contro tutti i potenti, il re di Napoli, poi quello d’Italia. Tre processi, uno nel 1848, gli altri dopo il 1860 e nel 1902. Ha pagato il conto con tutti. Quando si vorrà erigere una statua ad un patriota della libertà del Sud, non si dovrà andare lontano da Colamorra.


Link d'origine: Né briganti né emigranti 

mercoledì 8 agosto 2012

L'ISLAM NEL MEDITERRANEO // Recensione di Nicola de Paulis, apparsa su "Nuovo Quotidiano di Puglia" di mercoledì 8 agosto 2012


Zafira,
la Sultana pugliese
Il destino di Giacometta,
rapita dai turchi

- di Nicola de Paulis -

Nuovo Quotidiano di Puglia
di mercoledì 8 agosto 2012

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Dalla metà del Quattrocento a tutto il XVIII secolo, il mare Mediterraneo ed in particolare la fascia adriatica, sia per motivi politici che per le guerre (come la conquista turco ottomana di Costantinopoli nel 1453), l’espansione turca nel Mediterraneo con l’assedio di Malta, il sacco di Otranto nel 1480, la battaglia di Lepanto del 1571, ecc.) furono al centro di numerosi scontri fra l’Islam e la Cristianità.
Queste vicende avevano come conseguenza la caduta in prigionia, e quindi in schiavitù, di numerosi combattenti, nonché la cattura di donne e bambini, durante le incursioni, che venivano poi venduti lontani dalle loro terre d’origine. Gli schiavi cristiani confluivano nei porti levantini o nordafricani, mentre i musulmani catturati dalle flotte cristiane erano concentrati in località vicine al mare detti “Bagni” (da cui nel Salento si ritrova la denominazione di Santa Maria al Bagno, a Nardò).
La condizione infelice della schiavitù non differiva molto sui due fronti opposti: l’attesa di un eventuale riscatto, l’impiego ai remi delle navi, il servizio nelle famiglie (in questo caso per i cristiani di solito era prevista la castrazione), i giovani e i fanciulli catturati venivano educati e addestrati per rifornire il corpo dei Giannizzeri; l’harem era la destinazione delle donne giovani e avvenenti.
Una storia emblematica di queste vicende è stata riportata da Vito Salierno, già autore di numerosi saggi, nel recente “Islam nel Mediterraneo - Incontro scontro di civiltà” pubblicato dall’editore Capone di Cavallino.
A causa di un attacco da parte di una flotta turca nell’agosto del 1620, ai danni di Manfredonia in Puglia, si svilupparono due avvenimenti che dimostrano come Islam e Cristianità abbiano avuto una comune storia civile, umana e di integrazione culturale e a volte familiare, anche se spesso interrotta dalla reciproca intolleranza religiosa.
Il primo di questi avvenimenti è, appunto, il rapimento da parte delle truppe turche nel Monastero delle Clarisse di Manfredonia di una bambina di circa dieci anni, Giacometta Beccarino, orfana della madre e affidata alle cure delle suore dal padre, un alto ufficiale dell’esercito spagnolo, che portata alla corte di Costantinopoli, conquistò il cuore del Sultano Ibrahim, dandogli un figlio e riuscendo e farsi sposare. Un caso rarissimo nella storia familiare della Sublime Porta. La ragazza divenne così la Sultana pugliese, di cui parlano le cronache del tempo. Il figlio Osman ebbe un destino più triste: catturata la nave che lo trasportava, ancora bambino, dai Cavalieri di Malta, irriducibili nemici dell’Islam, fu per tutta la vita ostaggio dei cristiani, costretto a convertirsi e a farsi frate domenicano per volere del Papa.
Ma torniamo alla storia della bambina: dopo la cattura, fu portata a bordo della nave ammiraglia e alloggiata nella cabina del comandante per tutto il viaggio verso Costantinopoli, essendo lei stessa del bottino destinato al Sultano. Ella trascorse diversi anni nel Serraglio, sotto la sorveglianza di una “oda”, una “donna di stanza” e del Qizlar Aghasi, il capo degli eunuchi dell’harem. La sua vita cambiò: le vennero impartite lezioni di turco, imparò a recitare il Corano, a suonare il liuto e l’arpa, a cantare e a ricamare e le fu cambiato in nome in Zafira.
Nel febbraio del 1640, Murad IV, il Sultano conquistatore di Bagdad, muore improvvisamente. Sale al trono il fratello Ibrahim, soprannominato “Deli”, il pazzo, che aveva allora 24 anni.
Ibrahim, racconta Salierno, soffriva di prolungati periodi di impotenza e diventato Sultano, si trovò di fronte alla necessità di procreare. Le numerose concubine e i filtri magici non risolsero il problema, finché il capo degli eunuchi decise di far incontrare Zafira e Ibrahim in un giorno di primavera, in un giardino di tulipani prima del tramonto. L’olezzo dei fiori, il profumo che emanava il corpo di Zafira, un libretto romantico persiano di storie d’amore, conquistarono e “guarirono” il Sultano. Nel gennaio del 1642 Zafira diede all’impero il sospirato erede, Osman: la ragazza pugliese era diventata “sultana” e suntuosi furono i festeggiamenti nel Topkapi, in città e nell’Impero. Ma solo dopo due anni, nel 1644, la nave che portava Zafira e il piccolo Osman alla Mecca, fu catturata dai Cavalieri di Malta, fedeli al Papa, che rifiutarono qualsiasi riscatto.
Intanto il tribunale dell’Inquisizione di Malta, scoprì la vera identità di Zafira, morta nel frattempo nel gennaio del 1645 e fu riconosciuto in Osman l’erede al trono di Costantinopoli.
Il Sultano si vendicò scatenando una guerra sanguinosa contro Venezia attaccando Candia che capitolò alcuni anni dopo.
Osman fu battezzato e assunse il nome di Domenico Ottomano. Si dedicò alla vita ascetica e allo studio della filosofia. Dopo vari spostamenti, frate Domenico Ottomano morì a Malta.



Recensione apparsa su “Nuovo Quotidiano di Puglia” di mercoledì 8 agosto 2012